La divisione della gioia

Gianluca D’Andrea
Italo Testa

LE IMPLICAZIONI
DELLA NUDITA’:
La divisione della gioia
di Italo Testa

«Eppure, secondo la legge che vuole che nella storia non si danno ritorni a condizioni perdute, dobbiamo prepararci senza rimpianti né speranze a cercare, al di là tanto dell’identità personale che dell’identità senza persona, quella nuova figura dell’umano – o, forse, semplicemente del vivente -, quel volto al di là tanto della maschera che della facies biometrica che non riusciamo ancora a vedere, ma il cui presentimento a volte ci fa trasalire improvviso nei nostri smarrimenti come nei nostri sogni, nelle nostre incoscienze come nella nostra lucidità». (Giorgio Agamben)


    

Continua il tentativo di lettura del reale, la visione poematica come approccio a un pensiero che si confronta con i dati modificati di un mondo post-umano per svelarne le nuove coordinate. La divisione della gioia redime, attraverso formazioni stilistiche miste, e ricompone la narrazione poetica, affermando, in questo modo, la possibilità di un discorso che si riattualizza dopo una lunga frantumazione. Le modalità utilizzate emergono dall’architettura del testo: tre sezioni intersecate, tre momenti di un unico poema che è l’esistenza.
     L’atmosfera primeva, aurorale, della prima sezione, Cantieri, alba meccanica e umana, segno di una nuova vita che si illumina dei gesti consueti, senza altro senso se non l’essere (forse potremmo azzardare l’Essere) nudo con i suoi movimenti e accadimenti cui il soggetto presenzia come osservatore implicato e, nonostante l’apparente distacco, partecipe.
     Essere in ogni situazione e sentire l’irreparabilità degli eventi è il tema chiave che introduce l’intera raccolta caratterizzandola: in romea, mattina, il componimento d’apertura, l’anafora martellante, il «qui» ripetuto sette volte non lascia scampo, le coordinate uniche possibili sono nell’immanenza dell’esserci.
     La sezione centrale, che dà il titolo al libro, è un poema di relazione che si ricostituisce sommando frammenti lirici e narrativi in un clima denso di umori e tentativi di agnizione che derivano dal loro stesso accadere, quasi simultaneo: «o se appoggiata a uno schienale,/ nuda, alle undici di mattina/ ti toccherai furtiva, e senza/ più ben sapere chi siamo stati,/ quando la lampada ci cadeva/ a lato, e il letto si spostava/ dal muro, e l’acqua non bastava» (I. un luogo qualunque, p. 21, vv. 57-63); il ricordo scatena l’immaginazione trasportando con sé la possibilità degli eventi, ma è sempre nell’ hic et nunc e per mezzo della presenza del soggetto che ha luogo ogni azione, ecco perché possiamo affermare che le intenzioni dei quattro poemetti della sezione sono quelle di ri-creare il mito dell’esistere.
     La ricerca sbadata, l’illuminazione che permette al senso di sostenersi senza impalcature o intellettualismi, è ciò che La divisione della gioia ci offre, il dono di «quel seno concavo da cui risonare le voci degli altri uomini» (G. Pascoli, Il fanciullino, nottetempo, Roma 2012, p. 38), la voglia “regressiva”, se è lecito, di spogliarsi e sentire il mondo in tutte le ramificazioni e venature che vivificano l’essente, trovando la dimora in assoluto «o un istante da abitare/ fermi sulla sponda di un balcone,/ di sbieco su una sedia, dormendo,/ pensando, facendo ogni cosa» (II. ogni cosa, p. 28, vv. 79-82) che è lo stesso assoluto.
     Questa nascita del mondo, eterna e dimenticabile, eterna perché dimenticabile, che la poesia porta a riconoscere nella fine di ogni parola pronunciata, è «fare esperienza della lettera come esperienza della morte della propria lingua e della propria voce» (G. Agamben, Pascoli e il pensiero della voce, in Il fanciullino, op. cit., p. 26), è l’origine (e l’originalità) del nostro essere, in particolare del nostro essere postumi finché «anche noi saremo nudi e inermi/ con la pelle a contatto del suolo,/ i capezzoli duri e rigonfi,/ le gambe in aria spalancate,/ saremo corpi in attesa, tronchi/ riversi, distesi tra le cose» (III. questi giorni, p. 32, vv. 97-102).
     L’istanza fenomenologica non interrompe il dialogo che il soggetto compie col mondo e, anche soffermandosi sulla “cosalità” che lo caratterizza, non traspare alcuna metafisica degli oggetti, semmai una meta-fisica dell’abbandono.
     All’esistente, al desiderio di compartecipazione panica occorre «abbandonarsi, lasciarsi andare/ tra le erbe matte sul terreno/ esser così, per sempre accolti,/ confusi in quel brillio indistinto» (ibid., p. 33, vv. 113-116).
     Maurice Merleau-Ponty così si espresse nel 1945 sulla fenomenologia introducendo il concetto di “campo trascendentale”:

«Se vogliamo che la riflessione conservi all’oggetto sul quale si dirige i suoi caratteri descrittivi e lo comprenda veramente, non dobbiamo considerarla come il semplice ritorno a una ragione universale, realizzarla anticipatamente nell’irriflesso, ma dobbiamo considerarla come una operazione creativa che partecipa anch’essa alla fatticità dell’irriflesso. Ecco perché, unica fra tutte le filosofie, la fenomenologia parla di un campo trascendentale. Questo termine significa che la riflessione non ha mai sotto il suo sguardo il mondo intero e la pluralità delle monadi dispiegate e oggettivate, che essa non dispone mai se non di una veduta parziale e di un potere limitato»
(M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano 2009, pp. 105-106).

    

Il “campo trascendentale”, allora, una volta chiarito il suo significato, sembra sottendere l’intera operazione di La divisione della gioia. Si tratta, infatti, del campo a cui ogni soggetto ha accesso dalla sua particolare prospettiva e che preannuncia una potenzialità assoluta di percezione: la disposizione che ogni individuo (monade) ottiene nell’apertura o abbandono al reale che gli pertiene, che gli è vicino in ogni spostamento, per questo «[…] la nostra dimora è in un campo» (IV. in una strana luce, p. 35, v. 10), per questo è ribadito il limite (l’utilizzo deciso delle minuscole in ogni momento dell’opera agisce a tale scopo) di aderenza del soggetto alla sua visione, alla sua forma momentanea, metamorfica.
     Tutto il libro è metamorfosi, in primo luogo formale: il verso libero, le stanze del poema, le forme chiuse, le ricerche sonore ne esprimono la varietà stilistica; tematica: il paesaggio post-industriale nella prima sezione, il paesaggio mentale e relazionale delle ultime due e soprattutto le tre strade aperte dal Delta dell’ultima sezione che rimpasta il tema relazionale fino a chiudere le tre ramificazioni – le tre micro sezioni – nell’abbandono alla dis-trazione finale, nell’ultimo componimento che rimette in circolo possibilità ulteriori.
     Passando dal «mattino di vita/ che il mondo ci offriva» (lo stacco, p. 71, vv. 18-19) e dalla velocità ritmica di giostra (pp. 69-70) che, come in un vortice, ci costringe ad entrare in «questa vita, non un’altra» (giostra, p. 69, v. 1) arriviamo all’ultimo capitolo dell’opera che sembra chiudere il cerchio aperto dal mattino della prima poesia:

SBADATAMENTE

una bottiglia di plastica, tagliata
a metà, sul ripiano del lavabo
mi hai lasciato, quando te ne sei andata,
per innaffiare il nostro amore:

ma io mi dimentico, ed evado
le tue consegne, di giorno in giorno
la luce si ritira, io me ne vado
lasciando i nostri fiori in abbandono,

e così, sbadatamente, continuo
a camminare per le strade, solo,
a fuggire, allarmato, dal tuo bene,

per rincasare, affranto, a sera
scoprendo la felicità inattesa
delle tue piante ancora vive, e nuove.

(sbadatamente, p. 75).

    

È in scena una catarsi, che nella distrazione esegue la melodia che accompagna ogni esistenza, o la comprensione definitiva, poiché manifesta, di «come la sbadataggine non è che un anticipo della redenzione» (G. Agamben, Gli aiutanti, in Il giorno del giudizio, nottetempo, Roma 2004, p. 27), della nuova sacralità che il mondo impone con la sola presenza. Questa constatazione, è vero, ci priva della nostra “speciale individualità”, ma ci consente di vigilare, finalmente senza alcuna possibilità di fuga, sulla nostra vera appartenenza.
(Giugno-Luglio 2012)

 

Italo Testa, La divisione della gioia
Massa, Transeuropa Edizioni
“Nuova Poetica”, 2010

 

Testi

 

romea, mattina

qui ho appreso la luce sciolta sugli scafi al mattino
il bordo incandescente e l’anima buia dei rami,
qui ho imparato a dissipare gli occhi, la bocca, il fiato,
a calarmi all’alba dentro a un vestito di brina,
qui ho vegliato sui fossi le canne inanimate nel bianco
la frontalità ignara di pioppi eretti come ceri,
qui ho imparato a distinguere nel manto uniforme del giorno
l’intonaco di case insaponate nella nebbia,
qui ho perduto nell’acqua il tuo pegno raschiato dal cuore
e in un pomeriggio ignaro ho confuso i corpi e i volti,
qui ho consumato gli occhi sul volto lucente del mondo,
qui sull’argine alto mi sono inumato nel freddo.

 

un luogo qualunque

o sulle poltrone in prima fila,
davanti a un sipario grigio
segui in allerta la scena vuota,
come una macchia nera in un quadro
lo spazio deserto ti incornicia:

è stato sulle scale, il gradino
lucidato dai passi anonimi,
l’ombra obliqua che taglia lo stipite:

oppure è quando senza preavviso
il chiavistello con uno scatto
scuote l’uomo che dietro la porta
a torso nudo liscia il lenzuolo,

quando la sedia accostata al muro
ha mosso un’ombra dentro la stanza
e i panni inerti sul ripiano
hanno mandato un lampo nel buio:

o è stato mentre risalivi
fino al nostro primo appartamento,
la mano appoggiata al corrimano,

appena il vento ha mosso le tende
contro le assi del pavimento
e hai visto le crepe nella brocca,
ti sei voltata contro il bianco
squarcio del lino sulla parete:

o è stata la mia sete a disfarti,
lo sguardo osceno che getto al mondo
sulle braccia sode di una donna
in vestaglia, di primo mattino,
con la brama del volto coperto,
del taglio aperto lungo le natiche,

e ogni volta che le spalle forti,
ossute, come un quadrante bianco
tornavano a imprigionarmi
nel tempo del corpo sconosciuto,
in un interno spoglio e taciuto:

o è stato in una casa a due piani
sopra la croce di Sant’Andrea,
mentre anch’io nella marea
del desiderio cadevo vinto,
ansimando per la prima volta
preso tra i rami del suo ailanto,

o quando da dentro chiudevamo
le tende, a telefono spento
per sentire sul binario il treno,
senza più un gesto o un pensiero vero,
se da allora il passaggio è precluso
e non posso tornare a ciò che ero:

ma forse anch’io un giorno ho pensato
presto le macchine partiranno,
la casa sarà per noi sbarrata
e io sotto un lampione astioso
sfoglierò altre pagine, altri libri,
o camminerò lungo un parco

e nemmeno la notte potrà
nascondermi, se guarderai sotto
le tue finestre sulla panchina,

o se appoggiata a uno schienale,
nuda, alle undici di mattina
ti toccherai furtiva, e senza
più ben sapere chi siamo stati,
quando la lampada ci cadeva
a lato, e il letto si spostava
dal muro, e l’acqua non bastava:

così, se tutte le cose restano
su se stesse, come le colonne
contente di sopportare il peso,
di opporsi alla gravità che incombe
dalle architravi, dai porticati,

o i ciottoli sparsi sulle piazze,
i coppi scuri, incatramati
tra i lucernai aperti ai venti,
i fori da cui la luce piove,

e poi le griglie sui marciapiedi
impassibili a prender nota
della curvatura delle gambe,
del lino che corre tra le cosce,

come tutta stia nel suo contegno,
e accolga indifferente la luce
nella presa rapace dell’ombra
che cade sulle facciate calme,
sull’intonaco che irride i nostri
sforzi di camminare eretti,
restare fermi a un davanzale,

o i tentativi di imitare
la fissità del cielo, di statue
mute che si tengono i gomiti
nell’aria domenicale, oppure
sotto due fila di luci in fuga
posano gli occhi su una tazza
con i polsi, le labbra serrate,
le dita richiuse con fermezza:

anche così si annega l’ansia
nello specchio marmoreo di un tavolo,
anche quando la vita si piega
tra le imposte, sull’impiantito
verde, o dietro la ghigliottina
che separa il tempo dalla stanza:

nemmeno così sarà redento
questo agitarsi, questo andare
esposti a ogni buffo di vento,

o nella luce artificiale
di un neon credere che la notte
non sia notte, il verde non scintilli
immune da ogni nostro sguardo,
le merci esposte nel silenzio
di una vetrina siano lo sfondo
del nostro tranquillo sovrastare,
del dominio saldo della specie:

e quando nelle insegne luminose
che ritmano i grani dell’asfalto
hai visto il segno certo, il richiamo
ribattuto da ogni nostro passo,

o in una vetrina, controluce
hai scorto sul ripiano le pose,
le ossa spigolose del suo corpo
segnarti senza più un riparo,

come il giorno che stesa sul letto
ti sei girata, tranquilla, e hai visto
le grate che spartivano il vetro,
e alzandoti di scatto hai detto
che non sarebbe successo niente,
che tutto era ancora intatto
e mentre ti guardavo in silenzio
sei sparita nell’angolo cieco:

allora ho visto che nulla torna,
che la fragilità ci insidia
dall’interno, dentro le giunture,
s’insinua nelle vene, riveste
la piega opaca dei discorsi,

allora, chiamandoti in disparte
a fianco del letto avrei atteso,
la pelle a toccare il marmo freddo,
che tutto fosse tornato a posto,
il braccio nascosto tra le gambe,
la luce sulle mie cosce nude,
la mano a coprirti il pube:

 

lo stacco

saltavo, ancora
inarcavo la schiena
d’un soffio mi levavo
sull’asta tesa
rovesciando la testa
nella luce affondavo
fermo a mezz’aria
con un colpo di ciglia
recidevo i contorni
la pista, i blocchi
dallo sfondo acceso
riversato sugli occhi
nell’aria tersa
eri ferma, tra tanti
sulla terra battuta
le tue cosce lucenti
e tornite dal sole
nel mattino di vita
che il mondo ci offriva
tu mi guardavi scendere
cadere sul tappeto
riaprire gli occhi
volgerli in alto, al cielo
senza vedere niente
per un momento
poi, a poco a poco i tigli
gli spalti in penombra
i tuoi fermagli
brillanti nei capelli
gli altri alle tue spalle
così lontani
dove eravate stati
in quell’istante cieco
dopo lo stacco
e la torsione in volo
dove sarete quando
cadrò senza arrestarmi
sul telo verde
dove mi attenderai
con il tuo sguardo aperto
saprai aspettarmi?

 

***

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