Quaderni di RebStein (XL)

Quaderni di RebStein
XL. Luglio 2012

Francesca Canobbio

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Riverberazioni rosa (2012)
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17 pensieri riguardo “Quaderni di RebStein (XL)”

  1. Leggendo “Riverberazioni rosa” di Francesca Canobio incontriamo, in poesia, un nuovo approccio. Prevale, nella scrittura, non già il rifiuto di una piatta quotidianità, né l’immersione minimale ed acritica in essa, piuttosto l’acuta consapevolezza che il reale svanisce prima della sua totale assunzione da parte nostra. Sono perciò fortemente connotati dal punto di vista psicologico i versi seguenti:
    “Forse che solo noi /
    non siamo capaci di ritornare /
    ma solo di tramontare…”
    Essi denotano la profondità di un ‘status’ esistenziale, mai del tutto soddisfacente, venato di luci e ombre, a pensar bene, espressione della stessa abbacinante oscurità metafisica. Noterei pure che uno degli elementi ricorrenti nel testo è l’accenno alla bocca ed alle sue metafore: “bocca beata…persa…piena, becco aperto, bocca su una bocca…aperte alle bocche…bocca stretta” . Questa parte del viso è infatti da sempre un potente veicolo di umanità, attraverso di essa trascorre, in tutti i sensi, l’universo che può configurarsi dunque come un vero organismo. Una riprova inoltre del carattere innovativo di questa poesia è che non disdegna il gioco linguistico e l’ampliamento dei campi semantici. L’ottica non è solo afferente al linguaggio, perché, in un certo senso tramite di esso, mima l’apertura del messaggio intrinseco alla testualità, dunque annoveriamo sempre diversi livelli di significato in ogni testo Leggerei in tal senso questo verso:
    “Con il passo a contrappunto di uno spar(tit)o incompiuto…”.
    In equilibrio sta proprio la poesia, ispirata e volta a riscattare dai luoghi comuni anche la forma del prosimetro, senza buca del suggeritore, in una libertà che appare sempre come una conquista interiore e ‘in fieri’. Chiuderei con la citazione esemplare di questi versi per me emblematici:
    “…Io ti do pace nell’esserti salda come nel volo /
    piana plana l’ala che t’accolse e si fece di piuma /
    retta o parabola tornerà dopo aver mosso l’incanto /
    perchè meraviglia ha la foce di terra e la fonte d’arie”.
    Marzia Alunni

  2. Marzia è straordinaria… non so davvero come ringraziarla per la sapiente e tanto curata nota ai miei testi, che mi fa incontrare a me stessa, “riverberata”, per l’appunto, dalla sua luce mentale in rifrazione dalle parole alle parole, che si fa specchio acuto nonchè prezioso di riflessione.
    Grazie ancora a Marzia, dunque. :)
    E grazie anche a chi ha letto e a chi ha lasciato la sua approvazione mediante “like”.
    E ancora a Francesco, cuore generoso ed ospitale, per questo onore alla mia “minuscola”. f.

  3. Colgo l’occasione per ringraziare, a mia volta, la brava autrice e Francesco per le parole di apprezzamento alla mia interpretazione. Lieta di collaborare, resto in ascolto con responsabilità interferente e amicizia. Marzia Alunni

  4. Il senso, Francesca, che mi viene, soprattutto nella prima parte, è che i riverberi (anche lessicali) siano quelli di piedi e mani (ovvero ali) che dibattono (ovvero sbattono) intorno al cappio esistenziale, senza consentire di liberarsi nel volo (perché il volo senza caduta è fuori dalla portata umana), ma nemmeno di lasciarsi per ora completamente andare fino ad esserne soffocati. C’è insomma, qui si rivendica, una bellezza di movimento d’anatroccolo, legato al goffo riverbero del mondo, che risulta meravigliosamente impavido, consentendo il salto, non verso l’alto, ma verso l’altro, e verso l’altro più che verso le cose, consentendo “Riverberazioni rosa”, anche al di là di una morte sottesa che è presente anche come sacrificio-rituale (in diversi lemmi, ad es. “sudario”, ma altri …), oltre al richiamo a quel “cappio” del quale dicevo (e che forse è un rimando e un ricordo a C.Ruggeri).
    “Riverberazioni rosa” di una carne irrorata, che è viva, che pulsa, che si imprime, che batte…

    Brava Francesca!
    e grazie (e scusa imperdonabile ritardo).
    Un caro saluto a tutti

  5. Ciao Margherita :)
    Grazie per avermi lasciato le tue lucide, ma sempre suggestive e policrome impressioni.
    Sai quanto io ti stimi, percui sono davvero onorata della tua lettura, che bene inquadra il mio passo incerto, perchè impedito da una realtà, come tu ben dici, soffocante,questo dimenarsi goffamente intorno al vuoto esistenziale, in cui l’unica via di fuga è la fantasia, che si va cercando per puro istinto di sopravvivenza, per cercare davvero di battere quell’ l’impulso di morte che sempre è insinuato, e che certo è stato impavido nel mio passato, che mi lega appunto alla Ruggeri per il gesto estremo del volo; che a lei fu fatale e che, miracolosamente, ha risparmiato me. La follia è presente, nelle sue note bipolari, scorta di una vita vissuta all’eccesso, come tu dici, “verso l’altro”, su quel filo del rasoio che si è corso solo in virtù della libertà, ma di cui ,purtroppo, non si può dire…
    Ecco che il riverbero si vuole tingere di rosa per coprire il nero, per vendicare il lutto afasico di chi ho amato… :)

    Ti ringrazio ancora,
    e grazie all’amato Francesco, che ospita anche gli anatroccoli, oltre che i cigni :)

  6. ” Una riprova inoltre del carattere innovativo di questa poesia è che non disdegna il gioco linguistico e l’ampliamento dei campi semantici.” Estrapolando il probante periodo dall’acuto commento di Marzia Alunni, porrei ulteriormente l’accento su uno dei caratteri che rendono riconoscibile d’un subito la Scrittura di Francesca: l’andare oltre le mere categorie di Senso e Significato; quasi a confermare la teoria del Suono, del Rumore quali residuati (sublimi) seguìti a quello che possiamo definire il “Disastro della Scrittura”. Un Disastro che già non approda alle lande del Nihil (poiché, nel caso, non vi è approdo ad alcunché), ma che per/segue la via della Ri/Generazione di stilemi e moduli asfittici, nell’inquinamento di un minimalismo innestato nella povertà (e nella volgarità) del Presente.
    Raramente, come nel ‘caso’ di Francesca, si materializza un’ansia, pur composta, di una Matematica Ancestrale della Scrittura, limpido strumento che di/svela la condizione, sì, esistenziale del singolo, ma anche quella di una collettività spesso troppo sorda, cieca e silente. Se è vero che la prassi poetica è altrettanto cieca (ma possiede una sorta di ‘seconda vista’), pur essendo ebbra, è altrettanto verosimile che la disperata triade dialettica basata su “percetto-affetto-concetto” di deleuziana memoria si fa, in Francesca, referto clinico spesso impietoso di un malessere in pieno assillo esecutivo.
    Una scrittura di rarefazione, una partitura in levare ossessiva e tagliente, una catena di rumori in continua lotta per un nuovo assetto armonico.
    Un lavoro, quello di Francesca, che merita attenzione e riconoscimenti certo non superficiali o di… circostanza.

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