Luminosa signora

Alfonso Lentini

Luminosa signora.
Quasi un “poema in prosa”

“Il suo nome, signora; come vorrei conoscere il suo nome!”… Chissà se c’è modo di sapere chi veramente sia o come si chiami l’affascinante, misteriosa interlocutrice, evocata, percepita e talora ‘vista’, della lunga lettera – un “luminescente tappeto di scrittura”, un pezzo di bravura e preclaro poema in prosa – d’un personaggio, tutto en poète, il cui mittente è a sua volta anonimo.

Sedentario in una Venezia di limacciosi specchi d’acqua ma splendente di bellezza, chi scrive (trattasi di tipografo, “fabbricante di libri” lillipuziani, e ‘io’ loquente del romanzo di Alfonso Lentini Luminosa signora. Lettera veneziana d’amore e d’eresia, Firenze, Mauro Pagliai, 2011) è un uomo marcato dall’alieno stigma d’una ferita sul viso – un sanguinante schiaffo e un’offesa del mondo alla sua sensitiva identità – provocatagli da un proiettile vagante che gli ha lambito la guancia come uno sputo infuocato e salmastro.

Di lui apprendiamo, a parte la glossa sul suo vago mestiere, soltanto la vicenda dell’amatissimo padre anarcomarxista, guittesco e paradossale ‘musicista del silenzio’ morto pazzo nel manicomio, oggi “Museo della Follia”, dell’isola veneziana di San Servolo.

Nella sua casa dalle pareti che sussultano, con oggetti sussurranti e rubinetti che buttano sangue, lo scriba sine nomine verga fervide pagine dallo stile adamantino, ora stilnovistico, ora allucinatorio, facondo e quasi barocco; e, mentre s’avvolge nelle proprie stesse parole, non cessa di porre domande alla ‘signora’, nuda e pura epifania giunta da indefinite lontananze a ispirare, consolare, proteggere dalle larve dell’avvilimento lo sdilinquito ganimede.
“Quante cose vorrei domandarle, mia cara!”. Domandare da dove sia giunta, se conosce le Mille e una notte, perché ha scelto Venezia, cosa sogna quando dorme, il senso e il nonsenso dell’universo e del tempo. O anche perché, senza mai rivelarsi né tampoco darsi, la signora s’ostina a vivere in remota quanto ossimorica intimità col suo corteggiatore.

Alla fine resta una domanda ansiosa ed essenziale, la “maggiore”, la “più importante di tutte”. Ma terrifica, impronunciabile, essa è un’affranta apostasia o estrema eresia e senza dubbio riguarda la morte, refuso e beffa d’una dubbia divinità o prova certa del fallimento della creazione dei sistemi e dei viventi, temporanee “ipotesi di esistenza”: decadute congetture almeno confortate da un nume tutelare che ha le sembianze della “bellissima” signora, “indaffarata” e “volante”, “serena” e “lieve”, “gioiosa” e “capricciosa”, “labile” e “immaginaria”, sempre amorosamente aggettivata/invocata/ricreata perché, comunque, oltremodo “necessaria”.
È così la metafisica, allegorica eppure tangibile inquilina onirico-agiografica della mente di colui che capziosamente, strenuamente la cerca, indaga, pedina, insidia, invoca e traduce in un’avvolgente profusione scrittoria. Una mente da cui quella “Luminosa” – ben più d’una figura retorica o d’un mero simulacro letterario -, a intermittenze, lei sola intangibile, perfetta, immortale, volubilmente “entra ed esce”: allo stesso modo dell’utopia e della poesia.

(Recensione di Stefano Lanuzza,
tratta da “Lunario Nuovo“,
nuova serie, n. 52-53, luglio 2012)

Brani tratti da

Luminosa signora

20

Quante cose vorrei domandarle, mia cara! Vorrei sapere da lei quante stanze ci sono in questa Casa cangiante, per esempio. Lei forse lo sa, ma io no. Perché, vede, questa Casa è in continua ebollizione, le stanze si allargano e si restringono, si moltiplicano come bolle nella schiuma, come ghiandole o escrescenze fungose; e poi si rattrappiscono riducendosi di numero e dimensioni, ritornando subito dopo a sbocciare e a moltiplicarsi. Si espande e si contrae come un respiro, questa Casa.
Somiglia a un giardino, a un cosmo vegetale. Le stanze sembrano avere radici. Germogliano, ramificano, si schiudono, e poi si seccano accartocciandosi su se stesse. Attraversano un loro effimero ciclo vitale. Eppure – vede? – la loro forma è massiccia perché la Casa è incastrata in cima a un palazzo costruito dagli ebrei nel Cinquecento con robuste mura di pietra. Ora è solo un vecchio condominio, ma la sua solida struttura resiste.
Non sono mai riuscito a disegnare una mappa precisa. Ho provato a prendere le misure, srotolando da spigolo a spigolo un lungo metro a nastro, ma le misure non coincidono mai, così come mai coincide la somma dei vani.
Per questo succede che anche lei ogni tanto si perde in silenzio in questo gelatinoso appartamento, silenziosa signora, inoltrandosi verso corridoi appena germogliati, attraversando soglie appena nate, attratta da un profumo di salsedine o di smeraldi marci che prende forma da uno spazio nuovo. Perché forse alcune stanze sono vasche e contengono oceani in miniatura, marine attraversate da piccole onde che, replicando quelle vere e grandi, si arricciano bianche e da lontano sembrano palombelle. Per questo, quando germoglia dal nulla una di queste vasche (o piccolo oceano), per tutta la Casa si diffonde quel dolce ma falso profumo di mare.
Una volta persino un gabbiano ne è stato ingannato e ci è entrato in casa planando da una finestra aperta. Lei si è presa una grande paura, perché l’uccellaccio era enorme e strepitava. Si è portata le rosee braccia davanti agli occhi ed ha lanciato un urlo muto, da bambola. Il gabbiano sorvolava armadi, letti, poltrone e attraversava le stanze una dopo l’altra. Per calmare la sua paura, ho dovuto catturarlo e fargli subito riprendere il volo all’aria aperta. Stringendolo fra le braccia, mi sono accorto di quanto fosse grosso; facevo fatica a tenerlo fermo, mi sfregava le penne sulle palpebre e sulla ferita, ma infine l’ho spinto fuori dalla finestra e lui ha ripreso a planare libero sopra i canali.
Lei è rimasta a lungo con le spalle contratte, ad occhi sbarrati, tremava; tanto che per aiutarla a riprendersi le sono venuto vicino e le ho offerto un bicchiere d’acqua; e allora – ricorda? – a poco a poco lei ha ripreso colore e mi è sembrato che per un momento mi abbia guardato con un’ombra di gratitudine (e forse addirittura regalandomi un minuscolo e svelto sorriso).

*

21

Un’altra cosa che vorrei chiederle riguarda questa mia ferita, il segno del proiettile che mi ha sfiorato il viso. Non ha mai smesso di sanguinare e per questo la gente appena mi vede scappa via per il ribrezzo.
Quando mi avvicino a uno specchio certe volte lo sguardo non mi regge, mi assale uno sciame di capogiri. Ma specchiarmi è obbligatorio, la ferita va medicata, tenuta sotto osservazione.
Allo specchio la lesione si mostra sfrangiata, rigonfia, un foro proprio qui, sulla gota sinistra. Inutile fasciarla, sarebbe peggio. L’interno è di colore viola, nelle sue varie gradazioni, sino alle estreme sfumature del rosa fuxia. Ma la pelle che la circonda è flaccida e incolore. È così profonda, la ferita, che si perde nel buio. Sembra pregna di un cielo notturno, di un abisso cremoso. Trabocca di liquidi densi, misti a grani di sangue coagulato. Pulsa. Ma se la scruto più da vicino, intravedo nell’interno qualcosa di bianco, come piccole dita in movimento. Forse vermi che agitano stancamente teste e zampine.
E poi, che smorfia, mia signora: a causa del taglio, una parte del labbro mi si storce in un sorriso forzato. Da maschera, da scimmia di legno.
Perché, mia amabile signora? Perché questa ferita?
Perché lei non c’era quando è accaduto?

*

22

E vorrei chiederle ancora: è sicura che l’universo esiste da miliardi di anni? E se fosse stato creato, mettiamo, solo un’ora fa? Mettiamo che tutti i ricordi e le altre tracce degli eventi “precedenti” della nostra vita fossero stati ugualmente creati un’ora fa per una specie di capriccio del Creatore. Come potremmo accorgercene?

E supponiamo che la scorsa notte, mentre tutti dormivamo, l’intero universo abbia raddoppiato le proprie dimensioni. Vi sarebbe qualche modo di capire ciò che è successo?

Quanto è veramente grande un numero? Il sette, per esempio. Prenda sette chicchi di riso, poi sette cavalli, poi sette chiese barocche. Non sono la stessa cosa in quanto a peso e volume. Oppure prenda una sola giraffa e cento grani di pepe. In questo caso l’uno è “maggiore” dei molti.

E se il tempo non esistesse? Se fosse solo un’illusione percettiva di noi umani? Se l’impressione dei mutamenti emergesse ingannevole da un universo statico? E se lei, sì proprio lei, fosse la prova di tutto questo?

*

35

Il suonatore di silenzio, un vecchietto con grandi pupille celesti che sporgevano tonde da un’ossatura aviforme, entrò in scena ponendosi davanti a un’orchestra disposta a semicerchio. Era una tipica orchestra sinfonica composta di violini, viole, violoncelli, contrabbassi, un’arpa, e poi flauti, clarinetti, oboi, corni, trombe e, disposta in fondo, una completa formazione di percussioni con timpani, grancasse, piatti.
Io mi chiedevo: com’è possibile ricavare il silenzio da strumenti costruiti apposta per produrre suoni?
Gli strumentisti erano vestiti di nero, elegantissimi come in un’orchestra tradizionale, ma con una piccola differenza: erano tutti scalzi. Mi aveva colpito una ragazza in prima fila, una suonatrice di violoncello, che teneva il suo grande strumento fra le cosce divaricate, tutta concentrata sulle note che da lì a poco avrebbe dovuto suonare. Mi aveva colpito perché lanciava a mio padre delle strane occhiate, anche se lui faceva finta di non accorgersene.
Il concerto iniziò, per così dire, normalmente. La sala si riempì di musica, il suonatore di silenzio, che altri non era se non il direttore dell’orchestra, dirigeva da grande artista portando i suoni ai massimi livelli di intensità sino a quando il pubblico ne rimase rapito. Ma a un certo punto, mentre tutti ascoltavano ammaliati, lui con uno scatto chiuse la mano a pugno e all’improvviso calò nella sala un silenzio assoluto. La sorpresa e l’incanto riempirono il teatro al posto dei suoni. La sala era diventata un grande acquario in cui tutti eravamo inabissati. A quel punto lui riaprì adagio il pugno, come se volesse liberare con delicatezza un passero appena catturato, e riprese a muovere le mani nel vuoto assecondando sonorità inesistenti che però tutti in quel momento misteriosamente percepivamo. Il silenzio, proprio come un passerotto, aveva preso il volo dalle sue mani. Era diventato suono negativo, armonia nascosta e insieme mille altre indefinibili cose. Ed ora inondava non solo l’udito ma tutti i sensi di coloro che stavano ad ascoltare. I musicisti erano rimasti immobili, con i loro strumenti cristallizzati fra le dita. Solo il maestro continuava a carezzare l’aria con le mani, come se l’orchestra continuasse a suonare e il concerto proseguì a lungo in questo modo.

La mia emozione fu tanta che all’uscita dal teatro mi misi a piangere senza sapere perché. Ero un bambino, allora, e i bambini piangono spesso, perciò nessuno si stupì di quella mia reazione.

*

36

Uscendo dal teatro, sentivamo il risveglio graduale dei suoni. Ci accorgevamo solo allora di minimi rumori ai quali di solito non facevamo caso, l’urto dolce dell’acqua sull’argine dei canali, il ronzio di un insetto che intercettava il nostro cammino, un battito d’ali di un colombo alle nostre spalle.
Vedevo la superficie del canale incresparsi a ogni soffio di vento.

Una barca scivolava sulle increspature e il barcaiolo ritto in piedi sollevava con il remo lembi d’acqua come se girasse pagine trasparenti.

*

37

Mio padre mi teneva per mano e quasi mi trascinava con sé costringendo le mie gambette ad adeguarsi alle sue grandi falcate.
Avanzava, mi teneva per mano, mi trascinava; e guardandosi intorno mi spingeva a fare altrettanto. Lui muoveva gli occhi cambiando continuamente prospettiva e li posava sulle cose come se le vedesse per la prima volta. Il suo era uno sguardo scattante, solare, prismatico e spesso si alzava verso il cielo. Così anch’io, imitandolo, alzavo lo sguardo verso un cielo azzurro che in quel momento era attraversato da piccole nubi in lento scorrimento.

Vedi? – mi diceva – stanno andando via, le nuvole! E non senti nell’aria i nuovi profumi?
In effetti passando vicino a un muro invaso dal glicine mi sentivo inondare da un odore inebriante, mentre l’acqua del canale si illuminava a chiazze delle specchiature viola dei grappoli e più in là mi assaliva l’odore acre e dolciastro di altri rampicanti. Nell’aria viaggiavano polline, soffioni e moscerini. Una nevicata di spezie.
Il mondo intero, sino ai limiti delle sfere celesti, sembrava assalito da scotimenti.

Tutto questo mi metteva euforia ed io, trotterellandogli accanto, mi aggrappavo con più forza alla mano di mio padre. Sta cambiando la stagione, non vedi? – mi diceva – stanno cambiando i tempi. Sta arrivando una primavera che sarà diversa da tutte le altre, sarà una primavera di popoli. Una primavera di idee.

***

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