Dopo

Antonio Scavone

Dopo

È inutile nasconderlo: sono morto sfortunato, come un passero che si trovi a volare in una rosa di pallini, un caso fortuito ma tragico, un incidente d’auto come tanti – e non correvo neppure – e ci sono rimasto secco, come si dice, senza avere il tempo di soffrire, strappato dalla continuità della vita e consegnato all’uniformità della morte, in uno spazio e in un tempo alquanto oscuri.
     Vorrei poter raccontare i dettagli del mio incidente, la cosiddetta “dinamica dei fatti” ma, che ci crediate o no, si è svolto tutto così velocemente che, come in un paradosso, quel che viene considerato rapido e conseguenziale, a me è parso invece lento e occasionale. Grossomodo, un tir mi ha tagliato la strada, come spesso succede; poi mi sono ritrovato il parabrezza in frantumi sul capo e la fronte perforata all’attaccatura dei capelli e poi niente che avesse un colore o un sapore, insomma buio assoluto, silenzio assoluto, calma assoluta: la morte. Che altro, se no?
     Sono rimasto in macchina per due ore, immobile e senza vita, prima che arrivasse la polizia per effettuare gli accertamenti del caso e dopo che l’autorità giudiziaria, d’intesa con quella sanitaria, facesse rimuovere il mio cadavere, già rinsecchito come un ramo senza linfa.
     Mi sono chiesto anch’io in che modo io stesso possa, per così dire, discettare della mia morte e delle due ore trascorse nella ferraglia contorta della mia automobile e per quale ragione possa, contemporaneamente, essere ancora presente a me stesso, proprio come se fossi vivo. Non ho trovato risposte convincenti: l’idea di una morte apparente – apparente poi a chi? – mi è sembrata solo una divagazione di scarso rilievo. D’altra parte, ammesso pure che ne avessi trovate di risposte, l’unica più convincente e incontrovertibile sarebbe stata quella di certificare, di attestare semplicemente la mia fine ma ugualmente non mi riterrei, e non mi ritengo, soddisfatto nel sentirmi esanime: vi sembrerà fuori luogo, ma vi posso assicurare che tutto ciò mi addolora, mi commuove.
     La verità è che non riesco a vedermi, a toccarmi: non ho contatti diretti con le mie membra, non ho impulsi intelligibili dal mio cervello, non ho avvertito né aliti ulteriori né rantoli definitivi. Sono morto come muore l’umanità quando muore.
     Riesco ancora a comunicare, questo sì, ma non so bene a chi, se a me stesso (e quale?) o a un peregrino “secondo” me stesso che, per un’affezione astratta e ossessiva, sia sopravvissuto al primo per il solo piacere di ascoltarmi e di giudicarmi. Non mi faccio illusioni: sono diventato qualcosa di alieno dall’uomo che ero, anche se dell’uomo che ero fino a due ore fa, conservo tuttavia e inspiegabilmente la capacità di trasmettere le frasi che immagino e che sembrano scritte e stampate dai frenetici tasti di un’immaginaria macchina per scrivere.
     È come se una parte nascosta del cervello continuasse a lavorare per conto suo, non so se per miracolo o per puro caso, ma di sicuro per se stessa e non per me, o per il resto di me che è oggettivamente deceduto, o decaduto. Ho pure ipotizzato – quanti di voi non l’hanno già fatto? – di sognare la mia morte e il seguito che ne scaturisce, ma mi vedo costretto a respingere questa tesi fascinosa, seppure consolatoria, per due motivi: innanzi tutto sono morto su un’automobile al centro di un’autostrada (ricordo ancora vivi e immediati i particolari del viaggio fino al momento dell’impatto: l’autoradio accesa, la sigaretta fra le dita, gli occhi fissi alla strada, la mente vagante in qualche fantasia), e, in secondo luogo, più che la vista, la consistenza liquida e fluente del sangue, l’aguzza e porosa sporgenza dell’osso frontale, la gelatinosa mollezza del tessuto cerebrale e un movimento di tipo rotatorio sofferto prima di spirare (come se fossi stato rigirato su me stesso) mi hanno definitivamente convinto che un sogno non raggiunge, di solito, effetti tanto realistici anche perché, nella circostanza, il naturale, atavico istinto alla conservazione è stato reciso di colpo, staccato di netto dalla realtà, come quel ramo senza linfa di cui ho detto.
     Sono persuaso di vivere, posso esprimermi così?, un momento singolare della fine della mia vita e non vorrei chiamarla, anzi non posso chiamarla “agonia” giacché la morte è stata subitanea. Vorrei invece puntualizzare la sensazione di morte non ancora compiuta che attanaglia quello che comincia a essere, o sembrare, il mio distacco dall’esistenza. Comincio dal buio assoluto nel quale sono entrato: poco prima che la mia automobile si schiantasse contro il tir, in quegli attimi ancora reali, ancora vitali, vedevo le luci dei fari, il loro alone e la prospettiva sempre più ottusa che si realizzava tra la strada, i due veicoli e l’aria.
     Mi spiego meglio: non solo, e diciamo cosi fisicamente, si restringeva lo spazio fisico nel quale la mia automobile si incartocciava nel muso di quel camion esagerato, ma anche, e stavolta nel suo significato composito, veniva ad assottigliarsi lo spazio mentale nel quale il dolore, la paura e la smania di vivere venivano prematuramente schiacciati e confusi, dispersi e smarriti dall’eccezionale rapidità dell’evento… Non mi è sembrato di morire ma, piuttosto, di passare direttamente dalla vita alla morte come saltando un fosso a piedi uniti e mi sono ritrovato, tanto per concludere l’immagine del salto, oltre il fosso con la debole fierezza di non aver fatto altro che un esercizio ginnico, senza per questo aver potuto distinguere e apprezzare lo spazio o il pericolo effettivamente superati.
     Molti si chiederanno in che modo mi senta autorizzato, non tanto a comunicare, quanto a ritenere che tale comunicazione sia di fatto intesa e percepita da destinatari più o meno prestabiliti. In realtà non ho intrapreso nessuna comunicazione né, tampoco, m’illudo di ricevere risposte, io che sono morto, da esseri umani vivi e vegeti; sono morto, sì, ma sono morto con una buona dose di cinismo e disincanto. Si tratta di una sfumatura.
     Altri invece, prendendo per buone le mie tesi, si chiederanno com’è che io possa tranquillamente argomentare sul fatto di essere deceduto e non su quello, come sarebbe lecito attendersi, di non esserci più. Devo confessare che questo tipo di questione mi trova impreparato, sebbene non abbia fatto altro che chiedermelo senza soste, da quando ne ho intuìto la pregnanza, con un puntiglio oserei dire da superstite.
     Converrà a questo punto, tratteggiare un po’ più a fondo un significato forse ideologico o forse filosofico del tema in oggetto: si può tranquillamente vivere e non avere coscienza delle cose e degli eventi che ci girano intorno, come, altrettanto tranquillamente, si muore tra le cose e gli eventi di questo mondo avendone una consapevolezza totalizzante. Questo vuol dire che le cose e il mondo girano indipendentemente dal nostro modo di vivere, ma anche che il nostro modo di vivere è un modo non sempre e non del tutto realistico o razionale e che, pur tuttavia, non ci impedisce di stare in mezzo alle cose e al mondo. Il fatto che io sia morto e che continui a comunicare, né più né meno che se fossi vivo, probabilmente ha un significato completamente estraneo al comune modo di intendere la vita e il mondo. Ma qual è questo significato?
     È pur vero che, morendo, io abbia perso la caratteristica peculiare dell’essere-nel-mondo, ma, d’altro canto, potrei giurare sul ricordo che anche da vivo io vivevo senza essere necessariamente nel mondo. Ne facevo parte, è ovvio, ma senza alcuna coessenza distintiva, senza alcuna attitudine congeniale, senza esserci insomma. L’aver recuperato questo “esserci” nel momento estremo e postremo della mia esistenza mi sembra il risultato di un essere-nel-mondo qualsiasi, di questo mondo sfuggitomi, guarda caso, proprio quando ci stavo dentro e appalesatosi, poi, quando non c’ero più.  Questo è quanto.
     Ed ora eccomi qui, spoglio di quella vitalità talvolta anche minima eppure sufficiente a farti sperare in un recupero, e quindi un ritorno nel mondo dei vivi, ma non ancora consolidata per lasciarti intravedere uno sviluppo più o meno affascinante del tuo essere “al di là” del mondo.
     La mente, o quello che ne resta, pulsa queste idee in tempo brevissimo e la coscienza, anch’essa superstite per un sedicesimo del suo potenziale, ne rielabora in formule appena comprensibili i propositi in un tempo di poco più lungo, sotto i colpi discontinui ma penetranti di quei denti aguzzi che somigliano ai tasti di una psicotica macchina per scrivere, o di una fredda e impersonale tastiera da computer. Ci sarebbe da interrogarsi, semmai, sul senso recondito o manifesto di questo mio “morirci”, o vivere la morte perdurando il decesso, più che sulle opinabili tesi di mortalità e immortalità, di esserci o non esserci. Che ci faccio io, morto, a sopravvivermi?
     E poi perché proprio io? Sono, tutto sommato, fortunato a poter ancora intercomunicarmi, dopo la disgrazia dell’incidente, oppure, per una casualità imbecille, devo solo attendere che si perfezioni la cessazione delle residue attività mentali, che quel surplus di energia diventi un acquiescente minus, una mortifican-te involuzione? Chi vivrà vedrà, mi verrebbe da dire, ma vale la pena lasciare la retorica a coloro che continuano a correre su quell’autostrada, pericolosamente e senza coscienza. Tutt’al più, tanto per illudersi sulle connessioni misteriose di questa mia morte deplorevole, potrei credere in una sorta di quintessenza ancora folgorante, dovuta agli ultimi strascichi di un coma profondo che, devitalizzando una parte cospicua del cervello, consente però alla rimanente di attuare quella che si chiama “vita vegetativa”.
     Se così fosse, e vorrei ben augurarmelo, potrei per esempio auspicarmi un delicato intervento di neurochirurgia che mi risollevasse da questa condizione, ma vi posso assicurare che, al momento, il mio corpo giace sul marmo di un tavolo d’obitorio, non sulla barella del chirurgo. Il buio che sento e che vedo non riguarda l’andirivieni dei medici o le loro ombre diafane: intorno a me non si svolge nessun recupero, nessuna salvezza e saprei bene come piangere la mia dipartita se avessi ancora lacrime per farlo.
     I tasti non battono più, i denti non affondano, il buio comincia a smuoversi, come se si spostasse nello spazio, e mi trascina a strattoni come, per dare un’idea, come quando si è in treno a sonnecchiare, sballottati dal movimento della carrozza, in un susseguirsi di piccoli sbandamenti, di cupi boati, come latrati di cani in muta, anche se amplificati dal parossismo della velocità.
     C’è silenzio, quiete, buio e freddo: un freddo dolce, come una brezza marina senza folate di vento, come stare nella cella di un frigorifero e non patirne i brividi. Sarà il gelo del mio corpo a trasmettermi questa sensazione, ma c’è qualcosa che mi seduce e mi attrae, mi fa quasi sentire bene, mi ammalia. Insomma, visto che sono morto e sono qui e non ho ancora perduto certe capacità mentali, forse dovrei sfruttare la situazione, capirne di più, vedere come va a finire. Sì, lo so, è già finita per me, ma è finita la vita che ho condotto fino a due ore fa sull’autostrada: chi mi assicura che non stia per cominciarne un’altra, di vita, quella che viene… dopo?!
     Mettetevi al mio posto: visto che ne abbiamo l’opportunità, non avreste anche voi la curiosità di svelare, una volta per sempre, il mistero che accompagna la vita e la fine della vita? Non vi sentireste attratti dalla possibilità di penetrare quel segreto millenario e di conoscerne fino in fondo le trame e gli esiti, avendone l’occasione e la facoltà, come sta capitando a me? Non so a cosa potrebbe servire questo tipo di conoscenza ulteriore in questo momento, perdurando cioè la morte fisica, ma potrebbe fornire qualche indicazione più avvincente per una definizione totale e inappellabile della vita, per esempio.
     Certo, rimarrebbe il problema di comunicare quello che scoprirò ai miei simili superstiti – sempreché, beninteso, accettassero poi per buone le notizie o le novità che riuscirei a scoprire e trasmettere – ma tanto vale provarci, cercare di capire se la vita finisca come siamo abituati a credere che finisca oppure abbia un suo strano e indecifrabile prosieguo. Bene, sono qui, che succede?
     Confesso di essere dominato da una frenesia infantile e spropositata ma vi posso assicurare che, morendo, si perdono tutti quei freni che inibiscono il più delle volte la manifestazione di desideri e ansie. Mi sto accorgendo, in altre parole, che valgo un po’ di più da morto, come se mi sentissi reintegrato in una funzione, in un ruolo, nell’inclinazione naturale del mio io, quantunque poi non abbia mai sofferto prevaricazioni o soprusi da parte degli altri, dei miei genitori per esempio, o dell’azienda nella quale lavoravo. Quando mai, da vivo, sono stato così ben disposto ad affrontare eventi tanto eccezionali? Mai, lo giuro! Non ricordo di aver mai pensato a qualcosa che non fosse la tranquilla normalità dell’esistenza, a quel modo pacifico e calmo – qualcuno, lo so, direbbe piatto – di intendere lo svolgimento delle proprie giornate di vita, da quelle significative a quelle ordinarie, dagli avvenimenti che segnano a quelli che devastano o annientano. Intendiamoci, sono sempre stato equilibrato e presente, non ho mai cercato, come si diceva, la piattezza e la consolazione, anzi mi sono battuto quand’era il caso, per il lavoro o per la famiglia, ma evitavo le esagerazioni e badavo al sodo, evitando nello stesso tempo di arrecare danni o fastidi al mio prossimo ma, come si sarà capito, risparmiandone anche a me. E ora? È così lungo il trapasso dalla vita terrena a quella metafisica?
     So a che cosa state pensando e, per certi versi, concorderei con le vostre impressioni e cioè che stia, né più né meno, preparandomi ad una sorta di giudizio finale sulla mia vita e il mio operato, ma se pure fosse vera questa sensazione, non saprei con chi esplicare il mio ultimo atto umano. Non si è presentato nessuno, tanto per dare un’immagine metaforica, nella grande sala della giuria che dovrebbe valutare tutta la mia vita: non vedo e non sento angeli o diavoli, non percepisco presenze magiche o ultraterrene: c’è solo questo buio, intorno a me, che si fa sempre più freddo, per cui sono indotto a pensare che sia solo il primo passo di una trasformazione graduale di me o del mio corpo o di quello che, tra breve, succederà in questa sala mortuaria.
     Potrebbe anche non succedere nulla, è chiaro; potrebbe essere il frutto di un’ultima illusione, di un pensiero che ancora gira e circola per i meandri della mente alla ricerca di uno spunto, di un ricordo, un gesto, un movimento…  Potrei sentirmi ancora in vita, per così dire, o credere di poter spendere qualche attimo fatale della mia morte “vitale” perché quel pensiero sfuggente che naviga ancora superstite dentro di me non ha ancora esaurito la sua energia abituale ed è probabile che io stia confondendo l’idea che mi sono fatto della mia morte incompleta con qualche insignificante rimasuglio di vitalità che va comunque spegnendosi. È come se avessi il privilegio, da nessuno mai goduto e pertanto da nessuno invidiato, di poter assistere in prima persona alle varie fini, alle varie morti che subiscono gli organi di un essere vivente quando muore. Dev’essere senz’altro così. Non si spiegherebbe, se no, questa mancanza di avvenimenti, di visioni, di prodigi che in cuor mio mi aspettavo: niente angeli, niente figure solenni e carismatiche, nessuna voce possente che parli dall’Aldilà, nessun segno simbolico di quell’entità vaga e confusa, superiore e inarrivabile, che riteniamo di dover finalmente incontrare e con la quale interagire quando ci troviamo di fronte all’eternità… E invece non è così, ha tutta l’aria di essere un appuntamento mancato, questo “rendez-vous” tanto predicato e sospirato.
     No, non c’è niente che faccia pensare a un dopo, niente che alluda ad una modificazione ulteriore, niente che sia l’inizio di quella fine esterna, immutabile, che solitamente si ritiene di dover affrontare morendo. Da questo punto di vista, l’eternità è molto deprimente; mi sento confuso e angosciato, deluso e interdetto, disorientato. Se è così che si muore, perché avviene tutto in una maniera tanto inespressiva? Perché c’è solo questo freddo che si addensa nell’oscurità e sembra del tutto fuori luogo pensare ad una sorta di… non so come chiamarla… di manifestazione, di evento chiassoso e coinvolgente come lo è, per esempio, la nascita di un individuo? Perché nascendo si viene alla luce e bisogna invece tornare nel buio morendo?… Dico cose strampalate, forse, che non stanno né in cielo né in terra ma vorrei che i miei simili, che tuttora mi sopravvivono, si rendessero conto, soprattutto quelli che professano una fede religiosa, che non c’è nessun posto da conquistare o da meritarsi, qui dalle mie parti, dove sto io e dove credo resterò per i secoli dei secoli. Non vedo intorno a me palmizi o spiagge bianche ma non vedo neppure crepacci o anfratti inquietanti: nessuno mi tormenta o mi lusinga, nessuno mi coccola o mi rimprovera, nessuno parla con me o di me nel bene come nel male. C’è solo questo freddo buio e nero che lentamente mi fa sdilinquire senza raggelarmi e, se potessi, mi rannicchierei nelle mie membra, se le avessi ancora, per sfogare con soavità un colpo di sonno improvviso, come quello che mi ha preso in macchina probabilmente, facendomi arrivare a questo punto.
     Se è questa la fine, bisogna solo provarla: solo provandola si capirebbe come per molti aspetti sia deludente e insensata, priva di qualsiasi giustificazione. Vorrei poter sentire la mia voce, vorrei presentare il mio disappunto, le mie lamentele e anche il mio raccapriccio: perché un evento come la nascita viene atteso, programmato e destinato a una serie spesso caotica di traguardi e obiettivi e un evento come la morte, invece, viene semplicemente accantonato e dimenticato? Vorrei dire: perché un evento come la morte viene così “mortificato”?
     Se è la vita quella che fa da contrappeso tra l’inizio e la fine di un’esistenza, l’inizio e la fine dovrebbero restare uguali, immuni da qualsiasi contaminazione, perfetti e inalienabili, ma vi posso assicurare che non è così. Sono morto senza sapere dove andrò a finire, senza capire cosa avrei trovato dopo la morte e ora che l’ho trovato, ora che l’ho capito, non riesco a spiegarmi cosa c’era prima, cosa avevo prima di farmi saltare il cervello nel muso di quel maledetto tir.
     Avrei voluto tanto, pur nel buio che mi circonda, ascoltare un battimano, percepire un sorriso, immaginarmi qualche volto lieto che, chinandosi su di me, prossimo alla fine, m’avrebbe ammiccato amichevolmente, come per dirmi “Coraggio, non è finita, tutto passa”. Sono frasi fatte, modi di dire, luoghi comuni ma mettetevi al mio posto, assumete la mia stessa disposizione d’animo, preparatevi a consumare quello che c’è dopo la vita, questa lunga, infinita e fredda inadeguatezza che non so quando porterò a termine. Come vi sentireste? Cosa vi aspettereste?
     Che ne sarà ora della mia morte? Per quanto tempo resterò a scervellarmi su quel che è successo? Quante altre volte dovrò morire prima di chiudere sul serio questa mia fine incerta e indecisa? Avrei voglia di piangere, mi sento depresso, umiliato, annichilito: è questo il supplizio che bisogna patire, una volta morti? Questo il castigo da affrontare quando non siamo più vivi e vegeti e cioè contemplare da ebeti il niente, il buio e il freddo che ci circondano? E qual è o quale sarebbe la ragione di questa grama contemplazione, di questa fatua consolazione? Sarà che da vivo mi piaceva puntualizzare tutte le questioni che la vita mi presentava, sarà che sono pignolo, sarà che cerco sempre il pelo nell’uovo ma non mi ritengo soddisfatto di aver cercato e trovato il pelo: quello che mi sconforta e mi delude è il non aver trovato l’uovo.
     Vorrei proprio sapere perché mi è toccata questa fine così tragica e così incompiuta: non che mi aspettassi molto dalla mia dipartita – prudente come sono, anzi come ero, avevo assicurato mia moglie e mio figlio sulla mia “premorienza” come dicono gli assicuratori, cioè su una mia morte prematura – ma non mi aspettavo certo di finire senza una fine, senza un risvolto, senza un significato.
     Sarà una questione di DNA, sarà una categoria filosofica, un dogma religioso ma qualcuno dovrà intervenire, dovrà modificare gli assetti del divenire esistenziale e non lo dico per me, lo dico per quelli che credono o si illudono in un esito esaltante e riparatore. Qui non c’è niente da esaltare o riparare, da sconvolgere o trasmutare ulteriormente: non mi trasformerò in pianta o lombrico, non trasmigrerò in altri individui, non interverrò nei sogni dei miei cari, non darò consigli o numeri da giocare. Resterò qui, dove c’è buio e freddo, a ripetere all’infinito l’attimo in cui la mia vita è stata spezzata, a cercare senza trovarli i Campi Elisi, l’Ade, il Regno dei Cieli: tanto vale, allora, chiuderla sul serio la questione, decretarne consapevolmente l’inconsistenza.
     Bene, se dopo la vita non c’è niente, dovrò convincermi di essere diventato nessuno, di non aver un nome, un destino, una finalità: uguale, più o meno, a quello che ero prima di venire al mondo e poiché mi sta costando troppa fatica uscire dal mondo vorrei mandare un ultimo messaggio a quelli che mi sopravvivono: se vi càpita di morire all’improvviso non perdete tempo ad almanaccare idee o ipotesi, chiudete il libro della vostra esistenza e fumatevi una sigaretta…

     …
     – Questo è quello dell’incidente sull’autostrada?
     – E non lo vedi? E’ tutto spappolato.
     – Correva come un pazzo.
     – No, la stradale dice che gli è piombato addosso un tir.
     – Guarda la faccia: ha un’espressione tranquilla, le labbra socchiuse come se stesse fischiettando…
     – No, come se stesse espirando il fumo di una sigaretta, la sua ultima sigaretta.

 

***

6 pensieri su “Dopo”

  1. Commovente e gelido questo racconto.
    Commovente perchè la morte è comunque commovente, gelido perchè, mentre leggevo, nonostante il caldo assurdo, il gelo s’insinuava sulla mia pelle tanto da farmi pensare che, forse, su quel tavolo di marmo, c’era anche il mio corpo.

    Parlare della morte non è certo facile e sul Dopo le convinzioni sono tante. non mi azzardo certo in un campo così minato perchè anch’io, ancora, sono in fase di riflessione.

    Certo, Antonio, che quel buio, fa proprio venire i brividi!

    Non vado oltre nella speranza di poter leggere commenti più corposi e pregnanti.

    Ancora abbracci per te, per francesco e per tutti gli ospiti di questa unica e magica dimora.

    jolanda

  2. C’è silenzio, quiete, buio e freddo…
    reduce dalle Conversazioni con i morti, non posso che rabbrividire e sentire allo stesso tempo una malinconica e lancinante fratellanza con il “vuoto” dell’aldilà di Antonio Scavone, di cui apprezzo sempre più la lucentezza affabulatoria.

  3. @ Lucy

    In “Conversazioni con i morti” (che ho apprezzato di straforo) Lucia “conversava” appunto con i morti, le assenze, le mancanze che – proprio perché mancanti o latitanti – assumevano, per incanto o solidarietà, il ruolo di interlocutori o di destinatari per quel cumulo di idee e sentimenti, atti o ricordi che si instaurano
    “dopo” un certo tempo, “dopo” l’acquisizione di un certo modo di intendere il proprio essere-nel-mondo. In questo racconto, lo “Spoon River” è riferito a uno solo, al protagonista che da trapassato conversa con se stesso e del suo essere-in-se-stesso più che nel mondo. Il tema può essere spigoloso, impietoso, antipatico ma è solo l’altra faccia del vivere, di quel vivere che sicuramente si blocca nell’atto finale ma che – per incanto o per la smania di essere – facciamo vivere anche oltre, anche dopo e raccontare il dopo risponde all’esigenza di illustrare a se stessi (o a ognuno di noi che si esprime letterariamente) il percorso dell’avventura esistenziale di tutti noi, con un po’ di malinconia. E’ una “pathetic fallacy”? Non credo. In questo percorso, Lucia, c’è quella fratellanza di cui parli, di cui ti sono grato e che deliberatamente e liberamente ci accomuna.

    @ Jolanda

    Il racconto, come osservi con la tua fresca acutezza, è commovente e gelido eppure non intende scatenare una solidarietà spicciola. E’ un racconto puzzle, un racconto tirato – è il caso di dire – fino alle estreme conseguenze e non certo per stupire il lettore ma per presentare un’idea, una piattaforma emotiva più che logico-filosofica che possa essere praticabile al di là di stereotipi oppure, meglio, prima che quegli stereotipi ci inducano in una passiva compassione. La compassione è semmai attiva ed energica (o, paradossalmente, energetica). Il protagonista, in fondo, si rammarica di dover continuare a morire, di essersi imbattuto in una morte senza fine, in una fine inespressiva e inconcludente. Ci immedesimiamo nel suo viatico: stiamo anche noi sul marmo dove giace il suo corpo col suo io e il buio freddo non ci aiuta ma, come sai, neanche il buio freddo dell’esistenza in vita ci aiuta quando la vita è grama e tuttavia il racconto “Prima” non abbiamo tempo e voglia di scriverlo, di scrivercelo.

    Grazie a Lucy e a Jolanda e un saluto carissimo

    Antonio

  4. Che ci faccio io, morto, a sopravvivermi? E’ sempre una bella domanda.

    ” Bene, se dopo la vita non c’è niente, dovrò convincermi di essere diventato nessuno, di non aver un nome, un destino, una finalità: uguale, più o meno, a quello che ero prima di venire al mondo… ” Mi dai una buona notizia, non avrò turbamenti: per me, infatti, è uguale anche durante lo stare al mondo.

    Il mio dubbio è che hai avuto, in vita, troppa reputazione, e che ti sei meritato il paradiso. Sì, il clima è più temperato, ma per la compagnia è meglio l’inferno: Twain lo diceva chiaro che in paradiso ci s’annoia…

    Infine, se con il tempo cambi idea sull’avere contatti con gli umani e mi vuoi dare un terno ogni tanto, fatti dare la mia mail da Francesco.

    Ps: la mia sensazione letteraria è che sia più il primo capitolo di un romanzo che un racconto.

  5. Anni fa, mi ero immaginato l’inferno esattamente così, una coscienza abbandonata nel nulla con tutte le sue facoltà “astratte” (essenzialmente linguaggio e memoria) ancora intatte. Il freddo e il buio riportati dal racconto rompono un po’ la purezza dell’idea in quanto rappresentano pur sempre degli “input” sensoriali. Più in generale, penso che solo un dio sadico appronterebbe una trappola simile, mi sembra assai più probabile l’ipotesi di un dio indifferente (o inesistente) che ci lascia dissolvere dolcemente, come già ci accade nel sonno senza sogni. Racconto scritto bene.

  6. @ elio_c

    La purezza dell’idea si manifesta e si consolida attraverso la drammaturgia della fabula: gli “input” sensoriali non sono ovviamente effetti speciali, sono piuttosto gli assi portanti (sub specie aeternitatis, quindi simulacri) di una storia che racconta il nulla nella sua versione più “docile” e angosciosa. Il sonno senza sogni è la piattaforma di una narrazione inpossibile eppure tanto familiare e vagheggiata (ne parlava già Hemingway).

    Antonio

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...