Fiorenza, nostra Matria unica e vera (IV)

“Dove si aderisce all’unica narrazione biografica credibile, la mia, sulle origini del pensiero del Minor Duca e della fondazione dell’Accademia degli Inaffidabili. Naturalmente la biografia, per modestia governativa, non è ufficiale, è solo una delle tante, forse la più curiosa, nella quale ci si spinge addirittura a ipotizzare, ben oltre la beneducazione, che il Minor Duca sia a capo mondiale della setta segreta dei misantropi. Da questa mia bellissima biografia immaginativa tutti gli storici hanno attinto per costruire il mito fondativo del Minor Ducato. Riproduciamo qui solo il primo capitolo.” (Larry Massino)

(Da: Croniche della Nòva Fiorenza
Volume IV, Anno di Piena Grazia 2019
Parte XIII, Cap. I)

      Un tipo a prima, seconda e terza vista poco raccomandabile non era facile da incontrare, ma ogni tanto appariva. Rimaneva sempre da solo, e assorto beveggiava arrangiato al bancone del pub. Erano anni ormai. Nessuno lo conosceva, né sapeva quali fossero il suo nome e la sua missione, nemmeno il taverniere, che però lo classificava come il migliore dei clienti da banco, perché non disturbava, limitandosi a bevere in insolito silenzio un drink dietro l’altro, senza ubriacarsi, e pagava regolarmente conti strutturalmente e diegeticamente assai ben costruiti; in più, quando rarissimamente verbàva, faceva qualche spiritosa considerazione, rivolgendosi a chiunque gli stesse vicino, commentando qualche sua deficenteria orale o gesticolativa, facendolo ridere, però, prima di tornare a riimmergersi nel suo chiarissimo silenzio: “Te per risparmiare le pensi di notte, quando hai il cervello a tariffa agevolata”.

     Si limitava a domandare da bere e a sorseggiare lentico, asseduto sul suo sgabello con lo sguardo perso nel cilindro trasparente – come in certi quadri moderni americani, o, in subordine, altri che avevo visto ingialliti dal fumo appesi alle pareti del bar Civili di Livorno, ammucchiati e qualche volta sbilenchi in quella specie di museo della disperazione, peraltro unanimemente considerato dai cittadini di quella diffidente landa il luogo dove si conserva la pergamena originale relativa al mistero del ponce, che, lo dico solo per renderne l’idea, è un intruglione di caffè – con aggiunta di liquori rummatici che vengono sospettosamente fabbricati solo a quello uopo – che viene bollito con zucchero e guarnito alla fine con una scorza di limone.

     Il tipo non parlava con nessuno e non guardava le ragazze, nemmeno cercava compagnia dalle bariste, come facevano tutti gli avventori maschi, o dei baristi, come facevano le avventrici femmine, ritenendo, in base a calcolo erroneo, la loro compiacenza computata dai componenti del consiglio di amministrazione della birreria nel costo composto delle bevande, quantunque piuttosto alto.

     Era sempre ben vestito e solo fintativamente trascurato nell’aspetto. A me, a naso, stava simpatico. Però gli altri ne avevano soggezione, soggezione e sospetto insieme, e tutti dietrolespalle facevano battute di disprezzo, più che altro le ragazze. Ma secondo me era perché il tipo si faceva i fatti suoi: le ragazze, lo dico no per essere misogino, difficilmente accettano di non attrarre qualcuno, soprattutto quelle che ingiustamente sono portate a credere di essere le meno attraenti, le quali, infatti, attraggono chi ha più immaginazione, uno come me per esempio, generalmente a loro insaputa.

     Stava a bevere per conto suo, il tipo, erano anni che lo faceva. Era quello che gli piaceva, che erano queste le sue serate, pensavo io. Dopo numerosi drinks pagava, salutava e se ne andava, trovando senza aiuto alcuno la direzione della porta. Poteva tornare la sera successiva o dopo mesi, non c’erano regole. Questo inusuale comportamento alimentava l’antipatia generale, che spesso è solo la forma di risentimento più immediata che si genera quando non si è capaci di accettare le diversità, neanche quelle piccole piccole, contenute nelle persone.

     Erano anni che andava avanti così e un’idea su di lui in qualche modo me l’ero fatta: il tipo era semplicemente uno psicopatico. Simpatico, ma psicopatico! E certissimamente misantropo esagerativo.

     Una sera che avevo appena domandato alla barista una birra e avevo cominciato a guardarmi intorno, per non dire che guardavo con interesse la barista stessa, ma di sbieco, appena appena, il tipo mi si avvicinò domandandomi una sigaretta. La prese e l’ignise senza nessuna difficoltà, ma dando a intendere di sapere che per l’umanità disporre del fuoco così facilmente è più una misgrazia che una grazia, fa sentire Dio tuo complice, quando invece. Ripose l’accendino in tasca. Poi cominciò a fissarmi, in modo giudicabile seccante. Rimaneva in silenzio, era normale. Ma alla fine, indicando con gli occhi il soffitto del locale, disse qualcosa: a me parve di capire: “Tu sei chiamato!”.

     Faccia da ebete solo pochi istanti. Presi dal bancone il mio bicchiere e mi allontanai. Ci ero rimasto male, cazzo se ci ero rimasto male! Su quell’uomo coltivavo da tempo magnifiche aspettative. Speravo che un giorno, di notte, si sarebbe rivelato, erano anni che aspettavo l’epifania. Sì, pareva pazzo, ma prometteva di più, qualcosa come un pazzo santo… era stata solo una mia debolezza. Chissà che mi credevo… Eppure, quello sguardo sereno, quella luccicosa aureola che pareva spandergli intorno, quella ostinata eremitudine all’angolo del bancone… Invece… era uno dei soliti idioti che si incontrano nei pubs, questi insalubri crocicchi delle notti moderne.

     Fece pochi aspirativi e sfocò la sigaretta nel posacenere. Per niente turbato, seduto sul suo sgabello, immoto come una raffigurazione della solitudine beata, ricominciò a sorseggiare il suo drink. Poco dopo, giusto per far notare ai lettori che ci tengo all’analisi dell’azione, notai che se n’andò, o che me ne andai io.

     Qualche luna seguente mi si avvicinò sorridente, come fanno di solito gli stupidi che ti si appiccicano dopo che tu hai minimamente rivolto loro uno sguardo benevolo: “mi andrebbe di offrirti da bere e parlarti di qualcosa che può servirti per i tuoi racconti”. Voleva parlare, il furbino: l’avevo capito da tempo! Gliela feci pesare, ma in realtà decisi subito che era il caso di dargli una seconda plausibilità, anche perché il locale era quasi deserto, la barista che mi piaceva aveva il turno di riposo e non mi pareva arrivata l’ora di andare a dormire. Ci sedemmo. Ero orgoglitivo e lo ostentavo: nessuno aveva mai visto il tipo seduto a un tavolino. Anche l’oste ci fissava incredulo.

     “Tu sei chiamato” aveva detto… e mi aveva proprio deluso. Però forse aveva detto “tu sei schiantato!” che era veritivo. Eppoi che ne sapeva dei miei racconti vigliacchi coi quali mi gingillavo all’epoca? Mica ero uno scrittore conosciuto! Mica ero riverito, prebendato e stipendiato come il più bello degli scrivani cronachisti agiografi dello Stato, come avviene ora!

     “Il primo poliziesco di cui si ha notizia, la prima detective story, è la storia di Apollo che insegue Ermes, l’ultimo nato dei figli importanti di Zeus”.

     Ricordavo vagariamente. Ermes, il messaggero, una specie di ministro delle poste degli Dei, ma anche tanti altri ministeri, con portafogli suoi e degli altri, dato che fu il più magnificativo dei ladri sacri, il più stralunato degli Dei dell’Olimpo, un Dio senza dove, una specie di nomade: se si vuole, un Dio Barbone. Ermes mi è sempre stato simpatico, uno che già il primo giorno di vita ne combina di tutti i colori, altro che quel borghesuccio di Giamburrasca! Ma non avevo mai valutato la questione dal cantuccio del poliziesco.

     Dissi al tipo che poteva continuare, che la faccenda mi poteva interessare. Mi guardò come per chiedermi se mi interessava davvero: immagino temesse che lo prendessi un’altra volta per un cretino come troppi, e sapeva che non glielo avrei perdonato. Nemmeno lui a me. Ma non era cretino, e non lo era nel modo giustivo, quello che non mi infastidisce. Nemmeno io lo infastidivo. Anzi, tra di noi, lo avremmo ben presto scoperto, c’era accordo totale almeno su una cosa: preferivamo il cretininismo totale a l’intelligentismo mediocre.

     Seguitò: “Ermes non fece in tempo a nascere, di mattina presto, che già era amareggiato per la mamma Maia, da un po’ di tempo considerata misantropa nella cerchia delle ninfe, perché si era ritirata e viveva in modo poco confortevole nella più trasandata delle grotte. Forse le ninfe colleghe avevano ragione, perché si era allontanata dagli umani ai quali doveva dedicarsi per missione, dopo essere stata praticamente stuprata e ingravidata dal maggiore degli Dei, all’insaputa e quindi, in un certo senso, sotto gli occhi di tutti, perché nei antichi tempi il sapere per essere accettato doveva provenire da lontane fonti, ciò che proveniva da fonti immediate veniva considerato vanità, allucinazione, bugia, vergogna. Infatti Maia si vergognava. Ermes, nonostante il buonumore per essere appena uscito dalla semidivina vagina materna, si guardò intorno e cominciò a deridire la spelonca in cui gli era toccato in malasorte di essere vittima di un parto. Si fece riflessivo, cercava di non agitarsi il giorno del suo compleanno zero. Improvviso si alzò e uscì, gattoni, come stava stava. Nonostante gli sforzi al contrario, era nato nervoso, molto nervoso. Per prima cosa notò una grossa tartaruga che sostava chissà da quanti anni immobile su una pietra pochi metri avanti la soglia della magione. Alzarsi, prendere la rincorsa e calciare fu tutt’uno: la fece volare di un’ottantina di metri, mirando tra due cipressi che si affacciavano dietro una duna, inventando, di fatto, il rugby. In seguito, per rendere più facile e popolare il gioco, il precoce Ermes stesso avrebbe costruito il pallone appiccicando e facendo combaciare tra loro due carcasse proprio di tartaruga. Per dire, quando l’Inghilterra era solo campi e pietrone nemmeno affastellate, senza neanche un pub per passarci il pomeriggio… La diretta. Ermes raggiunge la tartaruga, cattivo come qualunque ragazzino le schiaccia la testa, la prende in mano e ne succhia il contenuto, per fare colazione. Sul guscio applica una pelle bucata e delle corde di canna ben tirate: si mette a suonare, tanto per passare il tempo. Ma non si contiene, l’ansia non si placa. Con la chitarrina imbracciata scollina e vede di fronte a sé una foltissima mandria di vacche al pascolo: le raggiunge e ne incanta una cinquantina, convincendole a seguirlo imitando i suoi gesti, vacche che, non si può credere, danzano, saltano per aria, camminano all’indietro, fanno capriole. Così, divertendosi e facendole divertire come non era mai loro accaduto, maldestinate vacche degli strati popolari che da sempre vanno dietro a chiunque le faccia divertire, le ha portate nell’antro di una grotta, dopo aver attraversato tutta la Grecia antica, che doveva essere a quei tempi grande come un mondo intero.

     La mandria era in custodia al distratto bovaro Apollo, che si accorse subito del furto, ma fece finta di no, e prima di iniziare le ricerche delle giovenche finì di intrattenersi con il suo provvisorio amante e padrone. Perché per gli Dei l’amore era un dovere e il lavoro solo una disciplina secondaria, elemento educativo, o, in questo particolare caso, rieducativo, visto che Zeus aveva spedito il possente e incontenibile figlio a fare il servo di un reuccio sulla terra per scontare nove anni di pena che gli aveva inflitto per aver ucciso i Ciclopi, ai quali il dominatore dell’Olimpo, come si sa, doveva addirittura il fulmine, un’arma più potente dello scudo spaziale, con il quale, purtroppo, avvampato dall’ira funesta, aveva ucciso il primo rampollo di famiglia e dunque suo nipote, costringendo Apollo a non perdonare.

     Apomarlowe, finito quello che doveva finire, rientrò a casa, si versò un drink e si stese un po’ sul divano senza togliersi i calzari impolverati, dicendosi che aveva le ossa rotte e quelle cose che dicono i detectives quando rientrano in ufficio, immaginando quanto sarebbe stato bello farsi una dormitina. Poco dopo si alzò e andò in bagno: lo specchio gli rimandava una faccia scassata da settimane di incuria: si infilò sotto la doccia, si lavò strofinandosi come un cencio; poi, presi rasoio, pennello e schiuma da barba, si mise a giacere e si rase al suolo, ridendo della battuta rubata non ricordava a chi.

     Apomarlowe si vestì. Tutto questo lo fece con amore, come fanno gli investigatori letterari, mettendosi spesso a nuovo non per narcisismo, ma per permettere al loro autore di prendere un po’ di tempo prima di avventurasi nella limpida oscurità dell’intonsa pagina seguente, a testimonianza della vagotonia che li colpisce di tanto in tanto.

     Impavido, indossato una specie di impermeabile primordivo, borsalino sgualcito in testa, senza chiudersi la porta alla spalle, nello stile degli investigatori privati più duri, senza nemmeno pensare al ridicolo, si mise in strada e cominciò l’indagine, seguendo delle inverosimili tracce. Dopo un po’ che camminava lungo il percorso tracciato incontrò un pastore, un poveraccio che pareva del tutto rincitrullito, ma che doveva per forza aver visto qualcosa, dato che il passaggio dell’armento era stato per lui forse l’unico diversivo dell’anno, essendo che la sua tanghera dimora si trovava in cima a un colle e quella più vicina non distava meno di cinque giorni di marcia a passo d’uomo. Apomarlowe lo mise sotto torchio, ma il vecchio pastore si fece infingardo, disse che la strada è una fiera, passa di tutto, carri infuocati, gente, satiri, ninfe, cabiri, giganti, animali di tutti i generi, draghi, cavalli alati, mostri marini, mica poteva stare attento a tutto! In realtà era stato lo stesso Ermes, quando poco prima l’aveva incontrato e reso testimone del suo delitto, a minacciarlo, e dunque a introdurre sulla terra l’omertà, che consisteva, una volta, semplicemente nel non collaborare con l’autorità. In quanto tale, non a seconda delle proprie convenienze!

     D’altra maniera il pastore pareva sapere, così, a intuito, che non era bene mettersi contro Ermes, il Dio che sarebbe di lì a poco diventato Dio dei ladri, della notte e per naturale estensione di qualunque tipo di malaffare. Ma Apomarlowe aveva i suoi metodi coi testimoni reticenti, i quali, dispiace per il pastore, non derivavano dalle sue virtù dialettiche: lo prese direttamente a pugni in faccia. Non ci fu niente da fare, il vecchio era testardo… Apomarlowe, per forza, dovette credergli. Gli disse che per ora era libero, ma di tenersi a disposizione e di informarlo se intendeva lasciare il paese.

     Il pastore, che se ne fregava del successo popolare che avrebbe avuto il romanzo hardboiled chissà quante epoche dopo la sua, guardava il Dio con rassegnazione, come si fa coi babbei.

     Apomarlowe si allontanò seguendo le impronte che lo avrebbero guidato verso le sue strafottutissime vacche. Il pecoraio non provava risentimento per le botte che aveva preso, e si asciugava il sangue che rigava la fronte e gli colava finanche sugli occhi, ma pensava tra sé e sé che se l’avesse un giorno riincontrato, nel pieno delle sue forze e nella sua giovinezza, perché il tempo degli antichi andava come gli pareva a lui, gli avrebbe di certo spaccato la faccia a quel figlio di puttana di investigatore del quale, ne avesse conosciuto la divinità, non ne avrebbe portato neanche con la bestemmia

     Apomarlowe più guardava le zampate e più non capiva che essere fosse quello che guidava la mandria tanto l’impronta era minuscola. Doveva per forza essere un suo pari dèo insembiante di qualche lieve animale. Le vacche, poi, potevano aver camminato all’indietro e a zig zag, saltato facendo sprofondare gli zoccoli nel terreno anche di mezzo metro?! E c’erano numerosi avvallamenti nel terreno come se qualche bestia fosse caduta di schiena dall’alto. Non ci capiva niente. Ma proprio allora si ricordò della sua fama di indovino e, a colpo sicuro, decise di farsi essa.

     Le valli si seguivano una dopo l’altra. Non fosse stato il Dio che era, il più bel Dio in circolazione, ma fosse stato un semplice come il cafone che invano aveva interrogato, ci avrebbe messo mesi di marcia per arrivare a quella sperduta grotta dove Ermes aveva vittoriosamente condotto le vacche. Invece vi arrivò poco prima dell’alba, neanche troppo affaticato, perché si era appeso alla coda di un enorme uccello che poteva essere anche un aereo di linea. Non c’era anima viva, però erano presenti quasi tutti gli esemplari che erano stati sottratti dalla mandria di bovini che accudiva. Ne mancavano solo due, che erano già stati scuoiati e arrostiti su uno spiedo. Le pelli stavano stese su una roccia ad asciugare. Era un brutto affare! Com’era possibile che un essere solo, in così poco tempo, fosse riuscito a scuoiare, macellare, cuocere e mangiare due intere mucche? Rifletteva, Apomarlowe. Un titano poteva avere tutta quella forza, e tutta quella fame, ma lui stesso aveva aiutato il padre a gettare i titani nel profondo tartaro, l’archetipo delle discariche abusive. Si trattava forse di un gigante, uno dei rozzi amici del padre che gli faceva i soliti scherzini, di Zeus che controllava dall’alto quanto zelo il figlio mettesse nello svolgere l’umile lavoro di mandriano al quale l’aveva condannato? Titani, giganti, sotto sembianze così minute come quelle a cui riamandavano le tracce che aveva seguito? Sempre più ingarbigliatura… Secondo le regole del racconto investigativo bisognava aguzzare l’ingegno, far ricorso alle migliori doti intuitive”.

     Lo interruppi. L’occasione era troppo propizia, direi proprio irresistibile, per tirar fuori un tema mio, un tic, un’idiosincrasia direbbero i dotti. “Continuo io”, dissi: “Visto che l’intelligenza non era ancora stata inventata, Apollo la inventò. A maggior ragione non ci capì nulla. I filologi hanno per forza infilato l’intelligenza nel repertorio di Apollo, ma, come vedi, lui stesso, non appena inventata, si accorse che non serviva a nulla e la scartò. Vai a capire chi l’ha raccattata…”

     Sorrise. L’inserzione estemporanea gli era piaciuta. Riavviò: “Nello stesso tempo Ermes, il quale ricordiamo agli origliatori distratti era poco dopo il suo primo giorno di vita, rientrò nella magione di soppiatto, infilandosi nel buco della serratura: era uno che non aveva ego, passava dappertutto. Si sentiva stanco. Non era il tipo da vantarsene, ma in appena un giorno aveva introdotto sulla terra la chitarra, il rugby, l’abigeato, l’omertà, il divertimento; aveva restituito dignità al sacrificio agli Dei, dopo il fattaccio di Prometeo; e aveva infine introdotto una cosa di cui si vergognò subito, il flauto. Ora aveva sonno: si avvolse nelle fasce e si infilò nella culla.

     Nonostante le precauzioni prese, Maia, bella quanto Hera ed Afrodite, nello stesso tempo la semidea sposa più riservata di Zeus, nonostante l’infelice matrimonio assai rispettosa dell’autorità di quello che era comunque il suo Dio primario, mamma amorosa di Ermes, lo sentì rientrare. Allora come adesso le mamme pensavano che i figli non dovessero restare fuori la notte. D’altra maniera eran tempi non proibizionisti, e le mamme pensavano che con tutta la droga che c’è in casa che bisogno c’è di uscire? Maia si era rigirata nel letto che non le era riuscito piglia’ sonno in nessun verso. Aver avuto un figlio fuori tutta la notte proprio il giorno della nascita le sembrava il massimo! Neanche ora che era rientrato riusciva a rilassarsi, perché sapeva bene che aveva rubato dalla mandria del fratello Apollo, che presto il figliastro sarebbe venuto a reclamare le vacche. Ermes cercava di dormire, ma la mamma le si era avvicinata in cerca di dispiegazioni, insistente come un’isterica. Allora scattò: si può dire che era nato nervoso. Prima si difese e negò meglio che poteva, ma alla fine scoppiò, le disse che preferiva fare il ladro e gozzovigliare notte e giorno piuttosto che fare una vituccia rintanato in una grotta come faceva lei, miseramente ridotta allo stato di concubina; le disse che la vita era fuori, non in quella angusta e sperduta stamberga; le disse che bastava mettere il naso fuori per accorgersi delle ricchezze che il mondo offre, delle quali non poteva assolutamente rinunciare ad avere la sua parte, a qualunque costo, adoperando qualunque mezzo, lecito o illecito. Alla fine, furbo, capendo di aver esagerato, vedendo che si poteva metter male, per calmare l’ira montante della mamma che ora vedeva enorme con grandissime mani frizzine, le si attaccò alla mammella e si mise a succhiare come un bambino normale, anche se non provava fame affatto. Finalmente si addormentò.

     Il conformismo era diffuso anche allora, nonostante non si sapesse nemmeno la parola. In attesa dell’ospite che si avvicinava, felice come tutte le madri che allattano, Maia si mise a rassettare la casa: qualche magia, pochi effetti illuminotecnici e la rese una reggia dorata. Poi si ordinò i capelli e indossò il peplo migliore che aveva: non voleva sfigurare con il figliastro Apollo, che incontrava per la prima volta, il quale oltretutto si diceva fosse un esteta.

     Si sentirono gracchiare gli uccelli. Tempo pochi minuti il più luminoso dei figli di Zeus fu lì. Entrò presentandosi: Apomarlowe investigatore privato, stava appunto scritto sul regolare patentino che mostrava. Maia non resistette e gli rise in faccia: somigliava all’ispettore Clouseau! Apomarlowe non ci fece caso. Si guardava in giro e non vedeva nessuno oltre al fantolino avvolto in fasce nella culla. Escluse la semidea matrigna, anche perché, come si sa, non aveva troppa stima del genere femminile, e decise di rischiare. Il caso era troppo importante per non rischiare. Si mise a interrogare il neonato, il quale faceva finta di dormire e di non capire, facilitato anche dalle trasformazioni dell’ambiente che lo circondava, che non riconosceva davvero. Allo stesso Apomarlowe sembrava un’assurdità che il piccolo fosse riuscito a rubare le vacche dal pascolo, portarle nella grotta a migliaia di piente di distanza, scuoiarle, macellarle e infine mangiarle. Ignorava che dopo averle arrostite sullo spiedo, addirittura due perché sentiva proprio il desiderio di carne, Ermes le aveva divise in dodici parti per farne omaggio agli Dei dell’Olimpo: si era sentito un fedele pio e devoto a compiere quell’omaggio, a sacrificare il suo pasto alle divinità. Vedendo che nessuno si avvicinava per gustare quell’arrosto così ben rosolato, fu preso dalla collera e aveva rigettato la carne sul fuoco, deluso e amareggiato. Era piccolo, non sapeva ancora che era il fumo ad appagare la fame degli Dei, ma si era sentito stranamente sazio, e aveva dato la colpa allo stress del vorticoso primo giorno di vita, alla tensione, ai bruciori di stomaco.

     Ermes aveva intuito, come già abbiamo visto, ma nessuno gli aveva insegnato niente: la madre non aveva detto una parola, magari stancata dal faticoso travaglio, l’unico con cui aveva parlato in vita sua era il pastore bifolco che si era divertito a pestare. Stando così le cose come poteva sapere che lui stesso era uno degli Dei dell’Olimpo, uno dei dodici titolari dell’allenatore Zeus? Se n’era uscito dalla grotta infuriato, scagliando sulle pareti le ossa delle vacche, unica risulta del rito sacrificale. Come poteva sapere se non per intuito che se avesse mangiato avrebbe infranto la sua stessa sacralità? Infatti non ne mangiò, non poteva proprio. Già adesso, del resto, non aver mangiato gli era di vantaggio, perché Apomarlowe – che faceva finta di credere che gli indizi in suo possesso fossero sufficienti per portare Ermes a giudizio, ma sotto sotto riteneva di aver preso una grossissima cantonata – non riusciva a dar forma all’immagine di un esser di pochi chili che ha da poco ingurgitato più di una tonnellata di carne. Apomarlowe temeva la figuraccia con il procuratore. Non aveva in mano uno straccio di prova! Ma a questo punto non poteva più tirarsi indietro. Decise di portare il pargolo a giudizio.

     Il giudice fu Zeus in persona, il presidente dell’Olimpo, che per mostrare tutta la sua imparzialità dette un’occhiataccia all’insubordinato Apollo e finse di non intenerirsi alla prima vista del figlio ultimo nato. Il foro era costituito da un imponente trono dorato posto su una roccia sporgente, sul quale sedeva Zeus, e sotto stava uno spiazzo con la sabbia che pareva fatto apposta per la lotta dei ragazzini. Qualche Dio in pensione si era avvicinato e assisteva in silenzio ai lati. Ermes non si intimorì, anzi si difese in modo brillante, dicendo che era appena nato, che non riusciva a digerire neanche il latte della mamma, che non capiva come si poteva accusarlo di un delitto così enorme, peraltro senza avanzare testimoni. Protestava chiedendo conto del sistema giudiziario in vigore, e domandava al giudice supremo di far ricorso alla logica, di riflettere su quello che avrebbe detto la gente quando si fosse saputo in giro che in tribunale si giudicava un neonato per un delitto che non era fisicamente in grado di compiere. Tutti si sarebbero preoccupati della salute mentale del Re dell’Olimpo! L’oratore si guardava intorno chiedendo l’approvazione dei presenti. Un numero di avanspettacolo coi fiocchi, un rinomato primattore con la sua fidata spalla. Ermes domandava alla spalla Zeus. “Lei chi è? Di nome fa Zeus, come fa di cognome?” E osservava “giudice mi sembra una parola grossa; diciamo arbitro (e faceva le corna dietro la testa); Re degli Dèi, poi, con quel barbone, somiglia più a un maestro rimbecillito”. Saltava, faceva smorfie, un comico nato. Anzi, già che c’era, lì per lì, inventò anche la comicità.

     Zeus aveva seguito il piccolo ridendo a crepapelle. Il Dio supremo in carica, a vederlo ridere così, faceva schifo di veramente, emetteva bava dalle spire che non la finivano più di contorcersi.

     Insomma, Zeus, per non sembrare da meno, inventò l’autoironia, e non avendo ancora in mente di creare gli intellettuali, nominò Ermes, senz’altro per le sue virtù falsificatorie, Dio della comunicazione e dei ladri, curiosamente insieme, tutte e due le cose, assolvendolo da qualunque reato passato, presente e futuro; solo gli domandò di restituire in amicizia le vacche al fratello Apollo.

     I Dei più morenti, ché nessuno nemmeno si ricordava i loro nomi e nemmeno nessuno si ricordava con chi erano imparentati tanto erano avi, convinti forcaioli, si allontanarono dal foro delusi, confermati nella loro opinione che Zeus si era a suo tempo riservato il ministero della giustizia non per meglio amministrarla, con il massimo di imparzialità, ma per fare come meglio gli pareva. Da quando c’era lui sul trono non c’erano più reati perseguibili: prima era stato depenalizzato il ratto, poi l’omicidio e ora anche il furto. Dove si sarebbe andati a finire…

     Ermes accettò di restituire le vacche, che del resto Apollo aveva già ritrovato, purché gli venisse riconosciuto del merito. Per accattivarsi la simpatia di Apollo gli regalò pure la chitarrina, al cui suono un giorno le pietre si sarebbero sollevate da sole andando a formare le intere mura di Tebe. Apollo ne fu incantato e regalò a sua volta a Ermes un oracolo giocattolo. Tutti e due si dimenticarono delle vacche, poverette, che a quest’ora saranno morte di stenti nell’antro della grotta”.

     Con questa storia, che molti considerano vera, che narra dell’origine dell’amicizia tra Apollo e il fratellino Ermes, nacque anche l’amicizia tra il cronachista e il tipo, che pochi giorni dopo fondarono, in un retro dello stesso pub, L’Accademia degli Inaffidabili, e dunque diedero vita alla filosofia che avrebbe condotto alla fondazione dello Stato Nòvo.

***

3 pensieri riguardo “Fiorenza, nostra Matria unica e vera (IV)”

  1. Francesco grazie. Vigilavo perché pensavo mi ingiuriassero di più di teqnofobico… che ringrazio anche lui. Passato tutto questo tempo abbasso le difese. Complimenti per la scelta delle immagini. Ciao.

  2. Se guardo a quanti hanno letto il post e, soprattutto, a quanti hanno scaricato l’e-book, penso a tutt’altro che a ingiuria-tori & af-fini – piuttosto a dei veri buongustai, lettori dal palato decisamente (af)-fine.

    fm

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