Sovresposizioni

“Chiamare Eva la neonata è una pratica masochistica. C’è l’abisso a imbuto nel quale defluire e precipitare. C’è la scena da calcare e da cui estromettersi. Fuori scena per meglio scemare come eco rivolta all’interno che si rivolta in sé e rivolta l’intestinità. Guaina rovesciata, rivoltata: essa mostra ciò che era involtolato denudandolo.”

Enzo Campi

 

Sovresposizioni

 

[…]

    

Luogo. È. Non è.
Cosa di tutti, casa di nessuno.
Mi appartiene. A tratti. Talvolta s’alluma e vibra. Talvolta invece s’annera e si consegna alla sincope.
     Luogo. Persiste. Si dirada.
Casa di cose indistinte. Loculo areale.
Vi si respira il sollievo dell’incoscienza. Vi si eleva il respiro. Ci si eleva al respiro. Soffiandosi e sospendendosi.
     Luogo. (Ai posteri l’inderogabile sentenza)
Cosa che fomenta il gesto. Casa dell’aria cristallizzata e dell’utopia.

    

Piove. Piovono lacrime. Sono dure, dure come granito. Le vedo caracollare. Senza ritegno. Perché?
     Le lacrime disegnano traiettorie di luce. L’impatto col suolo genera il suono. Un gran bel rumore. Che introduce il latrato. Come contraltare naturalmente. Come collante e collare, si potrebbe aggiungere. Del resto se si frequentano i cani non ci si può esimere di collezionare rancori. Rancori e catene.
     Per questo l’occhio si rifugia. Altrove. È sempre alla ricerca di un luogo. Di un luogo ulteriore. Ma ogni ulteriore ha le sue lacrime specifiche e i suoi cani rabbiosi. Senza dimenticare le catene. E il metallo in cui sono forgiate.

– «Nascondimento e perdita?», chiese Il.
– «Qual sollievo», rispose Ile.

Entrambe le voci sono prive d’incoscienza, ma anche di coscienza. Il connubio produce una sovresposizione. Nella sovresposizione un’elevazione. In totale assenza di gravità.

Non riuscirò mai a descrivere la gravità dell’assenza di gravità. Le lacrime di granito restano ferme. Ferme a mezz’aria. Non possono più toccarmi, né tanto meno evitarmi.

– «Sarà questo il vero sollievo?», chiese Il.
– «E i sospiri?», aggiunse Ile, come per rincarare la dose.

    

Ecco la soluzione: eliminare il sospiro e amplificare il sollievo, senza vibrazioni e sincopi che possano vanificare il decorso della coabitazione.

    

Ecco l’assioma: fate attenzione a non calpestare il testo (la risata è implicita nonché altisonante)!

«E il resto?», quest’interrogazione viene da fuori (o dal fuori). Non ci è dato conoscerne la provenienza.

 

[…]

Ancora luce.
Per abbacinare.
Per meglio disconoscersi.

Sull’altare le ostie si sono sfaldate. Il latrato dei cani diventa sempre più incalzante. Rimbalza sullo specchio e ritorna al mittente. Non sono sicuro che la posizione sia quella giusta.

– « Giusto una postura », puntualizzò Il.
E Ile s’inarcò offrendo la vulva all’eccesso di luce.

     Magari è solo un atteggiamento mentale, nell’illusione di soddisfare un’urgenza. L’importante è che ci sia contatto tra labbra e labbra.
Una lingua e un grilletto?
Non s’ode lo sparo. Eppure il grilletto è stato sollecitato. Perché?

 

[…]

Non ci sono rumori particolarmente eclatanti. Tutto procede all’insegna di un suono flebile e reiterato. Una sorta di sibilo che sconvolge il battito cardiaco di un cuore che pulsa metodico e costante. Anche il ferro della catena esprime il suo silenzio. E lo amplifica. Il cane ha smesso di abbaiare. Tutto sembra tacere, ma c’è qualcosa che risuona. C’è qualcosa che induce a porsi in ascolto.
Ritmo interno.
Interno alla stanza.
Interno al sé. Ai sé al plurale che cercano il tra noi, che pretendono il tra noi.
Si può dare un tra noi fra Il e Ile?
Tra questi diversarticoli? Tra queste diversentità? Tra l’Il al maschile e l’Ile al femminile?
Tra l’Il che è uno, solo, ma non certamente unico e indiscusso e l’Ile, la cui unica preoccupazione è quella di moltiplicarsi all’infinito?

 

[…]

     Il rischio non viene considerato determinante ai fini di una risoluzione, ammesso e non concesso che ci possa essere, per davvero, una risoluzione.
Io non credo che Il abbia bisogno di una risoluzione. E sono sicuro che anche Ile sia pervasa dallo stesso pensiero. Se si risolve l’annosa questione dell’incontro, ci si risolve una volta per tutte, ma Il e Ile non vogliono risolversi, non definitivamente almeno. Vogliono solo avere la possibilità di continuare a sfibrarsi nelle reiterazione del percorso da compiere. Per questo, forse, ognuno dei due si rifugia nell’altro.

     Non si corrono rischi.
     Questo è l’unico punto fermo.

 

[…]

     Nello stillicidio della goccia che rimbalza sull’acqua un’intera collezione di silenzi urlati a squarciagola.
     Nel basculìo incostante della ninfea qualcosa rivive e si riconfigura.
     Ellisse quadrata.
     È possibile?

     La parabola, arcuandosi, si fa strada dal basso. Lacera le stoffe che si illudono di mascherare l’insipienza del derma svilito.
     Dov’è l’immagine?
     Perché la scrittura abbozza?
     Perché si propone in parti di sé?
     Perché rinnega l’intero?

Il e Ile, in coro e all’unisono, risposero: «Sia! Sia così! Così come vi aspettate che sia».

     La folla, naturalmente, silenziò il dissenso.

 

[…]

L’ultimo passo è sempre la riproposizione del primo. Nella luce. Nel suono emesso dalla luce che puzza di fine. Di una fine che non accade. Mai.
Un cerchio. Circolare e circolante. Inesausto. Inesaustivo.
Ile proferì la domanda: «chi sei?»
Il si negò nella risposta: «molto semplicemente non sono. Non sono altro che un corpo. Transitante. Basculante. Confuso nella luce. Sfumato dalla luce».

 

[…]

Non si corrono rischi.
L’ho già detto e qui lo ribadisco.
Ancora una flessione. S’inarca la luce. Curiosi fenomeni d’attrazione tra nuvola e nuvola. Sulla ninfea si distende un papavero. Le unghie raspano il derma. Ancora parole. In fuga. Estruse. Si danno e ritornano. Intrudono.

«E il lume?», chiese Ile.
«Solo un barlume», rispose Il sorridendo.

 

[…]

La pioggia è anche luce. Prismi inesausti. Echeggiano i latrati, fino a scomparire. Ancora un crollo, prego. Una caduta libera e liberata. Magari una sospensione. A mezz’aria. Come abbarbicandosi alla tela di un ragno.
Quando dico ragno istintivamente penso al chiodo.
     Perché?
Non saprei. È così da sempre.

 

[…]

La porta della dimora, anche quando è chiusa, sembra invitarci ad entrare. La cera rifiuta la fiammella. Il nervo è teso. Il apre la porta. Ma era già spalancata sull’abisso. Il è ciò in cui si manca. Sarà questo l’assioma?

Ile compie il suo atto d’amore succhiando lascivamente il sangue versato da Il.
Ma non vi sto dicendo nulla di nuovo. L’atto è stato già sufficientemente descritto nel libro della vita, quel libro che tutti dovrebbero aver letto almeno una volta.

 

[…]

Sento il bisogno di toccare il vuoto che mi circonda. M’inarco a ponte deglutendo l’ovo per intero. Guscio compreso. Non basta una catena. Svaniscono i profumi. Risuonano le sirene.
Abito l’incoscienza di un libro mortificato dal tempo. Entro. Esco. Io contro. Incontro. Al chiodo. Ferro. Ferro su ferro.

Tendo una mano. Qualcuno l’abbranca e se ne ciba. Ma con estrema lentezza e paradossale calma. Prima succhiare. Poi mordere e masticare. Infine deglutire. Sono queste le regole. C’è una certa immobilità che qualifica il gesto rendendolo eccessivo. Ma non può bastare. Non c’è qualcosa che possa essere sufficiente ed esaustiva. S’ode il richiamo. Sembra quasi un lamento. Ci si invaghisce del suono senza poterlo vedere. Strana cosa, ma necessaria. Per ogni occhio cieco c’è un orecchio costretto a un superlavoro. Per fortuna. O meglio: per grazia ricevuta.

 

[…]

Occhi verdi. I miei? Sì, ma traslucidi.
Vi si vede attraverso. Cosa? Ceneri luminose.

 

[…]

Chiamare Eva la neonata è una pratica masochistica. C’è l’abisso a imbuto nel quale defluire e precipitare. C’è la scena da calcare e da cui estromettersi. Fuori scena per meglio scemare come eco rivolta all’interno che si rivolta in sé e rivolta l’intestinità. Guaina rovesciata, rivoltata: essa mostra ciò che era involtolato denudandolo.

 

[…]

     Si possono dimenticare i nomi che, di volta in volta, incarnano la passione di un attimo?
Corpo oltre, mente altrove.
Talvolta accade. È inevitabile. Spesso necessario. Per fortificarsi e preservare il senso.
Ci si lega alla passione credendo di non poterne fare a meno. Così ci si impone di amarla. Si ama il nulla che in essa ristagna. Ci si eleva al nulla. Ci si ripassa credendo di praticare la differenza. Ci si altera non riconoscendo come essenziale la propria alterità. Ci si trasla da punto a punto disconoscendosi nel transito. Ci si (dis)simula emulando la possibilità di ciò che si spera accada e che, puntualmente, non arriva.
Ci si trasfigura cercando di eludere ciò che non vorremmo accadesse e che invece, puntualmente, sfodera la sua catena per trattenerci e immobilizzarci.
Ci si teatralizza nel punto di non-arrivo.
Per questo talvolta non serve ricordare i nomi.
     Anche questo, anche altro.

 

[…]

     Non si corrono rischi.
È già la terza volta che lo dico.
Rotola la pietra dal pendio. L’uomo, dal fondo, tenta di ribatterla con un remo di legno. Il legno è più debole della pietra. Si spezza.
Il gesto della rivalsa non accade. L’uomo, a sua volta, si spezza. Ed è proprio per questo che non si corrono rischi. Ci consegniamo al nostro destino. Quasi masochisticamente.
Siamo implacabili e crudeli.
Anche nel rovesciamento.
     Ancora una flessione, ancora una riflessione nell’attesa che si riesca finalmente a vedere. Ancora una rifrazione in quell’uguale che ancora non si rende diverso.

 

[…]

Cosa conta l’età? Si può quantificare l’incedere del tempo? Ci vuole un’infinita pazienza per tessere le ragnatele ove impigliarsi e imprigionarsi.
     Il cane si volta e mi abbandona. Dietro l’angolo l’unicorno sorride soddisfatto. Ho appena digerito le interiora della fenice. Gocce di sangue precipitano dalla bocca e tonificano il selciato.
La madre terra si rigenera solo cibandosi di sangue: è questa la legge!

     Ancora un libro da scrivere, prego.

 

[…]

Luce.
Sull’occhio. Nell’occhio. Penetra la pupilla.
Punto e a capo.
Sempre ripartire. Dal cuore della luce. Dal nero che via via si dirada conclamandosi.
Nel progressivo dissolversi del buio una voce femminile: “l’attimo è stato colto nel suo apice di luce”. Una lunga, innaturale, sfibrante pausa esistenziale e poi la sentenza: “adesso devo eclissarmi”.
Non mi disse mai il suo nome e consumò il gesto bendandosi. Molto semplicemente non aveva bisogno di vedere. La voce ritornò più volte negli anni a venire. Assunse, di volta in volta, diverse e svariate tonalità. Si riconfigurò all’interno di nomi tanto impossibili quanto reali.

 

[…]

È sempre una questione di luce. Non si corrono rischi. Mi sembra di averlo già detto. Devo averlo anche letto. Da qualche parte.

 

[…]

Viene meno l’alone ma la luce persiste.
Figure malate, incredibilmente sane, disegnano un andirivieni sfocato e sgranato.
Sovresposizioni.
Nient’altro.
Tutt’altro.

 

[…]

A tutta luce, mi dissero.
Ed io eseguii diligentemente il compito assegnatomi.

 

***

30 pensieri su “Sovresposizioni”

    1. « [ … ] Dopo la chiusura ci si riapre. Lux. È inevitabile che accada. Alienazione come avvicinamento. Lumen. È questo il senso? Porsi al di fuori addentrandosi? Esporsi intrudendo? Magari fosse solo questo. [ … ] »

  1. Ti ringrazio Carla :-) però sentirmi chiamare “genio” decisamente mi imbarazza, per fortuna ci ha messo un sorriso sotto.. anche perché, se davvero lo fossi, dovrei spiegarmi l’evidente insuccesso con qualche mia forma particolare di stupidità sociale. No no, niente esagerazioni, si fa quel che si può e lasciamo pure ai posteri ogni ardua sentenza.

    Ringrazio sinceramente, Enzo o Francesco, per l’abbinamento, anche perché adopera una mia opera che considero molto particolare. Il carattere e la qualità del testo al quale è stata accostata mi piace e mi lusinga. Ciao

    1. grazie a te elio.
      comunque, per la cronaca, la scelta dell’abbinamento è stata compiuta da francesco.
      ma, come sempre accade, le sue scelte sono oculate e mirate.
      e poi, credo che francesco l’abbia scelta, in ricordo di un altro testo di cui questi estratti sono, in un cero senso, la prosecuzione virata in prosa.

    2. Elio, io penso che in campo artistico, nell’abominevole andazzo odierno, valgano le stesse porchevoli regole che imperano in campo poetico-letterario: o ti proponi a destra e a manca e ti iscrivi a qualche circoletto o confraternita, piccoli o grandi poco importa, o sei automaticamente fuori da ogni gioco, relegato ai margini. Continuo a credere, però, che “dai margini” si possa “vedere” meglio, e che molti “panorami marginali” sono distanti anni luce – per bellezza, eticità, coerenza e valore intrinseco – rispetto alla “mediovvietà” imperante.

      Io preferisco stare sui, e guardare dai, margini.

      fm

      1. Sì, Francesco, sul margine si vede anche l’altro lato, quello che dal centro dell” “ovvietà” non si può pensare se non come “limes”: essere marginali significa invece essere sul “limen”, non emarginati!

  2. « [ … ] Ancora un libro da scrivere, prego. [ … ] », magari già scritto, da rivalutare o abortire, col senno di poi, che non può essere uguale al seno di prima, che dovrà ri-battersi e ri-battezzarsi, cioè: rivalutare e riproporre i colpi inferti e ricevuti, riconfigurare il nome e i nomi (e le “nominazioni”?), perché poi …

  3. Ho sempre usato le immagini per tre ordini di motivi (che, alla resa dei conti, possono benissimo essere tre espressioni di uno stesso input): come mio “commento” al post, in forma altra rispetto a quella verbale; per la sostanziale vicinanza delle tematiche e/o delle poetiche; per cercare di far conoscere al maggior numero possibile di persone (visto che, non si sa bene per quale miraculum, i lettori di questo blog continuano ancora ad essere tantissimi), artisti e percorsi artistici di ricerca che seguo e amo in modo particolare.

    Grazie per i commenti.

    fm

    p.s.

    Elio ed Enzo ritorneranno in coppia anche la settimana prossima: è un annuncio – o una minaccia, fate voi :)

  4. “[…]

    Luogo. È. Non è.
    Cosa di tutti, casa di nessuno.
    Mi appartiene. A tratti. Talvolta s’alluma e vibra. Talvolta invece s’annera e si consegna alla sincope.
    Luogo. Persiste. Si dirada.
    Casa di cose indistinte. Loculo areale.
    Vi si respira il sollievo dell’incoscienza. Vi si eleva il respiro. Ci si eleva al respiro. Soffiandosi e sospendendosi.
    Luogo. (Ai posteri l’inderogabile sentenza)
    Cosa che fomenta il gesto. Casa dell’aria cristallizzata e dell’utopia”

    In questo incipit sapiente la Scrittura declinata con la poesia di chi vive per la poesia, e .la conosce nei suoi antri anche nella funzione di Critica, che ritrovo in questo secondo passo:

    “[…]

    Sento il bisogno di toccare il vuoto che mi circonda. M’inarco a ponte deglutendo l’ovo per intero. Guscio compreso. Non basta una catena. Svaniscono i profumi. Risuonano le sirene.
    Abito l’incoscienza di un libro mortificato dal tempo. Entro. Esco. Io contro. Incontro. Al chiodo. Ferro. Ferro su ferro.

    Tendo una mano. Qualcuno l’abbranca e se ne ciba. Ma con estrema lentezza e paradossale calma. Prima succhiare. Poi mordere e masticare. Infine deglutire. Sono queste le regole. C’è una certa immobilità che qualifica il gesto rendendolo eccessivo. Ma non può bastare. Non c’è qualcosa che possa essere sufficiente ed esaustiva. S’ode il richiamo. Sembra quasi un lamento. Ci si invaghisce del suono senza poterlo vedere. Strana cosa, ma necessaria. Per ogni occhio cieco c’è un orecchio costretto a un superlavoro. Per fortuna. O meglio: per grazia ricevuta.”

    Spero di non aver “calpestato il testo” con queste mie piccole considerazioni per non provocare “risata è implicita nonché altisonante!” :-)

    E comunque è un lavoro bellissimo, ricco di sfumature ed ispirazioni che trasferiscono nuove ispirazioni, che restano sorrette in un limbo dove tutto si fa leggero di un altrove dove “non si corrono rischi”, per grazia di Enzo :-)

    davvero complimenti!!
    a Enzo
    e a Elio
    e a Francesco.

    un saluto,
    Francesca

    1. « [ … ] Tutti i luoghi sono loculi. L’occhio si sofferma sulle fotografie. Ma il passato non rinviene. Un esercito di gesti mancati e ritrovati, presi e persi. Una miriade di girotondi ove ci si rincorre solo per sfuggirsi, per mancare la presa. Per consumarsi consumando la copula. Cerchi mancati e smussati. Ovi ed ovali. Ellissi furiose che cercano l’eclisse. Non piove più. Se mai è piovuto prima.
      Il caleidoscopio non restituisce il lucore. Qualche guaito s’avvicina rimbalzando di stanza in stanza. Ma la stanza è una sola, unica e indiscussa. Il vano è vanito. Vanirsi invano? Di vano in vano. Di loco in loco. Loculo a loculo. Di più. Senza limite o verso il limite. [ … ] »

      e ancora:

      « [ … ] Tutt’altro che nitidi, i contorni. Limite come reticolato. Ma i nodi non lacerano il derma.
      Passioni di nulla. Prigioni del nulla. Stasi a delinquere. E il tutto? E il lutto?
      Qual è la password per varcare la soglia?
      Alice non abita più qui. Ha esaurito le sue risorse. Si è dileguata. Resta solo il vuoto. Il vuoto e la distanza. Sopravvive però lo specchio. Uno specchio metamorfosizzato in muro [ … ] »

  5. Davvero interessante questo sviluppo creativo, Enzo, un elaborare disteso, nel senso della forma ‘espansa’ di una narrazione che non vuole assolutamente narrare, ma è mito che incombe, apre, suggestiona l’accadere. Da qui la “lux ” che certo riconosciamo quale motore dell’affabulazione mancata eppure sempre in divenire. La memoria mia (labile) va subito alle “sequenze per cunei e per cilindri”, a quel disastro fecondo (o fecondato?) nel senso della germinazione-nascita che può benissimo preludere all’attesa di una morte. Forse vi riscontro una ciclicità, ma non tautologica, piuttosto rifondante, attraverso immagini di atti e/o attimi. Soprattutto incalzano le “parole. In fuga. Estruse “. L’atto di vivere implica, lo sappiamo bene, quello di morire, ma l’artificio dell’esistenza è centrato nel non tenerne troppo conto. Ci si comporta come se nascita e morte fossero due capolinea diversi e, in fondo, da considerare estranei alla vita ‘vera’. Qui in “Sovraesposizioni” è tutto differente, si respira una libertà demiurgica e, ad un tempo, vivacemente distruttiva, il ciclo guadagna il suo spazio dunque sulla ribalta cosmica. Si legga a riprova questa citazione:
    “L’ultimo passo è sempre la riproposizione del primo. Nella luce. Nel suono emesso dalla luce che puzza di fine. Di una fine che non accade. Mai.
    Un cerchio. Circolare e circolante. Inesausto. Inesaustivo…”
    Emergono nel testo nuovi e splendidi nominalismi, il suono la voce e la luce entrano in una relazione d’intercambiabilità. Leggendo si ha l’impressione godibile di un viaggio nel Multiverso cosmico. Grazie della proposta, allietata dall’opera di Elio e sempre stimolante. Marzia Alunni

    1. « [ … ] La luce filtra dal buco della serratura. Nella stanza della memoria i fumi esaltano il raggio rendendolo perforante. Perforante e altero. Altero e crudele. Ma il raggio muore nella parete più lontana scontrandosi con la sfinge di cemento che non permette nessun tipo di deflorazione. Il muro è il punto di non-arrivo della luce. Per questo la luce reclama una voce. [ … ] »

      1. e ancora:

        « [ … ] Differenza areale. Ripetizione abbacinante. Distacco e compenetrazione. La lama lacera il costato per permettere alla voce di uscire, di esporsi alla luce. Dalla voce in nuce alla voce in luce. [ … ] »

  6. « [ … ] Ma sarà davvero necessario santificarsi a tutti i costi?

    Solo contrappunti, prego. Non sono un croupier. Non sono abilitato a distribuire le carte e non conosco il gioco da giocare. Non ancora almeno. Ma conosco l’effrazione. Per questo le parole cercano il dolo. E il dolore e l’amore sono solo segni del vissuto. Un vissuto che stenta ancora a materializzarsi.

    Ma sarà davvero necessario dannarsi a tutti i costi? [ … ] »

  7. una decina di giorni fa, parlando al telefono con Enzo, gli chiedevo se conoscesse Elio Copetti. “E’ un grande artista” più o meno gli dissi, “i suoi lavori sono meravigliosi, ti piaceranno di sicuro”, poi la conversazione prese un’altra strada. Enzo confermi? :)

    Credo fermamente nel potere dell’intuizione, alla base dell’arte, come scintilla degli incontri, della creazione, capace di mettere in relazione e in comunicazione lo spirito del tempo nelle virate del pensiero. Un sorriso nel vedere l’abbinamento “Elio-Enzo” c’è proprio scappato, come quando indovini una risposta senza avere esatta conoscenza della domanda: bingo!

    Inizio col dire che apprezzo molto la parola di Enzo quando s’allunga, si estende e si racconta; qui la prosa poetica, la prosa in posa, avvolge e lega al ritmo, conducendone la lettura come dentro una partitura perfetta, in cui ogni pausa, come ogni accento, si scandisce da solo, naturalmente, con decisione e gratia, sì da creare un movimento continuo ed indipendente – seppur intrinsecamente legato – al testo stesso, al suo significato, che si apre o, per meglio dire, si offre a varie possibili interpretazioni. Anche il dialogo rientra nel respiro, nella partitura, come un incontro di voci soliste “a cappella” che irrompono nel fraseggio, in quel soliloquio armonico che si (ci) arrovella.
    Dicevo poc’anzi che questa scrittura si spiega con decisione e gratia, riprendo questi due elementi stilistici perché mi paiono fondamentali per l’interpretazione stessa del testo. La decisione sta nel taglio, nella scelta anche dura, tagliente delle parole e nell’invettiva, sapientemente modulata, mediata, smussata dalla gratia del suono, del canto e delle sue non celate lacrime di luce.

    1. « [ … ] Esposizione alla luce: il testo. Sovresposizione della luce: il gesto. Incinerazione del corpo: il pretesto come residuo del testo. Ciò che resta dell’escrizione. Ciò che sopravvive all’escrezione. Lava desautorata? Solo questo. Tutt’altro. [ … ] »

  8. Credo d’avere conosciuto Enzo proprio qui in questo luogo, e anche allora si parlava di luce e ombra, zona di confine (o sconfine); il tema del doppio, della controparte o contropartita, del ribaltamento speculare e del gioco di parole: “Non riuscirò mai a descrivere la gravità dell’assenza di gravità”, è un tema a lui caro. Già pensavo alla sua “tela” prima ancora di arrivare al “chiodo” e al “ragno”…
    “Abito l’incoscienza di un libro mortificato dal tempo. Entro. Esco. Io contro. Incontro. Al chiodo. Ferro. Ferro su ferro.”
    “Tendo una mano. Qualcuno l’abbranca e se ne ciba. Ma con estrema lentezza e paradossale calma. Prima succhiare. Poi mordere e masticare. Infine deglutire. Sono queste le regole. C’è una certa immobilità che qualifica il gesto rendendolo eccessivo. Ma non può bastare. Non c’è qualcosa che possa essere sufficiente ed esaustiva. S’ode il richiamo…” è questo richiamo che avvince anzi avvoltola, che rende preziosa la lettura di qualcosa che sfiora, per un attimo, e poi muta forma, muta suono : “Sembra quasi un lamento. Ci si invaghisce del suono senza poterlo vedere”… o toccare, pur cadendoci dentro, attirati.

    “Sono queste le regole”…

    Doris

    p.s. felice d’aver conosciuto Elio Copetti (impressionata, magico).

    1. « [ … ] Mi genufletto, spesso. Per far sì che la lingua sia alla giusta altezza. Ma non riesco a strisciare. [ … ] »

      « [ … ] Non ho età da dichiarare, né effetti personali in cui disconoscermi. [ … ] »

      « [ … ] Sono pronto all’uso. E all’abuso. Da sempre. Non c’è nemmeno bisogno di agitarmi. [ … ] »

  9. per gettare la spugna:

    « [ … ] Legge o leggenda? Strana cosa l’interrogazione. Sembra quasi che non cerchi le risposte.
    Solo domande, prego.
    Mi scopro a caracollare da una duna. Il deserto. Qual sollievo. La sovresposizione è lampante. Differenza. Ripetizione. Differenza nella ripetizione. Ecco. Da qualche parte ci si rigenera. Riconfigurazione. Coda a capo volta. Rivolta. Si rivolta. Si disguaina il senso. Nudo. Crudo. Chiunque è bene accetto. Basta entrare. Dentro. Qualsiasi cosa vale. Basta enunciarla. Fuori.
    Terra. Île. Madre. Terra da calpestare, madre da oltraggiare.
    Perché sbagliare? Figliare? Terra trema. Tema, grafema e segno. Il graffio come pegno. Terra madre adrenalina concubina maculata temuta. Terra madre chora. Ancòra una volta: l’àncora non attecchisce al limo.
    Anche ora.
    E allora?
    Di minuto in minuto, piccolo piccolo. Cadaverico e smunto, artitrico e unto. Dissezionato. Cosa? Il corpo. Smontato. Cosa? Il tempo. Di secondo in secondo. Non c’è il primo, né il terzo. Ordine capovolto. Coda in capo volta e spinta. Or ora la fine al capo come inizio e aureola. Poco per volta. Solo ora. Tempo a tempo. Tempo a tema. Tema e sema. Sema e soma.
    Il conto alla rovescia: dieci preci, nove alcove, otto rotto, sette ettagoni, sei nèi, cinque dunque, quattro altro, tre dure pietre, due a due ambedue le dune, uno qualcuno nessuno, zero, zero, zero.
    Mea culpa.
    Ripetuta e rinnovata.
    Nella dissoluzione della ninfea.
    Nei latrati ostentati.
    Perfino nei sorrisi e negli amplessi. [ … ] »

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