Pezzo di ricambio

Antonio Scavone

Pezzo di ricambio

     Il problema non è indossare le calze ai piedi ma infilare i piedi nelle calze. È una questione di coordinazione, ma anche di perizia e di assuefazione. Un anno fa non me lo sarei mai posto, questo problema, l’avrei giudicato ridicolo e futile, ma un anno fa non potevo immaginare quello che mi sarebbe successo e mai avrei pensato che sarebbe successo a me.
     Secondo i modi di dire correnti, sono un andicappato, o disabile, o diversamente abile. In realtà, come diceva mia madre con quel suo inimitabile disincanto a proposito delle persone menomate, sono semplicemente un pezzo di ricambio che, da solo, non può sostituire la macchina per la quale è stato costruito e che anzi avrebbe bisogno di una nuova macchina, per servire ancora a qualcosa.
     Cadere nella commiserazione di sé è facile, normale, quasi obbligatorio. Ritrovarsi, di punto in bianco, depresso e scoraggiato si manifesta come la più sopportabile delle sciagure, fino a diventare il tuo secondo abito, il tuo vero abito: quello che ti sta a piombo meglio di qualsiasi altro, meglio persino della tua stessa pelle.
     C’è sempre qualcuno che ti aiuta a mangiare, a vestirti, o a rigovernarti quando vai nel bagno e sono brevi momenti che di breve e usuale non hanno più nulla ma che ti scandiscono il tempo, ti abituano a una serie di azioni, di gesti e di attese che somigliano oppure che alludono ad un’esistenza ordinaria… “Procedure riabilitative”, le chiamano e non hanno tutti i torti.
     Se indossi un paio di calze spaiate – un calzino bianco e uno nero – sei distratto, goffo o divertente ma se quei calzini spaiati stanno ai miei piedi o ai piedi di quelli come me, non susciti ilarità ma compassione, non sei più né bizzarro né originale: sei solo “uno così”.
     Non posso aiutarmi neanche con la parola perché faccio ancora fatica ad esprimermi: parlo, per lo più, con frasi molto brevi, da prima media, soggetto-predicato-complemento, del tipo “Io mangio la mela”. Ma per quanti sforzi faccia, per le cose che vorrei dire e argomentare, e sono tante e ingarbugliate, le une sulle altre, non riesco ad evitare quella semplicità di linguaggio che si condensa sempre in “io bevo l’acqua”, “io guardo la tivvù”, “io ascolto le parole”…
     C’è sempre questo “io” all’inizio di ogni frase e c’è sempre un oggetto: da guardare, da ascoltare, da prendere.
     Il medico che mi assiste nella psicoterapia dice che devo recuperare proprio quell’io che mi è sfuggito e che devo riprendermi le cose che vado elencando quando comincio a parlare. Dovrei dire allora: “Io voglio scrivere il mio nome”, “Io voglio tornare al lavoro”, “Io voglio prendere l’autobus, voglio guidare l’automobile, voglio comprarmi un cornetto, un libro, un paio di scarpe” e voglio fare tutte queste cose da solo, come le facevo prima.
     Ecco… questo è il mio solito sfogo mattutino, quando la giornata è cominciata ma è tutta davanti a te, palpitante e inafferrabile.
     Ci siamo svegliati di buon’ora, come sempre e, come ogni giorno dall’inizio della mia menomazione, vedo attorno a me una donna che prepara cestini e cartelle, poi due bambini che si stropicciano ancora gli occhi per il sonno, poi l’orologio della cucina, il tavolo, le sedie, il corridoio, la porta d’ingresso dalla quale, tra poco, usciranno quella donna e quei due bambini per fare entrare un’altra donna, quella che si occuperà della casa e di me quando mi deciderò a infossarmi nella poltrona del salotto.
     “Ciao, Gino, ci vediamo all’ora di pranzo”, “Ciao e sta’ attento, non cadere: ti farò vedere i compiti quando torno”, “Me la scrivi quella poesia che volevi raccontarmi ieri sera?! Ah, già… Me la dirai stasera, d’accordo?”…
     Vedersi all’ora di pranzo, non cadere, raccontare la poesia… non dicono mai “Io voglio” o “Io vorrei” o “Vorrei che tu”… quella donna e quei due bambini non le vogliono le cose, le pretendono o se le aspettano, ma in fondo non le richiedono più. Diremmo a una bestiolina che gira per casa di raccontarci una poesia o di farsi dare un’occhiata ai compiti che abbiamo fatto a scuola? No, non lo diremmo perché non vogliamo una risposta, non cerchiamo una replica o un confronto: cerchiamo semplicemente un assenso, una tacita sottomissione, la comune consapevolezza di una circostanza immodificabile.
     “Come va, oggi, professore?”
     Già, come va… Potrei rispondere in tanti modi, con tante parole, per avviare poi quella conversazione che la signora Giuditta intraprende ogni mattina per risollevarmi e farmi sciogliere la lingua, come dice lei. Già, potrei dire: “Non tanto male” o “Non male come temevo” o “Sto notando dei piccoli passi che a lungo andare mi faranno migliorare la mia condizione”… Ma questa è una frase troppo lunga e, se ricordo bene la parola, è una frase ridondante, carica di aspettative e traguardi… sicché non dico nulla, annuisco e brontolo qualcosa come “Bene, grazie”.
     “Ha già preso il caffè? O forse sua moglie ancora glielo nega?!”
     È mia moglie quella donna che è uscita con i due bambini ed è anche quella donna che mi ha curato, mi ha assistito, mi ha fatto operare e infine si è un po’ rilassata perché, obiettivamente, avevo compiuto quei piccoli progressi che tutti avevano auspicato ma che nessuno, se non io stesso, ha mai potuto sollecitare. No, quella donna-mia moglie non mi proibisce di prendere il caffè: si aspetta che io sia in grado di prepararmi il caffè da solo e, nell’attesa, mi tratta come se fossi momentaneamente lontano, o dovessi tornare da un lunghissimo viaggio, come quei nomadi che rimandano di continuo il ritorno a casa perché si illudono di poterla trovare dovunque una casa e, pertanto, di non sentirne il bisogno.
     È da un anno ormai che sono nomade in casa mia, fra le mie quattro mura, eppure non riesco a illudermi, non riesco a concepire e definire questo mio “viaggio” come una peregrinazione. Credo che sia soltanto il tentativo fiacco e incostante di crogiolarmi in questa sensazione di estraneità, di ritrovarmi sempre e soltanto al punto di partenza, indeciso sulle mete da raggiungere e incerto sulla bellezza o l’utilità di questo oscuro punto di arrivo.
     “Stamattina usciamo, professore! Sì, ha bisogno di prendere aria, di vedere gente, di sentire profumi, rumori. Di vivere, insomma! Che ne dice? Potremmo andare all’ufficio postale per spedire quella raccomandata per la pensione, oppure in banca a ritirare lo stipendio o ancora sederci su una panchina, sul lungomare per esempio, e vedere come si muove il mare. È pronto?”.
     Quante parole dice la mia badante, quante immagini, quante situazioni mi fa palpitare davanti agli occhi e quanto è brava a rendermele odiose e attraenti, lontane e vicine… Come faccio a dirle di no? A farle capire che vorrei andare dappertutto, che mi piacerebbe andare al luna-park o sulla luna, sedermi su una panchina del lungomare e dormirci o intrupparmi tra quelli che attraversano la strada o salire e scendere per le scale mobili della metropolitana… Hanno detto che sono anche un po’ svanito ormai, che potrei manifestare fenomeni di svagatezza, che sarebbe tutto normale, una conseguenza possibile e ovvia della malattia, del trauma operatorio, delle radiazioni, di questa ripresa lenta e difficile che solo per pudore viene ancora chiamata “convalescenza”. Il medico mi stimola a cercare e valorizzare dentro di me quelli che ha definito i “punti di forza” e cioè quelle situazioni che farebbero scatenare le mie superstiti volontà positive per rimpiazzare, così, quelle negative… Allora questo è un punto di forza! Una corsa, una dormita, un gioco! Far leva su questi punti di forza sarebbe come tenere la barra del timone, come impugnare il manubrio di una bicicletta o le redini in sella a un cavallo ma gli altri poi che direbbero? Non prenderebbero, ancora una volta, questi miei punti di forza come espedienti patetici? Non ci troverebbero motivi e pretesti per riderci su, per dichiararsi rassegnati e impotenti di fronte alle mie stranezze?
     “Ha finito di pensare? Vogliamo uscire o no?!”.
     Sì, ho finito di pensare, di ordinare per bene le parole che ho composto e che non riesco a porgere come vorrei, ma qualcosa, sul mio volto, sull’espressione astratta che configura la mia faccia, dev’essere trapelato. La signora Giuditta scuote la testa ma non si perde d’animo, mi prende sotto le braccia, mi fa alzare dalla poltrona, mi fa girare le braccia nelle maniche di una giacca leggera che non sapevo di avere e poi mi indica la porta d’ingresso. Tra poco usciremo.  Questo è solo l’antefatto del punto di partenza, quello cioè che succede prima di cominciare un’avventura e non so come sentirmi, se impaurito o invogliato e non mi dà il tempo di pensare ad altro, la signora Giuditta.
     Mi trascina via, mi porta con sé, mi tira e vedo le mie gambe muoversi, le mie braccia aggrapparsi alle sue e poi vedo le mie mani che si appoggiano nell’aria, come per ributtarla indietro, come per aver superato una serie di invisibili ostacoli.
Siamo nell’androne del palazzo, davanti al portone di vetro: è una bella sensazione, devo reprimere un fremito, un tremore, qualcosa che sta vicino al rifiuto ma la signora Giuditta mi fa varcare il portone di vetro e respinge tutte le mie incertezze… Sì, l’aria della strada, della città, è davvero diversa e il primo profumo che annuso è quello di un autocarro che riparte dopo una sosta nel traffico.
     Facciamo una ventina di passi, non di più, ma che a me sono sembrati una maratona e ci fermiamo davanti a un cartello, sotto una pensilina, ad aspettare niente meno che l’autobus… La signora Giuditta non mi chiede nulla, mi controlla ma con garbo, per non crearmi ulteriore imbarazzo. Se ora mi sentissi male, se mi venisse un capogiro o uno di quei momenti di assenza che mi colpiscono durante la giornata, sarebbe già bell’e finita la mia odissea ma il mio punto di partenza non è ancora cominciato, quindi… E invece no, è già cominciato: silenziosamente, casualmente. Credo di aver sete o di aver caldo, di aver bisogno di andare al bagno, di voler stendermi un po’, credo in altre parole di non sapere dove mi trovo, o quello che faccio e se quello che faccio sta succedendo sul serio nel posto in cui mi trovo. Credo insomma che il mio corpo stia muovendosi per conto suo, che non faccia parte più di me, che si organizza per certe sue leggi, per consuetudini di recupero e di riscatto che non riesco a percepire invece nella mia mente.
     Arriva l’autobus e arriva anche la certezza di sbagliare tutto, di non riuscire a salire il gradino, di restare in bilico, di non afferrarmi ad un appoggio sicuro, di ricadere all’indietro. La signora Giuditta guida la mia mano sulla maniglia di un sedile e non può far altro che tirarmi su per il colletto della giacca, come si fa con i cagnolini prendendoli per la collottola. Dietro di me si chiudono le porte dell’autobus e mi accorgo di essere rimasto dentro, sull’autobus, di non essere ricaduto.
     Ora sono seduto sul sedile riservato “ai miei simili” e guardo davanti a me le spalle dell’autista e lo squarcio di città che ci viene incontro; guardo anche le vetrine dei negozi e le persone sui marciapiedi e poi i semafori e i raggi del sole che tagliano per poco lo schermo del parabrezza. Devo chiudere gli occhi e, chissà perché, mi stringo forte al sedile: non riesco a ricordarmi come ci si comporta quando si sta su un autobus, che cosa si fa, che cosa si aspetta… La discesa, certo, l’uscita, l’abbandono, il venir fuori, rifare il percorso contrario alla salita e quindi, in una parola, arrivare o no?
     Sono domande difficili, sono quesiti importanti e non sempre è così semplice trovare delle risposte: ci sono persone che ci impiegano una vita a trovare risposte convincenti ai loro problemi, io devo accelerare i tempi perché una vita l’ho già avuta e non so se ci sto ancora dentro.
     “Su, siamo arrivati!” e mi ritira su, per il braccio: l’autobus si ferma, barcolla, ansima come un animale sfiancato da una corsa sfrenata e sofferta: le porte si riaprono e, davanti a me, come se potessi prenderne un pugno con le mani, c’è il mare. La signora Giuditta mi fa scendere dal gradino dell’autobus e mi spinge verso il parco che sta di fronte al mare.
     “Si sieda, professore” e mi indica una panchina: mi siedo e aspetto, non so cosa ma aspetto. La signora Giuditta si siede accanto a me, tira fuori dalla borsa una rivista e la squaderna in un punto preciso, dove aveva lasciato una cartolina come segnalibro. Guardo la signora Giuditta che legge, la rivista che ha in mano, la cartolina, la panchina, lo spazio intorno a noi, le persone che passano, le automobili che passano, il mare che brilla nel sole. Ma anche gli altri guardano me: devo sembrare un bambino con la governante, o un malato che sta prendendo un po’ d’aria.
     “Come sta, professore? Va meglio?”… ma non mi guarda quando parla, continua a leggere o forse a pensare. Vorrei poterle dire che i punti di partenza possono essere anche dei punti di vista, che non necessariamente bisogna partire per riprendersi qualcosa di sé, può bastare anche e semplicemente fermarsi a vedere tutto ciò che ci circonda e non andare oltre. Vorrei poterle dire che lei è una persona sana, che non può capire la mia condizione e vorrei poterle dire che neanch’io l’ho capita fino in fondo. Vorrei poterle dire che quella donna che è mia moglie, quei bambini che sono i miei figli, quei colleghi di lavoro che ancora insegnano in una scuola, quell’autista che ci ha condotti fin qui, quel cameriere del bar che porta il vassoio delle consumazioni, quei ragazzi che giocano a pallone, quelle mamme che conversano ridendo, quel vigile che controlla il traffico, quel lampione che sbuca da un albero, quel chirurgo che mi ha operato, quell’infermiere che mi ha curato, quelle notti che passo sveglio, quei giorni che consumo come si consuma la pila di una radiolina, quell’immagine di me stesso che non ritrovo nello specchio… Vorrei poterle dire “Io sono tutto questo” ma come si fa?
     “Avrebbe voglia di una birra e di un bel tarallo salato?!”… Da dove escono certe parole, come si formano certe immagini e come si fa a essere così bravi da mettere insieme un desiderio che si riteneva perduto con un desiderio che non si aveva il coraggio di esternare? Una birra e un bel tarallo salato sono cose che si bevono e si mangiano quando si sta all’aria aperta in un parco… certo che ne avrei voglia! E vorrei che anche la birra e il bel tarallo salato avessero voglia di me. Dopo infiniti sforzi riesco a dire con una punta di orgoglio: “Io voglio una birra… Io voglio un bel tarallo salato”.
     “Bene. E allora aspetti qui, torno subito, vado al chiosco a comprare una birra e un bel tarallo salato”.
     Vedo la signora Giuditta che si allontana verso il chiosco e mi chiedo se tornerà a prendermi, se si ricorderà di avermi lasciato su questa panchina nel parco davanti al mare… Certo che tornerà, mi dico, perché non dovrebbe? O, almeno, spero che tornerà: ha lasciato anche la sua rivista e mi accorgo che la cartolina che faceva da segnalibro è caduta a terra: un alito di vento la fa volare lontano dalla panchina, quel tanto che basta per impedirmi di tentarne un recupero.  Stendo la mano ma non ci arrivo: la cartolina è troppo distante e comincio a disperarmi perché questa, come tante altre, è una di quelle azioni che proprio non riesco a compiere, ma qualcosa devo fare e qualcosa faccio. Prendo la rivista della signora Giuditta e infilo due dita tra le pagine come segnalibro e aspetto. La cartolina vola ancora più lontano, e dispettosamente, ma le mie dita sanno quello che devono fare: si rinserrano e non perdono il segno. Quando ritorna la signora Giuditta le mostro la rivista con le mie dita infilate come i becchi di una pinza e lei intuisce, guarda in giro per scovare la cartolina, non la trova e mi ringrazia porgendomi il bel tarallo salato e la lattina di birra. Mi sorride la signora Giuditta come se avessi superato una grande prova, come se avessi dimostrato con semplicità un grande temperamento. Poi deve aiutarmi a staccare le dita che si erano come atrofizzate sulle pagine, stropicciandole in tante grinze, dove persino le parole stampate si sono aggrovigliate.
     La signora Giuditta socchiude gli occhi come per rabbonirmi e gratificarmi e così mi acquieto. Ora posso prendere la lattina di birra con una mano e con l’altra tenere il bel tarallo salato per addentarlo ma prima mi dico che se la mia macchina non c’è più devo comunque pensare di vivere come un pezzo di ricambio che deve servire solo a se stesso e a me, con una graziosa sollecitudine. La signora Giuditta schiude la capsula della lattina di birra e, come se avesse intuìto la mia silenziosa determinazione, mi augura “Buon appetito, professore. Ne faccia salute.”.
     Prima di farne salute, mi fermo a guardare il mare che volge e rivolge le sue onde dorate davanti ai miei occhi.

8 pensieri riguardo “Pezzo di ricambio”

  1. Una “graziosa sollecitudine” ; grazia contenuta, grazia consapevole di essere non più per la macchina intera, ma per il “pezzo di ricambio” additato dall’inimitabile disincanto materino. Eppure, nulla vieta di pensare che quella “graziosa sollecitudine”, tanto consciamente quanto irreversibilmente limitata, sia paziente resistenza alla ricerca altrui, tenacemente sbadata.di “un assenso, una tacita sottomissione, la comune consapevolezza di una circostanza immodificabile.”

  2. racconto ‘reversibile’: che succede quando la vita va ricostruita attorno ad un pezzo di ricambio che la invade e la invalida? tutto a posto, all’apparenza: mentre il prof. gino si vede bene che non “funziona”, il pezzo di ricambio, che si innesta su un corpo sano e un’anima sanissima è sempre con te, a permetterti la cosa x e ad impedirti y,z,q., socialmente utile a non far inorridire e impietosire gli altri. sogni un te stesso che corre, salta, monta a cavallo, cavalca un onda su una tavola: al risveglio il pezzo di ricambio è là, a ricordarti la tua menomazione. con un clic diventi un uomo normale, con un clic un inservibile rottame umano che può organizzare, volendo, una conferenza, ma non potrebbe scappare da una scossa di terremoto, se ti coglie a letto o mentre faticosamente ti lavi.
    racconto reversibile che induce a pensare anche che il corpo più grande e la mente più grande, che sono le comunità umane, o LA comunità umana, sono costellati di esseri umani integri/pezzi di ricambio che non si soccorrono, che non mutuano bisogni, non organizzano movimento, pensiero, non colmano lacune, vuoti: handicap. preferiamo pensare che la società, la vita sia “diversamente abile”, mentre è invalida, handicappata, bisognosa di cure.

  3. Ci sono momenti o eventi nella vita in cui un pezzo di ricambio farebbe proprio comodo, ma un pezzo funzionante come madre natura lo aveva ideato. Spesso, però succede il contrario e ci si ritrova con unpezzo di ricambio le cui funzioni lasciano molto a desiderare. ma poichè non siamo bionici, ci ritroviamo in quello stato così bene descritto dalle gentili signore che mi hanno preceduta.
    Non mi ripeterò,però, in questo racconto che sembra non dare speranza, alla fine il protagonista, senza aiuto, sembra trovare la sua forza e determinazione in quelle due dita strettte fino all’nverosimile tra due pagine della rivista che la badante, per caso o per prova lascia sulla panchina.
    Un gesto come tanti, si potrebbe dire, ma non per Gino.
    Un grsto che, almeno per una volta, ha fatto rispondere il corpo come ha potuto. Una piccola-grande conquista che spero abbia dei riscontri non solo in letteratura ma sopratttutto per quella moltitudine di persone a cui, credo, il racconto sia dedicato.

    Sempre più grande,Antonio, ma te lo dirò ancora quando c’incontremo in un certo campo….

    un abbraccio grande a te e Francesco
    jolanda

  4. Scrivere un racconto su un menomato può sembrare che risponda ad un’esigenza di solidarietà sociale, di attenzione antropologica o di una progressista sensibilità. Certo, questi buoni propositi non mancano ma la storia di questo prof. Gino è, in parte, tutto ciò che non riusciamo a dire o a cogliere quando ci troviamo a dover concludere “positivamente” la percezione che abbiamo di un “pezzo di ricambio”. Gino si dà da fare come può per non farsi scappare la cartolina, per non farsi scappare quella vita – non più ricambiata – con una sollecitudine che per forza di cose dev’essere graziosa. Si rischia di essere patetici e commoventi, si è sicuramente patetici e commoventi ma si cerca in fondo di non oltrepassare quella soglia (di sofferenza, di abbandono) che l’avventura di un’esistenza crea e dispone. Un racconto, poi, è un meccanismo ad orologeria: deve segnare il tempo qualunque cosa accada.

    Le note di Lucia, di Anna Maria e di Jolanda sono, come sempre, acute e intriganti, degne di autrici-lettrici eccellenti e proficue: le loro letture, diciamolo ancora una volta, esaltano il senso e il fine della comunicazione tra gli esseri umani, tra gli esseri umani tout court.

    Grazie e grazie anche al Cattivo Signore (Lordbad).

    Antonio

  5. Posso dire che ogni volta che leggo Antonio provo una sensazione di appagamento ; si realizza una specie di transfert tra il mio orizzonte di attesa e gli imput linguistici che ho sotto gli occhi .
    Mai una volta che la lettura disattenda le mie aspettative : faccio incetta di senso , di espressività , di “verità” solidale con la mia e quindi – come dire – fraterna . Se posso usare questa espressione : mi sento realizzato come lettore ; lettore di quell'”umano e dintorni” che è poi il cavallo di battaglia di Antonio .
    Grazie .
    leopoldo –

  6. Leopoldo sa benissimo che se il lettore si sente appagato l’autore si sente addirittura utile. La “fraternità” cui allude Leopoldo è una condizione della coscienza e dell’esistenza che trova percorsi simili anche se a volte impervi per stabilire poi una consapevolezza non occasionale. Un racconto unisce, al di là della sua struttura espressiva, perché fa emergere e lievitare quello che era il punto di partenza di un lettore-autore e la “linea d’ombra” che un autore-lettore si impegna a diradare. Ringraziarti è poco, Leopoldo: esserti grato è molto di più.

    Un carissimo saluto

    Antonio

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