Giulia, sei tu?

Antonio Scavone

Giulia, sei tu?

     “Giulia, sei tu?!”… No, Meg Ryan!… A quest’ora, alle sette di sera, dal lunedì al venerdì, sono sempre io, è sempre Giulia che torna a casa dopo una giornata di lavoro, dopo aver provato a guadagnarci quattro soldi con perizie e sopralluoghi da sub-agente delle assicurazioni e puntualmente il gineceo – cioè mia madre Ester, mia zia Mucci, l’altra mia zia Lilla e mia nonna Giulia – mi chiede e si chiede se ad aprire la porta, lasciare la borsa sulla cassapanca, sistemare le buste della spesa, accendere il fornetto, chiudermi in bagno e guardarmi allo specchio per capire qualcosa di me che non sia il solito giro di domande su come e quando la mia vita prenderà altri percorsi, ecco: se sia proprio la figlia Giulia, la nipote Giulia, la nipotina Giulia che anche stasera ha riconciliato con l’esistenza e le aspettative del futuro queste donne sole e in attesa. Certo che sono io, a quest’ora: poteva mai Meg Ryan rincasare propositiva e fiduciosa, come fa di solito nei suoi film, quando i propositi o la fiducia non te la dànno gli altri ma tocca a te trasmetterla? No, questo film Meg non l’avrebbe girato: la biondina solerte e capricciosa, cocciuta e sognatrice dovrebbe imparare qualcosa da me: quando non trovi la felicità nella vita, è la vita che deve farsi avanti, non la felicità e Giulia, la biondina di corso Vittorio Emanuele, questo lo sa.
     Bussano alla porta del bagno, so chi è.
     – Giulia, la solita parlatina davanti allo specchio?
     – Sì, mamma, la solita parlatina ma ho già finito.
     – Ha chiamato tuo marito.
     – Bruno?
     – Quanti mariti hai?! Certo, Bruno.
     – Che ha detto?
     – Che tornerà domenica mattina.
     – Ma se abbiamo la comunione della figlia di Lucia!
     – Appunto, sarà qui per la comunione della figlia di Lucia.
     Gli uomini di famiglia si fanno vedere solo il sabato e la domenica: chi come mio marito perché lavora fuori città, chi come zio Tommaso perché accusato dalla moglie Lilla di aver perso il carisma di una volta quando dirigeva la “Piccola Orchestra di San Potito”, chi come zio Federico braccato dai creditori per i quali la moglie Mucci ha dovuto dichiarare la separazione dei beni, chi come mio padre perché non lavora più ma ha bisogno di ritemprarsi lo spirito costruendo navi di balsa nel casino ai Camaldolilli… La battuta è scontata, me ne rendo conto, ma è proprio un casino: siamo un gruppo di donne che incontra il suo gruppo di uomini il sabato e la domenica, preparando da mangiare, da bere, da litigare, da sospirare, da dormire.
     Esco dal bagno e vado in camera mia, mi spoglio, mi vesto comoda e aspetto che mi chiamino: intanto guardo dalla finestra lo spaccato di panorama che si gode da quassù, tra due palazzi che ci fanno ombra e mi sperdo un po’ in quel blu di Prussia che si spalma e ammanta ogni cosa, dal mare alla sagoma del Vesuvio, dal cielo a nuvole rossastre verso Capri. Mamma ha sbagliato stavolta: non mi sono fatta la parlatina davanti allo specchio, non me la sentivo, forse per quella multa che ho preso a Piazza Mazzini, a due passi da casa, per divieto di sosta o forse perché il motorino, stamattina, non ne voleva sapere di partire, oppure perché in un modo o in un altro i piccoli fastidi, i piccoli disagi alla fine si accumulano e si accavallano e non ne esci fuori: fuori ci sono altri disagi, sicuramente più grandi. Mi sorprendo però per questo silenzio prolungato, sto pensando, sì, ma i pensieri non aiutano, non ti favoriscono: c’è sempre bisogno di farli diventare suoni, cioè parole, magari anche sconclusionate e inopportune, e quindi di condividerli con chi ti sta intorno.
     – Giulia, la cena è pronta.
     Perché, in fondo, chi ti sta intorno questo si aspetta da te, che si possano scambiare idee o smanie, che si racconti per esempio com’è andata la giornata, che cosa avresti voluto per cena e purtroppo non avrai nessuna sorpresa giacché la cena era già stata programmata. È davvero strano, mi ritrovo a pensare senza parlare, come se avessi paura di trovare soluzioni in quello che vado almanaccando, come se stessi osservando i miei pensieri, o le mie fantasie, sistemati l’uno accanto all’altro sul letto, come le carte di un solitario disposte in ordine, pronte a indicare una via d’uscita e tuttavia inerti ed enigmatiche come le figure impenetrabili di un rebus da decifrare.
     – Giulia!
     – Eccomi.
     A tavola le trovo sedute ai loro posti soliti e, come sempre, mi aspettano per iniziare a cenare, che io cioè cominci a fare le porzioni del sartù di riso preparato da mamma nel pomeriggio e infilato da me nel fornetto quando sono tornata.  Non si parla ma si guarda e si ascolta: si guardano le mie mani che tagliano e distribuiscono le fette, si ascoltano i rintocchi delle posate nei piatti, l’affondo morbido e leggero delle forchette nel sartù per dividere il primo boccone e poi nonna, alla sua maniera, che invita – “Favorite?” – suscitando il “Buon appetito!” di tutte noi. E solo adesso me le osservo, le donne di casa mia, cioè di casa nostra perché continueremo a vivere tutte insieme in questa dimora-museo che ci ha lasciato il nonno, al Corso.
     Alla mia destra c’è zia Mucci che mangia pensando ai suoi due figli che stanno all’estero, uno a Londra e l’altro a Zurigo, per quei master che alla fine ti espatriano da tutto. Di fronte a me, la nonna mi guarda ansiosa come se volesse ricordarmi qualcosa che al momento le sfugge, poi c’è mia madre che mastica lentamente perché deve trovare l’occasione propizia per sottopormi senza scampo una questione sicuramente odiosa e infine zia Lilla che diligentemente prende le sue compresse prima del pasto, scuotendo debolmente la testa, come se quelle medicine non fossero altro, non siano altro che palliativi. Non sono sempre gli stessi, i gesti o le smorfie che vado notando ormai da tempo, è chiaro, ma tendono a essere sempre gli stessi, si ripetono abbastanza uguali, provocando quasi sempre le medesime riflessioni, quando ci sono, o la stessa noia quando non ti fanno riflettere alcunché.
     Devo dire che mi ci sono abituata, che mi troverei un po’ spiazzata se non vedessi quella mano di nonna che addìta qualcosa nell’aria per ricadere poi sconfitta e delusa sulla tavola, o se Lilla buttasse giù quelle sue compresse sicura di un beneficio o se Mucci non dovesse evocare di volta in volta i figli esuli o se mia madre trovasse sul serio l’occasione propizia per chiedermi francamente perché mi sia adattata a un lavoro umile e degradante, lasciando che mio marito sia libero – e da me autorizzato a sentirsi libero – da doveri e responsabilità.
     Insomma, in tutto questo asfittico ambaradan, siamo sinceri, mi sento a mio agio: più le cose mi avvolgono, mi circondano, mi punzecchiano, più riesco a fronteggiarle o a subirne il peso per prepararmi a una via di fuga. Secondo me, Damocle non doveva passarsela così male con la spada sulla testa: la minaccia che incombe può procurare due opposti risultati: o aguzza l’ingegno o stabilisce e premia il fatalismo.
     – È arrivata una lettera per te.
     – Che lettera?
     “Del Tribunale!” mi dice finalmente nonna perché finalmente ha ricordato la notizia importante che le era sfuggita.   “Sì, del Tribunale” – aggiunge Mucci – “Dev’essere una cosa seria”, “A meno che tu non abbia fatto qualche guaio che noi ignoriamo”, conclude Lilla.
     No, non è un guaio, tutt’altro: dev’essere la nomina a perito del Tribunale nelle controversie assicurative: sì, dev’essere quella… E che faccio? Niente salti di gioia, niente urli, tutto affossato e depresso dalla modestia di chi coltiva eroicamente solo la sfiducia?! Una donna architetto che sì e no ha disegnato un muretto di cinta per un giardino e che di suo non ha mai costruito niente diventa perito giudiziario a forfait sui condoni e sulle riconversioni edilizie: non è il massimo ma non resterà a lungo il minimo.
     – Che ne pensi, Giulia?
     – Bene, nonna, è quello che speravo.
     – Auguri, mia cara, te lo meriti.
     E la nonna si lascia andare a un breve applauso aspettandosi che io vada a baciarla per ringraziarla ma sto pensando ad altro, anzi non lo so a cosa sto pensando, avverto un guazzabuglio sordo e penetrante in testa, come se le carte dei miei pensieri avessero deciso per conto loro di dare una svolta a quel solitario incompiuto, o di sparpagliarsi tra i capelli per infondermi una tensione, scompaginare esitazioni, dubbi, velleità. Alla fine mando un bacio a nonna come si fa con i bambini, strizzando gli occhi e le labbra, accompagnando con le dita quel sussurro di gratitudine che lei afferra al volo, come un piccolo dono lanciato nel vuoto.
     – Giulia, non sei contenta?
     – Sì, mamma, sono contenta.
     – E lo dimostri così? Con questa faccia?
     – Sto realizzando, mamma. Non ci pensavo più.
     – Se hai detto che ci speravi?
     – Ci speravo ma non pensavo che potesse succedermi.
     – Perché tu ti accontenti.
     – No, io non mi accontento: io guardo in faccia la realtà!
     – E si vede che la tua realtà guarda da un’altra parte.
     Ecco, la sortita velenosa di mamma è arrivata. Che faccio, ora? Butto a terra il piatto col sartù? Scaravento tutto all’aria e illudendomi, per questo, di aver scombinato e riposizionato le dritte della mia vita?
     “Ester, smettila – interviene premurosamente nonna – Giulia sa quello che fa!”. “Ma non quella che è” aggiunge Lilla scagliando il suo nero di seppia, quella gratuita acidità che mi attanaglia, mi disorienta e rende ancora più opaca la mia striminzita lucidità. “Un architetto, anche se donna, guadagna quello che vuole se sa fare il suo mestiere” è il colpo di coda della seppia-Lilla. Ci vuole calma quando devi reagire a una maldicenza, ma ci vogliono anche le parole giuste e al momento purtroppo non mi vengono: avverto l’impulso di ribattere ma non basta, anche perché se non si realizza, se quello scatto non si traduce subito in una risposta convincente vuol dire che non hai convinto neppure te stessa, che sei rimasta impiastricciata in quella melassa nera che non ti fa distinguere più nulla.
     Mucci sospira e guarda davanti a sé, con le mani poggiate sulla tavola, come chi aspetti da ebete un’evenienza qualsiasi. Nonna ancora rimugina e si mortifica per il clima ostile che hanno creato mamma e Lilla e non sa darsi pace: i suoi occhi saettano dall’una all’altra delle sue figlie, le labbra si rinserrano ma non sono pronte, però, a recidere, a sfoltire quelle punte acuminate che si inalberano all’improvviso da quella che io chiamo “l’agave delle cattiverie”, la pianta preferita di Ester. Mamma, infatti, fa finta di pentirsi per quest’altra gemma ingenerosa che ha fatto crescere da questa pianta, guarda altrove come per decidere se soffocare o mostrare una posticcia lacrima di ravvedimento; Lilla sta già fumando e si ravvìa i capelli lunghi e ramati, lasciandoci capire che non torna indietro, pronta a ribadire il suo deliberato pregiudizio.
     “Il secondo non lo mangiamo?”… Ecco, questo mi è venuto da dire e il silenzio è durato ancora un po’: persino nonna, che pendeva dalle mie labbra, non si è sentita incoraggiata dalle mie parole ed ha approvato casualmente. “Lo prendo io” ha detto Mucci, alzandosi e distribuendo ad ognuna di noi una porzione di spinaci e di formaggio magro: poi si è seduta e mi ha dato la lettera del Tribunale: “Devi leggerla”.
     Apro la busta, prendo la lettera, la sfoglio e leggo ad alta voce quel che c’è scritto: che devo presentarmi il tale giorno, alla tale ora, in quell’ufficio, per accettare la nomina che mi è stata conferita. Ripiego la lettera e la consegno a chi vorrà rileggerla per controllare quanto ho annunciato ma nessuna di loro prende la lettera. Sarà perché ho usato un tono informale, quello che ti viene naturale quando arriva un telegramma di condoglianze; sarà perché dovevo ancora smaltire il disappunto per la pretestuosa malignità di mamma e di zia Lilla, sta di fatto che, pur apparendo svuotata e forse dispiaciuta alle mie donne, non mi sento né svuotata né dispiaciuta, mi sento come se non avessi parlato e ascoltato: come se fossi stata inconsapevole e spensierata… Mi correggo: inconsapevole e senza pensieri.

     “Ci andrai ad accettare la nomina?” mi chiede Mucci sfiorandomi la mano con una leggera carezza. “Sì, ci andrò” le dico con un sorriso blando ma Lilla e mamma non sono ancora persuase e nonna stavolta è più risollevata e i suoi occhi piccoli si illuminano.
     – Devi chiamare tuo marito.
     – Mamma, perché devo chiamare mio marito?!
     – Come, perché?!
     – Tu l’hai chiamato?
     – Io? Che vuoi dire?!
     – Sai, a volte penso che papà sia morto, anzi che non sia mai esistito, che io l’abbia perso quand’ero piccola e quindi non ne ho nessuna memoria.
     – Giulia, che discorsi sono?
     – Sono i discorsi delle donne senza uomini, delle donne che non sanno come occupare la loro giornata ma che sanno come occupare la giornata degli altri, tranne me e la nonna, si capisce.
     – Giulia, tu straparli.
     – Mamma, mi dici a cosa può servirti un marito che costruisce modellini di navi?! E tu zia Lilla hai richiamato zio Tommaso da quando ha dimostrato di non aver nessun talento per dirigere la sua piccola orchestra?! E tu zia Mucci hai sentito il bisogno di aiutare zio Federico per i suoi debiti?!
     Le tre donne fanno finta di essere stupefatte ma non fanno finta di non aver capito. Lilla spegne la sigaretta e si alza, Mucci non sa a cosa attaccarsi per rispondere o semplicemente per superare il momento, mamma infine si passa una mano sul volto e si massaggia la fronte, la guancia, il mento e chiude con un sospiro di sconcerto. È il momento di infierire e stavolta non mi tiro indietro: mi verso del vino, lo sorseggio, accendo una sigaretta e snocciolo, come si dice, il rosario: che siamo un gruppo di donne sole e senza avvenire, come zitelle indurite dall’abbandono, che recitiamo per ingannarci e ci inganniamo perché non abbiamo altro da fare, che siamo bloccate come la finestra della mia camera perché non possiamo afferrare il panorama se non per uno squarcio, per una fetta di mondo che resta lontana e senza vita, come una cartolina strappata. “Si può sapere che cosa ti abbiamo fatto?”, “È questo che ti dici quando ti parli allo specchio?!”, “La vita è cambiata per tutte noi ma tu sei giovane e piena di iniziative”: sono queste le risposte che mi aspettavo e non c’è bisogno di assegnarle a chi le ha pronunciate, sono buone per ognuna delle tre sorelle Scielzo D’Abruzzo, come se a turno ognuna di loro fosse mia madre o la zia più giovane o quella più vecchia e io fossi figlia di una stirpe più che di una donna e di un uomo. Ma nessuna ha risposto come avrei voluto, come voglio da cinque anni, come non riesco a pretendere: in una comunità decaduta tutto è rimandato a un tempo che non verrà mai.
     Mi alzo e me ne vado in salotto, mi stendo sul divano e fumo con voracità come se dovessi succhiare dalla sigaretta la forza che ancora mi dovrebbe sorreggere. La sigaretta finisce, la spengo e mi addormento. Non faccio sogni, non vedo immagini, non seguo pensieri: sono semplicemente stanca, stanca di vivere questa parte della mia vita che mi sta negando la voglia di credere e perseverare nella fiducia di me stessa: persevero, certo, come posso e come so, ma lo faccio per abitudine, per necessità, perché sto perdendo di vista l’obiettivo che dovrei raggiungere.
     Quando mi sveglio, trovo nonna seduta accanto a me, come una badante accanto all’inferma e davvero si occupa di me, mi chiede come sto, se mi è passata, che non devo farci caso, che le sue figlie sono fatte così, che lei non vivrà a lungo per vedere quando le cose cambieranno. Ma sono io che non mi occupo di lei, nel senso che ripenso a cinque anni fa, quando morì il marito, il nonno, comandante alla Tirrenia, lasciandoci questa casa al Corso, lasciando che le sue figlie vivessero senza problemi dopo che avevano dissipato gran parte del patrimonio di famiglia. Le figlie del comandante, ricche e vanitose, hanno continuato a vivere al di sopra dei propri mezzi come se niente fosse successo, tanto per loro la vita è una serie infinita di occasioni, di avvenimenti casuali che riguardano sempre gli altri, di fortune o disgrazie dalle quali si ritengono immuni perché, una volta, quando era vivo il nonno, non avevano bisogno di nulla e così hanno continuato, anche ora che si ha bisogno di tutto.
     Mi guardo intorno, tra i cimeli marinari dello studio, le tende, i mobili di palissandro, le statuine d’ebano, le librerie di tek, le finestre di douglas: viviamo in una casa di legni, di legni che hanno solcato i mari e che hanno perso ormai il profumo delle acque al largo. Viviamo fuori del tempo e della storia, catapultate nella cronaca per sbaglio, per eccesso: le figlie del comandante indossano abiti da crociera come nei manifesti pubblicitari degli anni Sessanta quando il nonno comandava una delle ultime navi che attraversarono l’Atlantico.
     Ester, Mucci e Lilla si fanno notare per l’eleganza raffinata anche quando devono semplicemente imbandire la tavola o infilare i panni in lavatrice, anche quando leggono le riviste di moda e attualità nel soggiorno grande, quello che si affaccia sul panorama integro e sconfinato della città, anche quando si ritirano nelle loro camere con passo felpato, come nelle cabine della loro nave personale, dove rimpiangere la mondanità fasulla della loro antica ricchezza. Sono sempre inappuntabili negli abiti che indossano, nei comportamenti che mostrano, nel fascino che si illudono ancora di suscitare: le mani sottili, le unghie curate, i capelli vaporosi, le labbra rosa confetto, i corpi ancora snelli, le gambe lunghe, gli occhi fissi e smorti, le rughe bene in vista come segno di esperienza: se ne vanno al San Carlo per una recita della Madama Butterfly, organizzano gite per Padre Pio, partecipano a incontri culturali nei salotti privati, leggono biografie e resoconti di viaggi.
     – Giulia, mi ascolti?
     – Sì, nonna.
     – Ho caldo, Giulia, ho molto caldo.
     Ester, Mucci e Lilla sono le vestali di un tempo sconsacrato ma ancora celebrano fittiziamente un ruolo di prestigio, con la presunzione di essere ancora in linea col mondo che le circonda e che da tempo ormai non le riconosce più. Il fatto è che in questa casa-museo le verità non vengono dette, si afferrano e si intuiscono negli odori che avverti, nelle luci che si fanno tenui, nel leggero fruscìo di una tenda appena smossa da un alito di vento, negli occhi di nonna che si chiudono affievolendosi per non aprirsi più… No… Non riesco a gridare, a chiedere aiuto, a chiamare mamma e le zie: mi alzo, mi avvicino a nonna, faccio per sorreggerla e lei, come se non avesse aspettato altro, si lascia cadere raggomitolandosi nelle mie braccia, reclinando la testa sulla mia mano, con l’ultimo dei suoi respiri. Guardo il suo volto docile e dolce che si ricompone e si presenta in una tenera maschera di quiete che spiana le guance, distende le palpebre, socchiude appena le labbra per un suono delicato e impercettibile, come un ultimo saluto lieve.
     Le tre sorelle entrano nel salotto e si fermano, guardano e restano immobili: davanti a loro c’è il passato e insieme quel presente infinito che hanno reiterato nelle stagioni della vita, contro le leggi della natura e dell’esistenza, ma quel passato e quel presente ora sono un fagottino, un piccolo peso che non sapranno dove conservare. Come faranno a vivere e di che vivranno ora che è finita la ragione vivente della loro vanità? E quando saremo capaci di rivelare a noi stesse, io come Ester o Mucci o Lilla, di aver allontanato gli uomini della nostra vita, giudicandoli falliti o mediocri o semplicemente incompatibili con i nostri fallimenti e le nostre mediocrità? Non c’è molto da dire, non l’abbiamo mai detto quando si doveva, sarà difficile farlo adesso. Nonna ci ha lasciate perché non ne poteva più e avrebbe tanto voluto esserci utile ma non gliel’abbiamo concesso.
     Nella casa del comandante, al Corso Vittorio Emanuele, si è vissuto scioccamente il declino della nostra famiglia, coltivando un’idea di ricchezza quando era perduta e con la smania di dominare il mondo quando ne stavamo fuori ed era nonna che ci aiutava a tirarci fuori dalle lusinghe, per essere persone, quelle persone che inseguono il proprio destino sforzandosi di cambiarlo a metà, con le mezze verità.
     Squilla il telefono e rispondo: “Chi è?”.
     – Come, “Chi è”?! Non si dice “Pronto”?!
     – Se uno è pronto, sì.
     – Giulia, sono Bruno, che hai? Ma sei tu?!
– Sì, Bruno, sono io. Ora sono io.

7 pensieri riguardo “Giulia, sei tu?”

  1. le tre sorelle… ed effettivamente il racconto odora di quell’assurdo “soft” della quiete prima della tempesta di tipo cechoviano, ma anche un po’ tristemente buffo alla palazzeschi. sarà il momento così così del tutto personale, ma con un po’ di commozione, sorrido, e rabbrividisco insieme.
    grazie, antonio scavone

  2. Con la sua solita elegante e profonda scrittura, questa volta Antonio si presenta con uno spaccato di vita dalle infinite sfaccettature che muovono il lettore ad altrettante riflessioni.
    La prima cosa che colpisce, a lettura ult imata, sembra essere quella sferzata nei confronti di quelle persone, tante, che chiudendo gli occhi e le orecchie a una cindizione di vita diversa, vivono come se nulla fosse cambiato e continuano con le parole, i gesti e le azioni dentro e fuori casa, una farsa pietosa o una fotocopia sbiadita di ciò che prima della decadenza appariva normale.
    Ma quando le circostanze della vita cambiano, l’autore sembra dirci che bisogna prendere atto della nuova verità e, di conseguenza, mutare direzione. Operazione non facile perchèrebbero volutorebbero bisogna fare i conti con il passato e compararlo col presente, operazione da cui si può uscire sconfitti oppure rinati.
    Prendendo come spunto la storia di una famiglia napoletana, un tempo benestante, Antonio mette in fila queste donne ciascuna fedele a idee ormai superate e gesti che sanno di stantìo.
    Ci vorrà la morte della più anziana, la nonna, per far parlare la protagonista, la nipote Giulia che riesce finalmente a dire alle altre quella verità che forse non avrebbero voluto ascoltare.
    Ma un momento arriva sempre nella vita e la verità, anche se feroce, può far prendere coscienza o, meglio, può fare in modo di riprendersi quella vita smarrita dentro una coltre di fumo, ma il fumo poi si dirada così Giulia, alla fine, può dire – Si, adesso sono io..

    Ma c’è una frase che Antonio mette in bocca a Giulia, una frase che ci viene sbattuta in faccia già dalla prima pagina e che, d’impatto, può lasciare il lrttore perplesso e dubbioso sulla sua verità ed efficacia……..quando non trovi la felicità nella vita, è la vita che deve farsi avanti, non la felicità………

    Ora, ma questo forse è un punto nevralgico solo per me, mi chiedo:
    cosa vogliamo intendere per felicità ?
    cosa vogliamo intendere per vita ?
    ‘azzurro
    Se la felicità è quella sensazione che parte da noi e poi spruzza d’azzurro tutti i contorni, oppure viene dal fuori-noi e ci catalizza in quella specie d’estasi dove qualunque disastro può essere percepito come normale, come può la vita farsi avanti se i due concetti sembrano essere concatenati?
    Può bastare l’acquisizione della verità per far si che si possa confermare e accettare la frase di cui sopra?
    ….e poi, se è la vita che ci deve venire incontro, di solito ci viene incontro per farci del male e noi siamo lì, ad attenderla, ad inseguirla, ma, alla fine, ciò che ci resta e solo un’ombra dispettosa che, incurante, si perde in un bosco fitto di aspettative deluse.

    Prego gentilmente Antonio di illuminarmi ma di non chiamare lo psichiatra……..

    un grande abbraccio a lui e Francesco
    jolanda

  3. ….chiedo scusa per i tanti errori ma è stata una sfida tra me e il tempo minimo di questa ancora più minima connessione.

  4. @ Lucy

    Le tre sorelle, Cechov, Palazzeschi… e chissà quanti altri riferimenti e suggestioni potrebbe suscitare il racconto di “Giulia”. Nella tua breve nota critica mi ha piacevolmente sorpreso di trovare e di intuire una “tua” simultaneità con la storia di Giulia, una tua “somiglianza” nelle piccole traversie di Giulia: non si scrive forse per riconoscersi e non si legge forse per riconoscere? Grazie, Lucia, e buon lavoro!

    @ Jolanda

    Potrebbe rivelarsi un ginepraio il distinguo e l’analisi di quella frase che hai espunto dal testo ma, più che illuminarti, cara Jolanda, vorrei semplicemente riproporti la questione postada Giulia. Giulia dice che se la felicità non si fa avanti, è la vita che deve farsi avanti, non la felicità. E’ un aut-aut, una presa di posizione, una consapevole determinazione. Concordo con tutti i significati che hai conferito alla “vita” ma forse Giulia, nella sua solitudine di moglie-figlia-nipote-precaria, voleva intendere che ne aveva abbastanza di un’estenuante ricerca della felicità (la filosofica “eudemonia” degli inglesi), di una felicità perseguita perché dovuta o estaticamente attesa. Giulia ci dà un taglio (come darà un taglio alla madre e alle zie): è la vita che deve proporre nuovi modelli o nuovi vagheggiamenti. Giulia non accetta altri compromessi e altri infingimenti. Le cose possono anche non cambiare ma che lo dicano, che siano esplicite nei loro misteri e nei loro inganni. La felicità verrà sempre cercata ma Giulia non ne può più di doverla attendere come un dono del destino. Giulia troverà il coraggio di sconfessare la madre, le zie, la ricchezza passata, il lusso perduto e quel mondo fatuo e spocchioso che stava per affossarla e che le aveva promesso la felicità. E si dirà pronta (come risponde al marito) a tornare in se stessa: la felicità avrà modo e tempo per manifestarsi, l’importante è che si manifesti la vita, ora.

    Non dovevo convincerti, è chiaro, dovevo solo togliere il velo della percezione che un racconto, lo sai, confeziona per proporre enigmaticamente idee ed emozioni.

    Un carissimo saluto a Lucy e Jolanda.

    Antonio

  5. un microcosmo a cui si è sottratta potenza e quindi un microcosmo – triste – dove l’ immobilità è presaga di altra immobilità figlia. la linfa apportata dalle nuove generazioni ha mancato di innestarsi sulla sua stessa origine lasciando cadere in qualche modo l’ azione amorosa del riprodursi della specie, accantonandola. tutti si sono ritagliati uno spazio inattivo riparato da una consuetudine infertile e nel quale l’ agire è attorto su se stesso.. la famiglia (maschi/femmine) diventa la spira di un serpente più grande che nessuna percezione riceve dal suo strisciare e a nulla partecipa: nemmeno con la “fame”. tutto è spento e gli occhi sono spalancati senza nulla vedere da un’ ansia limbica gretta e senza accessi. e anche in qualche modo inspiegabile. quando muore il passato che ha tentato di tramandare nel presente gli strumenti di modulazione a ciò che da lui si è prodotto ma senza essere ascoltato dalle coscienze nel paradosso tutto si fa più chiaro e la consapevolezza si cura con lo stesso ” male” di quello che era e che si rimpiangerà non esserci più ma troppo tardi. il cammino sarà lungo ma pur sempre un cammino ad abbattere e costruire ma forse anche il contrario, in questo caso.
    mi è piaciuto questo testo e ringrazio Francesco per averlo abbinato davvero con giusto sentire per me alla mia immagine.grazie a Francesco e ad Antonio.
    a rileggerci.
    paola

  6. @ Paola

    Ho suggerito solo uno-due volte qualche immagine di presentazione per i miei testi e mi sono sempre affidato alle percezioni e al gusto iconico di Francesco. Devo dire che quando vidi l’immagine per “Giulia, sei tu?” e cioè “Tutta la realtà” di Paola Lovisolo non potei fare a meno di compiacermi di quella scelta di Francesco. Ora che ti sei ritrovata e rivelata nel commento a questo
    racconto, non solo è più gratificante per le note che dici o per queste giornate afose che nonostante tutto ti e ci legano alla “Dimora”, ma è anche stimolante per tutto un cumulo di sollecitazioni generali-letterarie-esistenziali-etc.etc. e per quel disegno o apparato della realtà che, come nella tua composizione, è divisa e distinta in quadri, luci, riflettori, vorrei dire fazzoletti di qualcosa che accuratamente conserviamo, il più delle volte come una gemma.

    Grazie a te, Paola.

    Antonio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.