Dopo tanto esilio

Danilo Mandolini

La ricerca del proprio destino negli altri.
(Sulla poesia di
Anna Elisa De Gregorio)

Circa un anno fa ebbi modo di scrivere a proposito del primo libro di versi di Anna Elisa De Gregorio. Il libro in questione si intitola Le rondini di Manet ed è stato pubblicato, nel 2010, dalle Edizioni Polistampa di Firenze. In quell’occasione parlai di «un “dispositivo” che mette in parallelo due effetti di contrasto non dichiarandone apertamente uno. L’effetto di contrasto, l’estremo che viene dichiarato (…) è quello che mette al centro del fare poesia di Anna Elisa De Gregorio, quasi come fosse il punto di avvio per ogni riflessione, le piccole cose. Le piccole cose che interessano il poeta sono gli oggetti riposti, abbandonati o che si usano, le piante e la vita silenziosa di queste, le minime visioni degli uomini che nell’immediato tendono a svanire (l’eco delle frasi, i luoghi che si frequentano o anche solo si scorgono o che tornano per un attimo alla memoria). Questa materia e queste vicende apparentemente marginali sono come immobilizzate nel tempo che si fa sguardo vigile e sospeso ed offerto al lettore in un racconto che è volutamente leggero e minimo e, proprio per questo, unità di misura e speciale scandaglio – così li definisce Alessandro Fo nella nota introduttiva – ideali per filtrare la realtà e per esaltare quell’immenso opposto che il poeta sceglie di non dire troppo direttamente, di rendere in qualche modo nascosto, perché sa che non potrà mai essere compiutamente detto.

Stiamo parlando della vita, dell’essere al mondo di tutto ciò che nel mondo vive.». Aggiunsi, poi, che il «nostro esistere (…) è collocato dall’autrice (…) in una dimensione come sfocata che stupisce per la serenità con la quale si tenta di descrivere (…) il mistero che ci avviluppa (…) e per la disinvoltura e l’originalità con le quali si dice la vicinanza, l’irrinunciabile e naturale connessione tra le nostre vite e le nostre morti…».
Nella seconda raccolta di liriche di Anna Elisa De Gregorio, Dopo tanto esilio – da poco uscita per Raffaelli Editore di Rimini con prefazione di Davide Rondoni – riconosciamo certamente proprio il tono pacato e sereno, ma sempre intenso, della pronuncia già registrato ne Le rondini di Manet, ritroviamo ancora – in generale, come ad attraversare orizzontalmente l’intera opera – l’attenzione per le piccole cose ed il desiderio di vicinanza con l’altrui, provvisorio persistere in vita.
Due volumi, quelli citati, che non paiono, quindi, così distanti tra loro e non solo relativamente alla data di pubblicazione.
Nel testo introduttivo al secondo e nuovo libro della scrittrice anconetana Rondoni osserva come in questo lavoro si registri la continua affermazione della «presenza dell’altro (numerose sono le dediche inserite), della presenza delle cose, dei fatti»; il prefatore dichiara, inoltre, che la poetessa «esibisce materia della sua biografia e della sua memoria». Forse è qui, in questa partecipazione diretta e corposa di chi scrive alle situazioni riviste o riprese ed offerte al lettore, che sta lo scarto, il passo in avanti che viene decisamente compiuto rispetto alla precedente e prima silloge. Intendiamoci, anche ne Le rondini di Manet Anna Elisa De Gregorio attingeva dalla vasta geografia dei propri ricordi e di quelle che definiremmo le nuove percezioni a distanza di circostanze già sperimentate. In Dopo tanto esilio la componente del sentire appena evidenziata sembra in ogni caso avere parte maggiore, più rilevante (voglio dire che sembra essere utilizzata più spesso), e, in qualche modo, risultare più intensa.
Va detto, soprattutto, che questo riferirsi – meglio: questo ispirarsi – alla propria storia e ad elementi della memoria personale è sviluppato – di fatto, nella prova più recente – su due piani tra loro come paralleli. Da un lato c’è, infatti, il vivere ancora ed il donare a chi ascolta le esperienze provenienti dal proprio intimo bagaglio di reminiscenze (incluse quelle molto recenti nel tempo); dall’altro, invece, l’autrice avverte come l’urgenza di condividere, attraverso il suo sguardo di adesso (o di oggi), interpretazioni e riletture di avvenimenti accaduti a persone note ai più oppure di episodi tratti dalla pura e semplice cronaca contemporanea (anche minima e quotidiana). Rappresentativa dell’approccio appena indicato è la contrapposizione di poesie (poesie disseminate nel corpo dell’opera, intendiamoci, e comunque quasi mai vicine tra loro) in cui, da una parte e ad esempio, si dà corpo (nelle liriche intitolate Palio dell’Assunta e La vita delle pietre) alla rivisitazione di occasioni vissute e luoghi incontrati dalla poetessa nei propri trascorsi, e, dall’altra e sempre a titolo esemplificativo, si ricorda la figura di Tiberio Mitri (pugile ed attore triestino finito sotto un treno il 12 febbraio del 2001. Il riferimento, qui, è al testo intitolato Quis contra nos) e quella di un musicista di strada rumeno ucciso da un proiettile vagante, nel 2009, fra l’indifferenza di tutti (in Nessuno ha occhi).
Ma cos’è che determina la “messa in opera” di un tale meccanismo di condivisione – su più livelli, come si è accennato – dei ricordi e del percepire di cui si è dotati, di cui è dotata l’autrice? Qual è il moto primo che determina questa particolare dinamica?
Quando Rondoni scrive, sempre nell’introduzione: «…la qualità della gioia della De Gregorio è (…) simile a quella di chi conosce l’esilio, di chi conosce la diminuzione. Di chi, insomma, è passato attraverso l’umiliazione di non essere creatore della gioia, ma ospite.» non fornisce soltanto lo spunto per l’interpretazione del titolo dato al libro (Dopo tanto esilio, appunto). La gioia della poesia di Anna Elisa De Gregorio, del suo stesso produrre poesia, è probabilmente – tutta e come dichiara ancora Davide Rondoni – in questo «esilio patito (l’esilio del sentirsi ospite solo potenziale ed occasionale della gioia) e accolto singolarmente» e che «mille, mille, mille volte in altre vite» si deve tentare di condividere, con tenacia, anche solo per un istante.
La poesia come strumento di incontro con l’altro, dunque? Forse sarebbe meglio affermare, in questo caso specifico, di poesia come forma di espressione artistica attraverso la quale ritrovare il proprio destino negli altri. Questa sorta di movimento esclusivo pare essere, per Anna Elisa De Gregorio, appunto, vera e propria fonte di gioia allo stato puro piuttosto che semplice linfa consolatoria.
Grande idea di libertà, quindi; libertà dal respiro vasto e profondo. La stessa idea di libertà che porta l’autrice a spaziare, in tutta la sua produzione e per quello che riguarda l’ambito stilistico, da un verso dalla misura controllata a testi brevi ed “ingabbiati” come gli haiku e i tanka provenienti dalla tradizione lirica nipponica e alla poesia che potremmo definire (che il prefatore definisce) come “quasi narrativa”. La stessa idea di libertà che spinge la nostra a pronunciare i bellissimi versi che aprono, a mo’ di epigrafe, la sezione con lo stesso titolo del suo ultimo volume: «La polvere di cui sono fatta / viene dai quattro angoli della terra, / solo il luogo che ho scelto per nascere / è il centro del cuore di mia madre.»

 

Anna Elisa De Gregorio, Dopo tanto esilio
prefazione di Davide Rondoni
Rimini, Raffaelli Editore, 2012

 

Da Dopo tanto esilio

Quis contra nos (*)

          a Tiberio Mitri

Gli eroi poveri si chiamavano bulli
una volta, e una volta sotto il treno
s’è buttato un vecchio boxeur,
che era stato il meglio della gioventù
da pochi soldi e gran bellezza di Trieste.

Sulle rotaie abbandonato al freddo
senza più un muscolo addosso,
le ciabatte scompagnate dal corpo.
Voglio raccontarla come la bravata ultima
di un bullo, non come una misera morte.

S’incamminava il destino verso sera
dietro un vecchio confuso con passo
mirato e adescava col fischio del treno
proprio lui che aveva da tempo deciso
la tristissima strada dell’eroe.

(*) Era questo il nome della palestra diretta da Nino Tiralongo in cui si esercitava Tiberio Mitri a Trieste.

 

Da Esercizi per un’adolescenza

 

[…]

II

Belle le ragazze che canticchiano
al mare con le gambe lucidate
dalla crema, gli occhiali a camuffare
pensieri. Vanno a bagnarsi nell’acqua
e mettono mollette sui capelli.

Tornando a riva scalze come cigni
perdono ogni grazia sopra gli scogli.
Si cambiano dietro l’asciugamano
quasi fosse un camerino di attore
a proteggere il corpo più nascosto.

La fanciulla le guarda da lontano,
comanda al tempo con segnali muti
di correre a grandi passi sui giorni
perché possa spogliarsi come loro,
perché riceva uguale ammirazione.

 

III

Adesso il vento è ritornato libero
e tutto appare in ordine sul mare.
Ma una ben strana cosa era successa:
ginocchioni su una pista di sabbia
i ragazzetti giocavano al Palio.
Volavano biglie delle contrade.

Una del gruppo come fosse strega
si esercitava a governare il vento,
senza fatica ordinava i tragitti:

«Che la mia biglia arrivi per prima».
E per la forza di quella certezza
davanti a tutte vola la pallina.

Poi il vento torna al solito garbo,
rientra la terra nel consueto giro.
Lontanissima sembra ogni magia.

[…]

 

V

Ventagli di paura i ballatoi,
appena fuori la porta di casa:
correndo per le scale al portone,
già scomparse bambole e carrozzine,
persi Gianburrasca e gatto Romolo,
la fanciulla ridotta a un’ombra lunga.
Scatta l’interruttore della luce,
ma i vampiri tornano, spalancati
mantelli e dita rampicanti sul muro,
quando il tempo della lampada scade.
Cento metri di portoni sboccati
e buio fino alla tabaccheria.
Al ritorno col resto stretto in mano
il pacchetto verde di Nazionali
conquista e prova di obbedienza al padre.

[…]

 

Il palio dell’Assunta

          a G. D.

…quando la maestra Assunta in grembiule,
sguardi miopi fra un cerchio e l’altro
delle lenti, formava tenere crete di parole
con la ci aspirata e contava decalitri d’acqua
sprecati da rubinetti gocciolanti in ore,
sempre incognita la risposta al problema.
Lo scaldino fra le mani come un rosario,
vi saluto cocchine, diceva entrando la mattina.

Oggi è il sedici agosto, si corre il palio a Siena:
non so in quali terre la maestra Assunta
stia riposando adesso, a lei dedico un palio
molto privato, un profumo sempre conservato
di spighette: non i prati azzurri dell’estate,
scie che s’imbucano nell’auto all’improvviso,
piuttosto le spighe nascoste dell’infanzia,
sacchetti di grani fra il bianco degli armadi.

Vedere il pane nero che mangio durante l’intervallo
con voi e gli occhiali che mi fanno gli occhi piccoli…
È della mia malattia, stamane, che vi voglio parlare.

 

Nessuno ha occhi (**)

          per tutti i Petru Birlandeanu

Restituiti gli spiccioli al mondo
restituita fisarmonica e custodia,
restituito il respiro di una vita
mai dichiarata al marciapiede
lurido della metropolitana.

Sul pavimento si scrive il colore
rosso dell’ultimo pensiero.
In meticolosa indifferenza
un ragazzo ucciso per caso
esce dalla vita senza un amen.

Umanissima e unica telecamera
ci lascia sfocato un cuore
di memoria, circuito chiuso
sul coro che si benda gli occhi,
su due braccia disperate di moglie.

(**) Si fa riferimento a un fatto di cronaca del 2009. Nella metropolitana di Napoli un ragazzo rumeno, musicista ambulante, è stato ucciso da un proiettile vagante fra l’indifferenza di tutti.

 

I perfetti briganti (***)

Ciambelle stanche
raccolte nella coda
due anime nere:
si voltano la schiena
gatti, viole fra i sassi.

Sguardi obliqui.
Sul lilla delle malve
c’è un pettirosso
i semi dei soffioni
sono stelle pelose.

Perfetto cielo
su un angolo di verde
eppure, eppure…
trema l’aria al pensiero
di quello che tramano,

complici i pini,
fra uno sbadiglio e l’altro
i due briganti.
Aspettano occasioni
di cruente catture.

(***) Componimento formato da una sequenza di tanka (ogni tanka è composto da un haiku con l’aggiunta di due versi di sette sillabe ciascuno).

 

La vita delle pietre (****)

Fiori stretti ai rami, insetti viola
lucidi di pioggia, alberi di Giuda:
ci accompagnano in fila sui viottoli,
intorno a loro aureole di nebbia.

Va ciascuno di noi pellegrino
verso viaggi archiviati, rimozioni,
resta assorto nella sua primavera,
nella sua giacca, riparo da poco.

Davanti al Cimitero degli Ebrei,
scivolano in parte nel mare, adesso
ci sorprende il desiderio di entrare
carbonari insieme, come una volta:

seduti su lapidi superstiti
alla ricerca di padri e risposte,
in quel luogo di sconosciute morti
raccoglievamo idee come fiori.

Dall’alto una città purificata
all’apparenza, isole di ginestra,
le violacciocche spuntate dai muri
lungo strade falsamente pulite.

(****) Poesia nata ad Ancona nel Parco dedicato oggi al poeta Franco Scataglini, all’interno del quale è conservato il vecchio cimitero ebraico.

(Le note sono dell’autrice.)

 

***

2 pensieri su “Dopo tanto esilio”

  1. Ho letto attentamente le poesie di un’autrice che non conoscevo. Due le osservazioni, la prima. Cosa distingue la poesia di Anna Lisa di Gregorio, spesso piatta e priva d’emozione (tent’è che è bisognosa di note in calce) da molta altra poesia che si legge su blog di onesti amatori della scrittura? L’altra è la prefazione di Davide Rondoni, non non è lo stesso che ha prefato persino Sando Bondi comprendosi di ridicolo?

  2. Ho avuto l’onore e il piacere di recensire le due raccolte di Anna Elisa De Gregorio (“Le rondini di Manet” e “Dopo tanto esilio”). Conosco bene la sua poesia e so che è meritevole di ben’altre attenzione. Non le si addicono notazioni critiche negative basate su elementi paratestuali (le note esplicative) e su presunte defaiallances del prefatore in altri ambiti critici.
    Non si costruisce così un colloquio volto alla conoscenza della poesia!
    Mi sento di aggiungere, inoltre, che recensioni così ben strutturate come quella di Danilo Mandolini dovrebbero attivare processi di analisi del testo poetico costruttivi e dialettici e non pretestuosi.
    Ombretta Ciurnelli

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