A nord del futuro

CHYMISCH

Schweigen, wie Gold gekocht, in
verkohlten
Händen.

Große, graue,
wie alles Verlorene nahe
Schwestergestalt:

Alle die Namen, alle die mit-
verbrannten
Namen. Soviel
zu segnende Asche. Soviel
gewonnenes Land
über
den leichten, so leichten
Seelen-
ringen.

Große. Graue. Schlacken-
lose.

Du, damals.
Du mit der fahlen,
aufgebissenen Knospe.
Du in der Weinflut.

(Nicht wahr, auch uns
entließ diese Uhr?
Gut,
gut, wie dein Wort hier vorbeistarb.)

Schweigen, wie Gold gekocht, in
verkohlten, verkohlten
Händen.
Finger, rauchdünn. Wie Kronen, Luftkronen
um —

Große. Graue. Fährte-
lose.
König-
liche.

 

    ALCHEMICO

    Silenzio, cotto come oro,
    in mani
    carbonizzate.

    Grande, grigia,
    prossima come tutto
    il perduto figura di sorella.

    Tutti i nomi, tutti
    quei nomi bruciati
    con lei. Quanta
    cenere da benedire.
    Quanta terra
    conquistata sopra
    leggeri, così leggeri
    anelli d’anima.

    Grande. Grigia.
    Senza scorie.

    Tu, allora.
    Tu col pallido bocciolo
    aperto a morsi.
    Tu nel flusso del vino.

    (Non è che quest’orologio
    ha davvero congedato anche noi?
    Bene, bene
    come è passata la tua parola
    morendo.)

    Tacere, cotto come oro,
    in mani carbonizzate,
    carbonizzate. Dita,
    fini come fumo. Come corone,
    corone d’aria all’intorno – –

    Grande. Grigia.
    Senza orma.
    Reale.

 

RADIX, MATRIX

Wie man zum Stein spricht, wie
du,
mir vom Abgrund her, von
einer Heimat her Ver-
schwisterte, Zu-
geschleuderte, du,
du mir vorzeiten,
du mir im Nichts einer Nacht,
du in der Aber-Nacht Be-
gegnete, du
Aber-Du -:

Damals, da ich nicht da war,
damals, da du
Den Acker abschrittst, allein:

Wer,
wer wars, jenes
Geschlecht, jenes gemordete, jenes
schwarz in den Himmel stehende:
Rute und Hode -?

(Wurzel.
Wurzel Abrahams. Wurzel Jesse. Niemandes
Wurzel – o
unser.)

Ja,
wie man zum Stein spricht, wie
du
mit meinen Händen dorthin
und ins Nichts greifst, so
ist, was hier ist:

auch dieser
Fruchtboden klafft,
dieses
Hinab
ist die eine der wild-
blühenden Kronen.

 

    RADIX, MATRIX

    Come si parla alla pietra,
    come te,
    a me dal fondo senza fondo,
    da una patria affratellata,
    scagliata via, te,
    te a me un tempo,
    te a me nel Nulla
    di una notte, te
    incontrata nell’Anti
    notte, te
    Anti te -:

    Allora, quando non c’ero,
    allora, quando là da sola
    misuravi il campo a passi:

    Chi,
    chi era, quella stirpe,
    quella assassinata,
    quella nera che si tiene in cielo:
    verga e testicolo -?

    (Radice.
    Radice di Abramo. Radice di Jesse.
    Radice di Nessuno – sì
    nostra.)

    Sì,
    come si parla alla pietra,
    come te con le mie mani
    tocchi laggiù e nel Nulla,
    ed è così ciò che è qui:

    anche questo
    terreno fertile si spalanca,
    questo
    all’Ingiù
    non è che una delle corone
    del selvaggio fiorire.

 

DIE HELLEN
STEINE
gehn durch die Luft, die hell-
weißen, die Licht-
bringer.

Sie wollen
nicht niedergehen, nicht stürzen,
nicht treffen. Sie gehen
auf,
wie die geringen
Heckenrosen, so tun sie sich auf,
sie schweben
dir zu, du meine Leise,
du meine Wahre –:

ich seh dich, du pflückst sie mit meinen
neuen, meinen
Jedermannshänden, du tust sie
ins Abermals-Helle, das niemand
zu weinen braucht noch zu nennen.

 

    LE PIETRE CHIARE
    attraversano l’aria,
    bianche di chiarezza
    portano la luce.

    Non vogliono scendere
    in basso, né precipitare,
    né venire incontro.
    Salgono
    come umili rose selvatiche,
    s’aprono così, si librano
    a te, mia Silenziosa,
    mia Vera -:

    ti vedo, le raccogli con le mie
    nuove mani, con le mani
    di Ognuno, le disponi in una ripetuta
    chiarezza che nessuno ha bisogno
    di piangere o nominare.

 

ANABASIS

Dieses
schmal zwischen Mauern geschriebne
unwegsam-wahre
Hinauf und Zurück
in die herzhelle Zukunft.

Dort.

Silben-
mole, meer-
farben, weit
ins Unbefahrne hinaus.

Dann:
Bojen-,
Kummerbojen-Spalier
mit den
sekundenschön hüpfenden
Atemreflexen-: Leucht-
glockentöne (dum-,
dun-, un-,
unde suspirat
cor),
aus-
gelöst, ein-
gelöst, unser.

Sichtbares, Hörbares, das
Frei-
werdende Zeltwort:

Mitsammen.

 

    ANABASI

    Questo
    impraticabile vero scritto
    piccolo tra i muri
    Salire e Tornare
    nel futuro chiaro di cuore.

    Laggiù.

    Moli
    di sillabe color
    del mare, lontano
    nel non navigato.

    Poi:
    boe – spalliera
    di boe, boe di
    dispiacere, con
    riflessi di respiro
    saltellanti di bellezza
    di un secondo – : suoni –
    di campane luminose
    (din, don, un –
    unde suspirat
    cor), riscattàti,
    riscossi, nostri.

    Del visibile, dell’udibile,
    la parola
    tenda che si
    libera.

    Insieme.

 

UND MIT DEM BUCH AUS TARUSSA

Все поэты жиды
Marina Zwetajewa

Vom
Sternbild des Hundes, vom
Hellstern darin und der Zwergleuchte,
die mitwebt
an erdwärts gespiegelten Wegen,

von
Pilgerstäben, auch dort, von Südlichem, fremd
und nachtfasernah
wie unbestattete Worte,
streunend
im Bannkreis erreichter
Ziele und Stelen und Wiegen.

Von
Wahr- und Voraus- und Vorüber-zu-dir-,
von
Hinaufgesagtem,
das dort bereitliegt, einem
der eigenen Herzsteine gleich, die man ausspie
mitsamt ihrem unverwüstlichen
Uhrwerk, hinaus
in Unland und Unzeit. Von solchem
Ticken und Ticken inmitten
der Kies-Kuben mit
der auf Hyänenspur rückwärts,
aufwärts verfolgbaren
Ahnen-
Reihe Derer-
vom-Namen-und-Seiner-
Rundschlucht.

Von
einem Baum, von einem.
Ja, auch von ihm. Und vom Wald um ihn her. Vom Wald
Unbetreten, vom
Gedanken, dem er entwuchs, als Laut
und Halblaut und Ablaut und Auslaut, skythisch
zusammengereimt
im Takt
der Verschlagenen-Schläfe,
mit
geatmeten Steppenhalmen
geschrieben ins Herz
der Stundenzäsur – in das Reich,
in der Reiche
weitestes, in
den Großbinnenreim
jenseits
der Stummvölker-Zone, in dich
Sprachwaage, Wortwaage, Heimatwaage
Exil.

Von diesem Baum, diesem Wald.

Von der Brücken-
quader, von der
er ins Leben hinüber-
prallte, flügge
von Wunden, – vom
Pont Mirabeau.
Wo die Oka nicht mitfließt. Et quels
amours! (Kyrillisches, Freunde, auch das
ritt ich über die Seine,
ritts übern Rhein.)

Von einem Brief, von ihm.
Vom Ein-Brief, vom Ost-Brief. Vom harten,
winzigen Worthaufen, vom
unbewaffneten Auge, das er
den drei
Gürtelsternen Orions – Jakobsstab,
du,
abermals kommst du gegangen! –

zuführt auf der
Himmelskarte, die sich ihm aufschlug.

Vom Tisch, wo das geschah.

Von einem Wort, aus dem Haufen,
an dem er, der Tisch,
zur Ruderbank wurde, vom Oka-Fluß her
und den Wassern.

Vom Nebenwort, das
ein Ruderknecht nachknirscht, ins Spätsommerohr
seiner hell-
hörigen Dolle:

Kolchis.

 

    E CON IL LIBRO DI TARUSSA

            Все поэты жиды
            Marina Cvetaeva

    Della
    costellazione del cane,
    della chiara stella là dentro
    e del lume nano che con
    tesse vie riflesse verso terra,

    di
    bastoni da pellegrino, anche là,
    del Meridione, lontano
    e prossimo per filamento di notte
    come parole insepolte,
    randagie
    nella giurisdizione di mete
    raggiunte e di steli e di culle.

    Di
    un detto che è vero, che è prima,
    che ti oltrepassa, che è
    detto all’Insù, che giace
    là pronto, uguale
    a una delle pietre del proprio
    cuore, che abbiamo sputato
    assieme alla loro indistruttibile
    orologeria, fuori
    nel non paese e nel non tempo.
    Di simile
    ticchettare e ticchettare in mezzo
    a cubi di ghiaia con
    quanto è perseguibile lungo
    una traccia di iene a ritroso,
    risalendo la sfilza degli avi,
    di quelli dei Nomi e della Sua
    forra rotonda.

    Di
    un albero, di uno.
    Sì, anche di lui. E del bosco intorno a lui.
    Del bosco incalpestato, del pensiero,
    da cui è cresciuto, come suono
    e semisuono e alternato e finale,
    con rimato
    alla maniera scitica
    nel ritmo
    della tempia degli scacciati,
    con
    respirati steli di steppa
    iscritti nel cuore della cesura
    delle ore – nel regno,
    nel più vasto
    dei regni, nella
    grande rima interna
    al di là
    della zona di popoli muti, in te bilancia
    della lingua, bilancia della parola, bilancia
    della patria esilio.

    Di questo albero, questo bosco.

    Delle pietre squadrate
    del ponte, da cui
    è rimbalzato di là
    nella vita, capace di volare
    per le ferite, – del
    Pont Mirabeau.
    Dove non ci scorre l’Oka. Et quels
    amours! (Cose in cirillico, amici,
    anche queste ho portato a cavallo
    oltre la Senna, a cavallo oltre il Reno).

    Di una lettera, di lei.
    Dell’Una lettera, dell’Est lettera.
    Del duro minuscolo mucchio di parole,
    dell’occhio disarmato, che lui
    conduce alle tre stelle
    della cintura di Orione – bastone
    di Giacobbe, tu,
    riappari un’altra volta! –

    sulla carta del cielo
    che gli si schiudeva dinanzi.

    Del tavolo, dove questo è successo.

    Di una parola, del mucchio,
    per cui lui, il tavolo,
    è divenuto banco dei vogatori,
    dal fiume Oka e dalle acque.

    Della parola subordinata, che
    un servo del remo digrigna
    nell’orecchio tardo estivo
    di uno scalmo
    dal chiaro udito:

    Colchide.

 

__________________________
Testi tratti da:
Paul Celan, Die Niemandsrose
(La rosa di nessuno), 1963
Traduzioni di Mario Ajazzi Mancini
tratte da Anterem, 81, 2010
Poetiche del pensiero
__________________________

 

Ospito con immenso piacere, in questa “personale” rubrica, la traduzione di Mario Ajazzi Mancini di alcune liriche tratte da “Die Niemandsrose“, una delle opere più grandi di Paul Celan. Alla figura e alla produzione poetica di Celan, l’autore, psicoanalista di formazione, ha dedicato parecchi anni di ricerche e di studi, i cui frutti, tra saggi e versioni, sono stati raccolti nello splendido volume qui riprodotto. Un libro che vi consiglio vivamente. (fm)

 

Mario Ajazzi Mancini
A nord del futuro
Scritture intorno a Paul Celan

Firenze, Editrice Clinamen, 2009

 

***

7 pensieri su “A nord del futuro”

  1. Ma che belle Francesco!
    La costellazione del cane, le pietre chiare…e lo stile…così frantumato ma anche allungato, e la terminologia ricercata…il boe che mi ricorda l’oboe strumento dal suoono serafico …

    Complimenti alle tue traduzioni e al tuo ospite del quale ho apprezzato tantissimo il ritratto di Signora sotto esposto.
    Un saluto :-)
    C.

  2. Lette e rilette, queste poesie di Celan da “Die Niemandsrose”, che brucia insieme (‘mitverbrennen’ in “Chymisch”), tesse insieme (‘mitweben’ in “Und mit dem Buch aus Tarussa”), alla lingua tedesca e alla micrà, provocando entrambe a un canto nuovo. Impresa disperata? .L’ambiguità voluta di ‘Seelenringen’, anelli d’anima e lotta dell’anima /in “Chymisch”), indica la profondità dell’abisso che si spalanca (“klafft”) da questo terreno fertile (“Fruchtboden”, in “Radix Matrix”). Non sfuggono le parole-confine, i termini-sfida di ‘rauchdünn’ e ‘Weinflut’ – rovescio e nuova creazione rispetto a ‘hauchdünn’, sottilissimo, e ‘Sintflut’, diluvio universale, attestati dal vocabolario tedesco -, non sfugge la “alta, grigia, regale figura sorella” di “Chymisch”; il “germoglio” di “Chymisch” diventa “radice” di Jesse in “Radix, Matrix”:; si manifesta, non prova neanche a nascondersi, in “Anabasis”, la parola-shekinah (“Zeltwort”). La chiara (chiaroveggente) percezione uditiva che conclude, “dalla parola subordinata”, i versi di “Und mit dem Buch aus Tarussa”, getta un ponte già carico e, insieme, enuncia l’azzardo: è “Colchide”.
    Con grande riconoscenza per queste letture, saluto. amc

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