Gadda, Carlo Emilio (X)

Giancarlo Mazzacurati
Carlo Emilio Gadda
Giovanni Campi

18-12-1986

Il tema del sogno è uno dei temi cui ci si imbatte percorrendo gli itinerarj gaddiani (1), quasi una tappa obbligata, necessaria: si veda, per esempio, il sogno ultimo del Pasticciaccio, e per farlo seguiamo ancora Roscioni nel IV° capitolo de La disarmonia prestabilita, intitolato a Il groviglio conoscitivo:

“Nel Pasticciaccio le pagine di massima tensione espressiva, quelle in cui si snoda il sogno del brigadiere Pestalozzi, costituiscono quasi uno jato o una parentesi nella narrazione. Allontanatasi come dietro una nuvola di polvere o di fumo la motocicletta del brigadiere, l’azione s’interrompe per dar luogo al flash-back onirico

“fu allora che gli riemerse e rilampeggiò nella mente, allucinata dal risveglio a ora presta, l’interminabile sogno della notte”,

e l’autore può in tutta libertà prodursi in un mirabolante esercizio di fantasia e deformazione verbale. Il topazio cercato dal Pestalozzi cessa d’essere un oggetto per diventare un nome, e un nome privo della sua funzione denominatrice. Ridotto a semplice suono, esso si scompone in gruppi sillabici asemantici e che pajono voler sottolineare immaginarie etimologie. Questi gruppi si uniscono ad altri gruppi e frammenti di parole, e danno origine a bizzarre malformazioni. Ne nasce una sequela di proposizioni tenute insieme non tanto da vincoli logici, quanto da rapporti di associazione fonetica, e in cui la lettera “z” funge da fonema-feticcio:

“Aveva veduto nel sonno, o sognato…. Che diavolo era stato capace di sognare?… uno strano essere, un pazzo: un topazio. Aveva sognato un topazio: che cos’è, infine, un topazio? un vetro sfaccettato, una specie di fanale giallo giallo, che ingrossava, ingrandiva d’attimo in attimo fino ad essere poi subito un girasole, un disco maligno che gli sfuggiva rotolando innanzi e pressoché al disotto della ruota della macchina, per muta magia. La marchesa lo voleva lei, il topazio, era sbronza, strillava e minacciava, pestava i piedi, la faccia stranita in un pallore diceva delle porcherie in veneziano, o in un dialetto spagnolo, più probabile. Aveva fatto una razziata al generale Rebaudengo perché i suoi carabinieri non erano buoni a raggiungerlo su nessuna strada o stradazia, il topazio maledetto, il giallazio. Tantoché al passaggio a livello di Casal Bruciato il vetrone girasole… per fil a dest! E’ s’era involato lungo le rotaje cangiando sua figura in topaccio e ridarellava topo-topo-topo-topo: e il Roma-Napoli filava filava a tutta corsa dietro al crepuscolo e pressoché già nella notte e nella tenebra circèa, diademato di lampi e di scintille spettrali sul pantografo, lucanocervo saturato d’elettrico. Fintantoché avvedutosi come non gli bastava a salvezza della rotolata pazza lungo le parallele fuggenti, il topo-topazio s’era derogato di rotaja. […] La contessa, tra languide nenie, dimandava una fiala al sonno, all’oblio: ai ghirigori vani, agli smarrimenti del sogno. Del sogno di non essere.

Il “topazio”, per ciò, diventa un elemento animato prima nella fantasia e poi nel sogno, per divenire poi un altro elemento, diverso da sé, inanimato: il sogno è, dunque, quasi fecondatore, nel senso che mette alla luce un che altro: è questo il momento in cui ricade la sua specifica lettura del freudismo diffusosi nella cultura novecentesca.
È da dire come Gadda sia il primo, in Italia, a infrangere quella cupola di silenzio che racchiudeva, cosí emarginandola dal dibattito culturale, tutta la cultura, appunto, che poteva essere o d’origine o d’estrazione ebraica. In ogni carriera letteraria, e artistica in genere, v’è sempre un momento di frattura che poi si ricompone in altro e diverso luogo di scrittura; si disgiunge un che, e si ricongiunge ad un che altro; e questo ‘che altro’ si ricongiunge proprio in ragione del fatto che si disgiunge da altra cosa, o parola, che si compie uno strappo, una lacerazione: per esempio, un tipico passaggio della scrittura gaddiana è quello che rappresenta il dilacerarsi di quella patetica mascheratura composta dai suoi cattivi umori, all’esplosione di essi umori appunto, l’esplosione della rabbia, del furore, dell’umore quale che sia, dalla tana in cui era; è per questo che s’usa dire, della sua scrittura, che è strettamente ‘umorale’.
Gadda trova lo spazio culturale adatto ad esprimersi, consono all’espressione di sé; lo trova appunto attraverso la disseminazione di tracce di sé, mediante questo spargimento a tratti di sé, apparentemente, e solo apparentemente, senza ordine, e non infrequentemente: è chiaro che a quel punto egli non avrebbe piú potuto tornare indietro, fare un’inversione, come se la sua fosse stata una scelta, e quanto necessaria; è altresí chiaro come egli non possa piú percorrere parimenti il medesimo cammino di quelle avanguardie che desideravano una completa palingenesi, un rinnovamento profondo, una trasformazione radicale delle strutture (politiche o sociali o di costume), non avrebbe potuto ché egli doveva essere all’interno del luogo letterario, dentro al fatto letterario, alla cosa letteraria. Certo è che in questi primi decenni del secolo la scienza pare essersi dissipata, disseminata e dispersa, questo in quanto non sembrano esistere piú dei parametri tali da, in qualche modo, centralizzare i comportamenti, e quelli morali e quelli estetici. E dunque non si possono nominare né il ‘positivismo’, né tampoco il ‘realismo’, in quanto che queste correnti non posseggono quelle nozioni centrali da racchiudere e onnicomprendere il tutto, anzi, v’è l’ambiguità, e il dubbio, e la relatività. Saussure parte dalla natura “multiforme ed eteroclita” del linguaggio, che a prima vista si rivela come una realtà inclassificabile, da cui non si può ricavare l’unità, giacché questa realtà è ad un tempo fisica, fisiologica e psichica, individuale e sociale. Orbene, tale disordine viene meno se, da questo tutto eteroclito, si astrae un puro oggetto sociale, insieme sistematico delle convenzioni necessarie alla comunicazione, indifferente alla materia dei segnali che lo compongono; si tratta della “lingua”, di fronte alla quale la “parola” rappresenta la parte meramente individuale del linguaggio (fonazione, realizzazione delle regole o combinazioni contingenti di segni). Se si vuole la ‘lingua’ è quindi il ‘linguaggio’ meno la ’parola’; è una istituzione sociale e in pari tempo un sistema di valori. Di fronte alla ‘lingua’, come istituzione e sistema, la ‘parola’ è essenzialmente un atto individuale di selezione e di attualizzazione; in primo luogo essa è costituita dalle “combinazioni grazie alle quali il soggetto parlante può utilizzare il codice della lingua per esprimere il suo pensiero personale”, e poi dai “meccanismi psicotici che permettono al soggetto stesso di esteriorizzare queste combinazioni”.(2)
Questi dubbj, queste ambiguità, queste relatività sono dunque dei sintomi d’una nebulosa di frantumazioni, dei sintomi d’una mancanza di forme definite e di uniformità, dove, per ciò, non esiste, né può esistere, un luogo centrale che sia esaustivo, esauriente; ed infatti esiste piuttosto un luogo fatto essenzialmente di paure, un luogo in cui il reale, nello specifico della letteratura, deve divenire altra cosa. Ecco che allora in Italia si sviluppa un’azione periferica da parte del gruppo di Solaria, ed ecco che Massimo Bontempelli fonda una rivista che, lungi dall’essere autarchica, piú tosto tende ad avere un respiro internazionale: agli inizj, agli esordj, tutti i collaboratori scrivevano in francese; veniva predicato come modello centrale dell’organizzazione quello che può ben essere definito ‘realismo magico’, dove sembra che vi sia una sorta d’antagonismo dei due termini; comunque sia, esso è un prodotto della fine dell’ottocento allorquando ci si avvia ad una sempre piú diffusa metropolizzazione, peraltro poi aspirata, quasi agognata, dai futuristi prima, dai dadaisti poi: si desidera creare e fondare un grande laboratorio dove far confluire le idee, e dunque un laboratorio non chiuso, bensí aperto a tutti coloro vi vogliano collaborare, dove le cose entrino cosí in un rapporto non solo benevolo, ma anche conflittuale, e comunque in un rapporto d’imprevisto con le altre cose, dove le cose, per ciò, esistono soltanto nella mobilità – e qui entra il ruolo della metropoli, un ruolo consono alla mobilità appunto, – dove le cose siano un fatto alchemico, magico, dove ci sia una storia segreta delle cose, dove queste, scomparendo, lascino comunque una scia di sé, dove non sia solo il ‘qui’ ma contemporaneamente ci sia anche ‘l’altrove’, dove dunque non possa piú esistere una descrizione composta, ordinata, ma anzi debba esistere una descrizione composita, frammentaria, eterogenea, come una emulsione, dove ci sia quella sciabolata di luci e di ombre come nelle città, nelle metropoli, dove si possa realizzare quasi una nuova dimensione, la dimensione onirica, dove siano realizzabili altresí, e facilmente, dei grandi scambj internazionali, in special modo con la Francia, ma non solo con essa, anche con la Germania. Può apparire sorprendente il fatto che, mentre vanno abolendosi alcune forme di libertà da parte del regime fascista evolventesi sempre piú verso principj dittatoriali, può essere sorprendente il fatto che taluni componenti della cultura giovanile manifestino tanto desiderio di scambio, di fioritura della cultura, ma smette di essere sorprendente allorché si esamini un altro aspetto, quello per cui non si dibatte piú a livello politico: e dunque, questa particolare indole all’interscambio di idee e di cultura a livello internazionale manifestatasi nelle riviste di Novecento prima e di Solaria poi, e contemporaneamente di Vanguarde, la rivista francese dell’epoca; questa particolare caratteristica, tanto è possibile, solo in quanto non avviene piú un dibattito sulla politica, l’unico dibattito essendo quello strettamente culturale: ci si muove in un’atmosfera di cautela, di prudenza; si desidera soltanto scavare una propria nicchia attraverso una sorta di progressiva quanto irrefrenabile astensione; ed è per queste ragioni che o si è conservatori, nazionalisti, o altrimenti si ha bisogno di una sorta di delega, in quanto se si dovesse prendere una strada differente da quella ufficiale, da quel binario dell’ufficialità, questa scelta verrà scontata in seguito allorquando le misure adottate nei confronti di costoro diverranno piú severe, in alcuni casi anche repressive. Ma, non ostante ciò, è certo che ancora negli anni che vanno dal ’27 al ’32, e cioè in quegli anni in cui ancora la dittatura non s’era fatta stato, ebbene, è certo che in questi anni si può avere ancora un sentimento europeo, un desiderio dell’internazionalismo, e si parla, ben inteso, d’un’Italia già profondamente fascista.
Comunque, tornando a Gadda, e tornando al sogno, torniamo di nuovo alle parole di Roscioni:

”o tornando al parossismo della divagazione che è implicitamente motivato dal fatto che l’immagine è vista attraverso il diaframma psicologico dell’allucinato, imbambolato dal sonno… vi sono, naturalmente, anche pagine per le quali non sarebbe possibile produrre altrettanto esplicite giustificazioni della tensione espressiva e del gioco verbale. Ma che queste vi siano in testi che sono tra i più rappresentativi dell’invenzione linguistica e dell’immaginativa gaddiana non può ritenersi casuale. Tanto più che un simile distacco tra l’autore – e al sua fede nella realtà delle cose, dei fatti narrati – e la deformazione linguistica collima perfettamente con quanto Gadda ha in più occasioni affermato sulla natura dello “spasmo” verbale e della maccheronea, cioè dal pastiche linguistico. “Le più volte è un gioco”, ma “gioco definitore o disgiuntore”, “burla utile”. Esso presuppone

“motivi teoretici e motivi pratici i quali ne spingano a volutamente disgregare la materia infima già offerta alla elaborazione personale; fino a dissolverla, a denegarla, a svuotarla d’ogni acquisita realtà” (I viaggi, la morte).

Il pasticcio, il disordine è insomma o mimesi della deformazione reale, o deliberata disgregazione di un ordine apparente, propedeutica alla creazione di una nuova realtà. In quest’ultima accezione esso è l’equivalente, sul piano linguistico, dello “sviluppo apparentemente disordinato” sul piano della favola: un congegno atto a demolire e a ricostruire, un mezzo di polemica e di ricerca. Sotto questo profilo pochi scrittori possono dirsi ‘engagés’ come Gadda. Se egli avversa le tesi e i messaggj semplificanti, il “personaggio araldo”, d’altro canto giudica pericoloso trascurare il rapporto tra letteratura e realtà etiche:

“Come la tesi, piccina e gretta, promana il tonfo di una chiusa miseria, suscita il prepotente bisogno di spalancar le finestre: vien voglia di prendere il sicuro assertore e di trascinarlo per una corsa pazza nel mondo, che veda: che rinuncj a stillare i teoremi della meschinità; la negazione così di un fine possibile, di uno sviluppo possibile, di una norma o di una legge o di una coordinazione possibile inaridisce le fonti stesse della espressione”(I viaggi, la morte).

La letteratura sembra essere per Gadda quello che, secondo le sue stesse parole, è per Shakespeare il teatro, cioè “l’indefettibile strumento per la scoperta e la enunciazione della verità”. È quasi superfluo osservare che Gadda, se mai ha inteso realizzare con la sua opera un così arduo programma, si rivela talvolta un impenitente trasgressore del codice etico e poetico da lui stesso proposto. Non è infatti difficile coglierlo in flagrante atto di sconnettere ogni plausibile struttura del racconto, o di disgregare il materiale espressivo, senza che dell’operazione risulti quel senso di deliberata confutazione logica, di beffa sconsacrante che illumina, della luce dell’intelligenza “separatrice” e chiarificatrice, le sue migliori pagine “barocche”. Lo “sviluppo apparentemente disordinato” il cui obiettivo ultimo era “organare il groviglio conoscitivo”, si traduce allora in un disordine preterintenzionale: inefficace, o addirittura controproducente ai fini della programmata polemica contro “ogni abuso che d’ogni modo e forma del ragionare e del dire venga fatto”. Gadda vede, cioè, periclitare le impalcature ch’egli destina a reggere gli arzigogolati stucchi delle “digressioni”, e l’edificio della sua prosa si sfigura nel moltiplicarsi delle sovrastrutture, dei riccioli, che, si direbbe al di fuori di ogni controllo del progettista, il materiale stesso produce: sovrastrutture e riccioli che sono, è vero, ingredienti necessarj al pasticcio tematico-linguistico, indispensabili elementi di una siffatta architettura letteraria, ma che, tuttavia, compromettono quegli intenti analitici, quei propositi ordinatori che Gadda non ha mai cessato di considerare quali irrinunciabili funzioni e proprietà del racconto:

“Ogni ipotesi, ogni deduzione, per ben congegnata che fosse, risultava offrire un punto debole, come una rete che si smaglia. E il pesciolino… addio! Il pesciolino della ricostruzione impeccabile” (Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana).

Cosí accade anche nella ricostruzione che doveva seguire, nello svolgimento della ricerca e della narrazione, all’analisi demolitrice di Gadda. Né vale obiettare che la pesca, l’unica pesca possibile è appunto la scoperta dell’inevitabile smagliatura della rete. Lo scopo che si prefiggeva era infatti diverso, il caos doveva trasformarsi in un cosmo, e dai “cubi neri dell’ombra” dovevano emergere, chiari e nitidi, i contorni e le ragioni delle cose.
[…]
C’è da chiedersi in quale misura Gadda sia riuscito a tradurre nell’impianto dei suoi libri le suggestioni dello strutturalismo organicistico ottocentesco. I capitoli iniziali dei romanzi e, più esplicitamente, le note costruttive, rivelano un’esigenza d’ordine e di compattezza strutturale che trova scarsa rispondenza nella effettiva realizzazione delle opere intere e dei frammenti di opere successivamente pubblicate. […] Di fronte a un disegno così rigoroso, l’inadempienza dell’autore non è mai stata volontaria. […] L’aborrita realtà del pasticcio […] si conciliava assai bene con l’idea, che era venuta maturando, dell’onnitravolgente “deformazione”, e con la sua vocazione di scrittore anfibologico e maccheronizzante.”).

Dopo il discorso sul sogno, ne arriva un altro che è ancora piú tipicamente suo: allorché parla di “meccanismo segreto della conseguenza”, intendendo con ciò il principio di causa-effetto, quel principio che, per lui, era il principio ordinatore, ebbene, quando parla di questo ‘meccanismo’ dice anche che “era non soltanto ignoto ma era volutamente ignorato”, per cui è da intendere come egli voglia deliberatamente ignorare, e questo perché il mondo non fosse quello della quotidianeità, ma piú tosto un mondo come quello di “Alice nel paese delle meraviglie” e cioè il mondo della letteratura, quel mondo che non può piú essere quello realista: abbisogna, si potrebbe dire, della creazione ab novo di un altro mondo. Il mondo reale viene separato, frantumato, disgiunto dalla fantasia; cosí facendo, però, viene smarrito affatto il senso dell’oggetto, viene disperso l’io del sapere collettivo, l’io della scienza, l’io, cioè, che ordina e che interpreta: l’io non esiste piú, esplode in pulviscolo; c’è dunque questa rivoluzione del soggetto e, al contempo, anzi, di conseguenza, la sua esplosione. Egli segue la scienza kantiana, comune in questo ancora una volta a Musil, per cui gli effetti sono ricostruiti solo a partire da una catena di altri effetti, di cause e dunque di concause: nessun evento è mai chiaro, ma anzi è quanto mai labile. Egli scatena la rifondazione della realtà a partire dal sogno.

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Note

(1) Federico Bertoni – Sogno

(2) qui il capitolo finale del già citato Studio su Gadda di Roscioni, in cui vi sono esplicitate altre comparazioni con Saussure:
Gian Carlo Roscioni – Introduzione a Meditazione milanese
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1 commento su “Gadda, Carlo Emilio (X)”

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