L’ombra e l’anello

Mario Ajazzi Mancini

L’ombra e l’anello.
Di un motivo circolare in
Zeitgehöft di Paul Celan

Unser Glas
füllt sich mit Seide,

wir stehn.(1)

(Il nostro bicchiere
si riempie di seta,

teniamo.)

Paul Celan

Le pagine che seguono cercano di contornare – è il caso di dirlo – un certo modo di raffigurare il tempo che emerge con decisione nell’ultimissima produzione di Paul Celan. Si tratta di quella figura circolare, ad anello, che il tempo assume non tanto a sancire il compimento di una vicenda – tempus clausum: tempo che chiude e si chiude come un circolo – relegandone il «sentimento» in una sorta di ultimità al di fuori; quanto, piuttosto, a separare in modo tangente, e forse contrario, i poli di una ricerca – tempo dell’io e tempo del tu – che la scrittura poematica rendeva attuale nel tempo poetico per eccellenza – il presente. L’ombra circolare dell’anello – lo vedremo – ripartisce il campo e traccia di nuovo quel confine misterioso ed insondabile – simile a quello tra la vita e la morte – in cui Celan aveva scorto il tratto veritativo della propria poesia – da sostenere fino all’ultimo, al fondo, anche dopo che civiltà e senso erano parsi davvero naufragare senza ritorno:

Sprich auch du,
sprich als letzter,
sag deinen Spruch.

Sprich –
Doch scheide das Nein nicht vom Ja.
Gib deinem Spruch auch den Sinn:
gib ihm den Schatten.

Gib ihm Schatten genug,
gib ihm so viel,
als du um dich verteilt weiβt zwischen
Mittnacht und Mittag und Mittnacht.

Blicke umher:
sieh, wie’s lebendig wird rings –
Beim Tode! Lebendig!
Wahr spricht, wer Schatten spricht.(2)

Parla anche tu,
parla come l’ultimo,
di’ la tua poesia.

Parla –
Ma non separare il no dal sì.
Dà anche senso alla tua poesia:
dalle l’ombra.

Dalle ombra abbastanza,
tanta che intorno a te
tu la sappia spartita tra
mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.

Guarda attorno:
vedi come c’è vita in giro.
Per la morte! C’è vita!
Dice il vero, chi dice ombra.

Facendo proprio quel mandato, i pochi poemi di Zeitgehöft su cui tento di sostare sembrano indicarne l’adempimento nella forma rovesciata dell’insuccesso – di un fallimento, che si profila come indecisione, indugio o aspettativa, tale da funzionare, sul piano della scrittura, come una sorta di argine rispetto ad un disastro tanto più prossimo quanto più volte annunciato. Nel febbraio del’69, Celan inizia infatti a comporre il libro che sarà l’ultimo. È sorretto, in certa misura, dall’inattesa relazione con l’amica di Czernowitz, Ilana Shmueli; dalla prospettiva, in Israele, della condivisione di una «solitudine ebraica», assieme alla speranza di una «fiduciosa risoluzione ad affermarsi nel campo dell’umano»(3) attraverso la poesia. Il futuro potrebbe ancora essere la «chiarezza di cuore (herzhelle)»(4) di incontri praticabili … in uno Zeitgehöft.

La raccolta intitolata originariamente Zeitgehöft. Späte Gedichte aus dem Nachlass, è stata pubblicata dai curatori nel 1976, sulla base di tre cartelle lasciate da Celan e non ancora ordinate per la stampa. Il titolo compare sulla prima cartella ed è adottato definitivamente nella sua forma ridotta al momento della pubblicazione delle Gesammelte Werke(5). Il termine Zeitgehöft – non lessicalizzato – è il risultato di un assemblaggio di più istanze significative. In tedesco Hof indica per lo più l’alone, quel cerchio luminoso che appare intorno agli astri – sole e luna – in particolari circostanze atmosferiche; nella sua prima emergenza come composto in associazione al tempo – Zeithof – si ritrova in un poema di Schneepart dove Celan se ne serve per disporre una costellazione storica di eventi che acquistano evidenza sfumandosi intorno ad un punto focale – nel caso, uno sparo:

Der volle
Zeithof um
einen Steckschuβ […]. (6)

Pieno alone
di tempo intorno
all’impatto di una palla […].

All’interno dell’ultima raccolta, il composto si afferma in modo risolutivo nella prima sezione, a designare l’esito di una significazione tardiva, o meglio ulteriore – Spätsinnig –, quale approdo della parola proferita da una bocca cui l’interlocutore dà credito solo se questa ne sfiora appena l’ombra:

Erst wenn ich dich
als Schatten berühre,
glaubst du mir meinen
Mund,

der klettert mit Spät-
sinnigem droben
in Zeithöfen
umher […]. (7)

Solo se ti sfioro
come ombra,
ti fidi della mia
bocca,

che s’arrampica lassù
con tardive sensatezze,
intorno per aloni
di tempo […].

Del Tu, solo l’ombra che si concede alle parole; dicono di un allontanamento, di una sorta di dilatazione, il cui esito è la raccolta, nella figura di un alone, di una pluralità di sensi che paiono già essere scaduti, nonostante la fiducia loro accordata … Così Gehöft (l’insieme degli edifici, delle costruzioni che circondano un’azienda agricola, una masseria di grandi dimensioni) è Zeitgehöft(8), in quanto bordatura temporale di una scrittura dove il tempo è di casa perché dimorandovi la dichiara, in certa misura, già postuma. Aureola che risplende al temine di un processo, e svela davvero, lasciandolo tale, il mistero, il segreto di quell’incontro (Geheimnis der Begegnung) (9) che garantiva al poema uno straordinario passo di solitudine e cammino – lo stesso di cui parlava Celan nel Meridian:

Il poema è solitario (einsam). Solitario e in cammino (einsam und unterwegs). Chi lo scrive gli resta in dote (mitgegeben). (10)

In Zeitgehöft pare così attuarsi una sorta di Wende, una virata o svolta – tanto caratteristica in questa poesia – che perfeziona, per così dire, quell’«offuscamento per chiarezza (Trübung durch Helles)»(11) che caratterizzava, ad esempio, la scrittura di Sprachgitter e della Niemandsrose. A tale livello, infatti, il tempo poematico era quello meridiano dell’unica e sola volta del presente, che consentiva all’altro di lasciar parlare, nella stessa, «il suo tempo»(12) come alterità più propria ed irriducibile. Adesso, e per questo titolo, il presente sembra espandersi in un diverso intervallo; e il soggetto, che si costituiva come ricaduta immediata della nominazione dialogica, è attesa, in attesa; indugia irrisoluto, esita forse, come se la «preghiera naturale dell’anima»(13) fosse esaudita e a un tempo da ascoltare. La parola testimoniale dell’altro s’è ormai approssimata alla klamme Helle, alla raggelata chiarezza del nulla che indifferenzia con un effetto aureolare, ed appone il sigillo di quella fine che rende credibili inizio e percorso di una mirabile vicenda di poesia:

DAS NICHTS, um unsrer
Namen willen
sie sammeln uns ein –
siegelt,

das Ende glaubt uns
den Anfang,

vor den uns
umschweigenden
Meistern,
im Ungeschiednen, bezeugt sich
die klamme
Helle.(14)

IL NULLA, per amore
dei nomi che ci
raccolgono, mette
il sigillo,

la fine ci rende
credibile l’inizio,

davanti ai
maestri che tacciono
intorno a noi,
nell’indifferenziato, dà
testimonianza la raggelata
chiarezza.

Ilana Shmueli viene a conoscenza di questo poema, datato 18 dicembre ’69, solo a cose fatte. Nel suo libro, con una lieve incomprensione, annota(15):

Celan s’inoltra ancora di più nella «sopra essente nullità». Nel nome noi veniamo «radunati» dal nulla. «Radunare» […] significa essere messi accanto a coloro che non sono più. È una fine. Solo da questa fine è afferrabile il nostro inizio. Un cerchio si chiude. Attorno a noi stanno i maestri, essi ci tacciono. […]. Penso al nostro colloquio a Gerusalemme […] allora c’era un bagliore. Qui la strada conduce attraverso il non diviso, attraverso il caos, il «prima del prima», alla stretta striscia di luce sull’orlo dell’oscurità – «umida-fredda luce»: dura, gelida, opprimente verità.

La striscia è piuttosto un alone, quel luminare dietro di sé nell’oltre sera (Überabend) (16) ai cui bordi Celan poteva ancora scorgere la traccia di un cammino circolare e di un senso praticabile. In Israele era Königsweg, via regia; e poteva esserlo davvero se le forze l’avessero sostenuto, se il discorso amoroso – «le tue lunghe ciglia […]»(17) –avesse potuto tenere:

DER KÖNIGSWEG hinter der Scheintür,

das vom Gegen-
Zeichen umtodete
Löwenzeichen davor,

das Gestirn, kieloben,
umsumpft,

du, mit der
die Wunde auslotenden
Wimper.(18)

LA VIA REGIA dietro la finta porta,

davanti il segno del leone
contornato a morte
dal contro segno,

l’astro, capovolto,
e paludi attorno,

Tu, con il ciglio
che scandaglia
la ferita.

La finta porta allude alla Porta dei Leoni a Gerusalemme, dietro la quale si diparte la cosiddetta via dolorosa che conduce al Santo Sepolcro; è via del Re in quanto segnata dal passaggio del Messia, Re dei Re. La falsità potrebbe consistere nel fatto che accanto ai leoni, lo sceicco mammalucco vi fece scolpire la mezzaluna islamica, pregiudicandone il valore simbolico: contro segno micidiale che l’attornia, sbarrando il cammino … Indicazione fallace che rende la porta impraticabile, poiché le conferisce quell’aureola di morte che rovescia l’eventuale prospettiva salvifica. Allo stesso modo in cui l’orientamento del poema – astro capovolto – affonda nella melma dell’acquitrino che l’attornia. Resti Tu, interlocutrice silenziosa che sondi lo sconforto. Ancora Ilana:

Celan sente venir meno [… ] le forze di Gerusalemme, e chiede: «porti tu un miracolo, porta te un miracolo?» da là dove vi era forza, anche per lui. E poi aggiunge: «anche io ho un volto, questo lo leggo dai tuoi occhi – anche questo». Così io capisco l’immagine del ciglio che scandaglia la ferita.(19)

Miracolo, certo. Quasi un’invocazione. Ma nel verso irrinunciabile della scrittura: perché se la poesia ha una meta, questa è definita da una tensione verso, che è sempre verso qualcosa di aperto, di occupabile, un Tu o una realtà disponibile alla parola (ansprechbare Wirklichkeit) – qui, davvero, sono diretti

i tentativi di chi […] senza tende, in un senso finora inaspettato, si trova libero nel modo più spaesante (unheimlichste), e con la sua esistenza va incontro alla lingua, ferito di realtà e in cerca di realtà (wirklichkeitswund und Wirklichkeit suchend).(20)

Ancora un passo, pur breve, e l’interlocutore ansprechbar pare ritirarsi all’ombra di uno sfondo, confondendo le piste. Due bicchieri per un solo bevitore, forse due vie, e l’esigenza di una scelta:

ICH TRINK WEIN aus zwei Gläsern
und zackere an
der Königszäsur
wie Jener
am Pindar,

Gott gibt die Stimmgabel ab
als einer der kleinen
Gerechten,

aus der Lostrommel fällt
unser Deut.(21)

BEVO VINO da due bicchieri
e zappetto alla
cesura reale
come quello
con Pindaro,

Dio cede il diapason
come uno dei piccoli
giusti,

dall’urna della sorte cade
il nostro numerino.

Non tanto tra Parigi e Gerusalemme come intende Ilana, quanto tra la legge del destino ed il caso. Se c’è un bicchiere in più è perché adesso ogni segno appare doppio – marca dell’una come dell’altro. L’io si trova a zappettare, come in sospensione, proprio dinanzi ad un Tu nella forma misteriosa del giusto o del numero imprevedibile della lotteria. L’incontro è indeciso eppure avvenuto. Sorte beffarda che si rivela praticabile nella bancarotta del non saper cosa fare … Lo zappettare di Hölderlin è sì quell’abborracciare con cui i contemporanei ne bollarono le traduzioni da Sofocle. Ma pure la percezione di una sorta di incompiutezza che consente di indugiare e che Celan, nello scambio con Ilana, sembra intravedere come un’eventualità, tutta racchiusa in un avverbio: «credo di sapere qualcosa – le scrive – delle spazialità, delle possibilità del QUASI». Come il Tu del poema, la Shmueli pare ancora disponibile alla parola, ancora capace di incantare «la parola che [..] cade dall’urna della sorte»(22). Basterebbe arrangiarsi col tempo, nel tempo del dolore. Già in Schneepart, Celan aveva tentato di rivederne lo statuto, esortando, per così dire, il dolore stesso ad un lavoro pasticciato, raffazzonato – fatto alla buona, alla carlona:

SCHLUDERE, Schmerz,
schlag ihr nicht ins Gesicht,
erpfusch dir
die Sandknubbe im
weiβen Daneben.(23)

FALLO ALLA BUONA,
dolore, non colpirla in viso,
aggiusta soltanto un po’
quel monticello di sabbia
nella bianca Prossimità.

Vicenda terribile, quella evocata. Il 30 gennaio del 1968, data in cui il poema è stato scritto, è l’anniversario del tentativo di suicidio, compiuto e raffazzonato l’anno precedente(24). È pure l’inizio di un altro esilio, a Parigi, nell’abbandono e nella separazione dalla famiglia. Ma anche di una solitudine che Ilana, quasi per caso, viene a visitare. La morte che Celan sembra promettersi, arrabattandosi in calcoli complicati, è come differita, il tempo concede e si concede; e tramite la Shmueli «incanto» e «miracolo» paiono, anche per poco, parole accessibili, se zappettare e farlo alla buona possono dire che l’opera si compie se manca il bersaglio …

Lo colpirà, senza dubbio. Non prima, tuttavia, di aver tracciato un ultimo cerchio – il solo e l’unico:

ES WIRD etwas sein, später,
das füllt sich mit dir
und hebt sich
an einen Mund

Aus dem zerscherbten
Wahn
steht ich auf
und seh meiner Hand zu,
wie sie den einen
einzigen
Kreis zieht(25)

CI SARÀ qualcosa, più tardi,
che si riempie di te
e si alza
a una bocca

Dal delirio frantumato
mi sollevo
e guardo la mia
mano, come
traccia il solo
unico
cerchio

Il poema, datato 13 dicembre 1969, giunge a Ilana pochi giorni dopo, in una forma leggermente diversa da quella dell’edizione del 1976:

Es wird etwas sein, später,
füllt sich mit dir
[…]. (26)

Ci sarà qualcosa, più tardi,
si riempie di te
[…].

Tra l’evento – il presente come aver luogo del poema – e l’incontro con il Tu c’è sì continuità immediata, ma questa volta solo später, più tardi: «ci sarà» nell’ulteriorità di quel tempo di cui adesso Ilana – ma non solo – diviene figura. Il presente – subirà anch’esso una correzione – è relegato alla tenuta (auf/stehen) di una mano che scrive, quasi a ricapitolare quell’andare intorno da sé a sé che, come una specie di sviamento e/o deviazione, descriveva il circolo meridiano:

Allargare l’arte?
No. Va’ piuttosto con l’arte nella stretta che ti è più propria (allereigenste Enge). E liberati.
Anche qui […] ho percorso queste vie. Era un circolo […]. E ho incontrato me stesso. […]. Ciò significa che, quando si pensa alla poesia, si percorrono tali vie? E che queste vie sono solo Um-Wege, deviazioni intorno da te a te (Umwege von dir zu dir)? Ma sono anche vie […] sulle quali la lingua diventa risonante come una voce (die Sprache stimmhaft wird), incontri (Begegnungen), vie di una voce verso un tu che percepisce, vie creaturali, forse progetti di esistenza (Daseinentwürfe), un protendersi verso se stessi, alla ricerca di se stessi … Un modo di rimpatriare (Eine Art Heimkehr).(27)

Alla fine degli anni ’50 il poema poteva ancora essere progetto d’esistenza sulla traccia dei luoghi, delle persone cancellate dalla storia; movimento verso un Tu che, nella percezione, avverte la voce di chi si è condotto nella stretta intima della lauter Sterblichkeit – via creaturale della parola, tanto impossibile, quanto dell’impossibile (unmöglichen Weg / Weg des Unmöglichen). Eppure, per un tratto, illusione e consolazione, perché alla fine del suo giro Celan afferma:

Trovo qualcosa che unisce e che, come la poesia, conduce all’incontro […]. Qualcosa, come la lingua, immateriale eppure terreno, terrestre, qualcosa dalla forma circolare, che ritorna a sé attraverso i due poli […]. Un Meridiano.(28)

Legame certamente utopico, simile alla luce che ha orientato la ricerca. Ma anche quella fedeltà e quell’alleanza che danno inizio alla Niemandsrose:

O einer, o keiner, o niemand, o du:
Wohin gings, da’s nirgendhin ging?
O du gräbst und ich grab, und ich grab mich dir zu,
und am Finger erwacht uns der Ring.(29)

O uno, o neanche, o nessuno, o tu:
dove andare, se non c’è dove andare?
Sì tu scavi e io scavo, mi scavo fino a te,
e al dito ci si risveglia l’anello.

Ancora un circolo, un cerchio, nel segno dell’incontro. E adesso, forse, di una speranza che sembra stonare, se ci atteniamo agli eventi direttamente successivi. Il 18 marzo 1970, in occasione del compleanno della moglie, Celan le invia da Parigi una versione di Es wird accompagnata da poche righe:

Che posso dirti, mia cara Gisèle?
Ecco un poema scritto pensando a te – eccolo, proprio come l’ho buttato giù (je l’ai noté, toute de suite), nella sua prima versione, inalterata, immutata (inaltéré, inchangé).
Buon compleanno!

Paul

Segue, nella lettera, il testo tedesco – il medesimo che comparirà a stampa – ed una specie di traduzione di servizio, parola per parola, con suggerimenti parentetici in merito alla scansione temporale:

Il y aura quelque chose, plus tard,
qui se remplit (se remplira) de toi
et se hisser(ra)
à (la hauteur d’)une bouche

———————-

De mon (Du milieu de) délire (ma folie)
volé(e) en éclats
je me dresse (m’érige)
et contemple ma main
qui trace
l’un
l’unique cercle
(30)

L’insistenza sul futuro, il suggerimento Gisèle che ne avrà – come un vino che intrattiene la presenza del Tu nel bicchiere da cui manca –, pare, per un verso, esprimere il desiderio che, a dispetto del distacco, il legame si mantenga immutato ed inalterato, in tutto simile al poema offerto; ma, per un altro, separare le sorti, richiamando nascostamente in scena la figura di Ilana, cui qualche mese prima Celan aveva spedito «un paio di versi di poesia, che l’altro ieri … mi sono ancora venuti in mente»(31). Il destinatario si raddoppia ancora una volta, come l’anello del quale all’Io non resta che l’ombra:

Wie ich den Ringschatten trage,
trägst du den Ring,

etwas, das Schweres gewohnt ist,
verhebt sich
an uns,
unendlich
Entimmernde du.(32)

Come porto l’ombra dell’anello,
porti l’anello,

abituato al perso, qualcosa
si ferisce
al nostro,
tu infinita
dissemprante.

Il circolo meridiano del poema, che «accampava pretese di infinito passando attraverso il tempo (die Zeit hidurchzugreifen) […] non sopra il tempo»(33), è adesso confrontato all’infinito di un Tu che dissempra – che smonta l’una volta per tutte le volte dell’avverbio, non garantendo più la continuità del cammino e dell’accadere – «il poema […] si convoca e si riprende (es ruft und holt sich) dal suo Già-non-più (Schon-nicht-mehr) al suo Ancor-sempre (Immer-noch)»(34). È futuro, ormai. E inafferrabile (hidurchzugreifen allude al protendersi della mano) … Il noi come esito del legame e dell’incontro diviene un peso che ferisce; e qualcosa – il medesimo di Es wird – si fa male, si sloga nel sostenerlo … Il poema è ombra – indugio, ancor breve, e commiato. Ombra di un anello, di un circuito temporale che nega al presente la possibilità di continuarsi nella direzione meridiana. Il «parlare all’infinito della pura mortalità e dell’invano»(35) della poesia si compie davvero attraverso l’infinito dissemprare del Tu che l’imperfetta nella sua straordinaria perfezione.

Il 13 aprile del 1970, un ultimo appello allo sguardo del Tu che s’allontana. Che legga! –

REBLUETE graben
die dunkelstündige Uhr um,
Tiefe um Tiefe,

du liest,

es fordert
der Unsichtbare den Wind
in die Schranken,

du liest,

die Offenen tragen
den Stein hinterm Aug,
der erkennt dich,
am Sabbath.(36)

VIGNAIOLI vangano
l’orologio dall’ora di tenebra,
sempre più a fondo,

leggi,

l’invisibile
esige il vento
alla sbarra,

leggi,

gli Aperti portano
la pietra dietro l’occhio,
ti riconosce
al Sabbath.

__________________________
Note

(1) Paul Celan, Für Eric, in Gesammelte Werke in sieben Banden, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 2000, Zweiter Band, p. 376. Tale edizione è il mio principale riferimento: vi farò menzione, riportando il titolo originale delle poesie e dei testi in prosa, attraverso la sigla GW, seguita dall’indicazione del volume in numero romano e dal numero di pagina. Tutte le traduzioni sono mie.
(2) Paul Celan, Sprich auch du, GW, I, 135.
(3) Paul Celan, Ansprache vor dem hebräischen Schriftstellerverband, GW, III, 203.; Ilana Shmueli, Di’ che Gerusalemme è. Su Paul Celan: ottobre 1969 – aprile 1970, Quodlibet, Macerata, 2002.
(4) Paul Celan, Anabasis, GW, I, 256.
(5) Per tutte le informazioni in merito ai singoli testi, il riferimento imprescindibile è il volume: Paul Celan, Die Gedichte, Kommentierte Gesamtausgabe in einem Band, herausgegeben und kommentiert von Barbara Wiedemann, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 2003, p. 865 sgg. Come accennato nel testo, il titolo è quello che Celan aveva assegnato al gruppo di 23 poesie inserite nella prima cartella – che reca la data d’inizio del 25 febbraio 1969. La seconda cartella comprende 20 poesie e costituisce il cosiddetto Ciclo di Gerusalemme. Si tratta di composizioni scritte a Parigi negli ultimi mesi del 1969, di ritorno dal viaggio in Israele compiuto nell’ottobre dello stesso anno – e, in larga parte, inviate volta volta alla Shmueli. La terza cartella contiene solo 7 poemi, l’ultimo dei quali, datato 13 aprile 1970, è con buona probabilità l’ultimo che Celan ha redatto in forma definitiva.
(6) Paul Celan, Mapesbury Road, GW, II, 365.
(7) Paul Celan, Erst wenn ich dich, GW, III, 76.
(8) Zeitgehöft è stato tradotto – a buon diritto – con Dimora del tempo da Giuseppe Bevilacqua nel Meridiano di Celan, da lui curato nel 1998. Cfr. Paul Celan, Poesie, Mondadori, Milano, 1998, pp. 1252-1359.
(9) Paul Celan, Der Meridian, GW, III, 198.
(10) Ibidem, 198.
(11) Paul Celan, Zürich, zum Storchen, GW, I, 214.
(12) «Per chi non dimentica» – scrive Celan – che sta parlando «sotto l’angolo d’incidenza (Neigungswinkel) della propria esistenza (seines Daseins), sotto l’angolo d’incidenza della propria creaturalità (seiner Kreatürlichkeit)», il poema è «lingua attualizzata (aktualisierte Sprache) […], figura di un singolo (eines Einzelnen) – e nella sua intima essenza presente e presenza (Gegenwart und Präsenz)», Paul Celan, Der Meridian, GW, III, 198-9.
(13) «Natürliche Gebet der Seele», preghiera naturale dell’anima, è il modo in cui Celan nomina l’attenzione nel Meridian, cfr. Paul Celan, Der Meridian, GW, III, 189.
(14) Paul Celan, Das Nichts, GW, III, 110.
(15) «Prima del mio arrivo a Parigi, Celan scrisse ancora un’altra poesia […]. È un riconoscere estremo, senza condizione. Celan non mi ha mai mostrato questa poesia. Essa sta a sé, va oltre le […] poesie di Gerusalemme» (Ilana Shmueli, Di’ che Gerusalemme è. Su Paul Celan: ottobre 1969 – aprile 1970, op. cit., p. 49). (Corsivi miei).
(16) Paul Celan, Du mit der Finsterzwille, GW, II, 350.
(17) Cfr. Paul Celan, Das wort vom zur-tiefe-gehn, GW, I, 212:

Das Wort vom zur-tiefe-gehn,
das wir gelesen haben.
Die Jahre, die Worte seither.
Wir sin des noch immer.

Weißt du, der Raum ist unendlich,
weißt du, du brauchst nicht zu fliegen,
weißt du, was sich in dein Aug schrieb,
vertieft uns die Tiefe.

La parola dell’andare
al fondo, l’abbiamo letta.
Gli anni, le parole da allora.
Siamo ancora e sempre noi.

Sai, lo spazio è infinito,
sai, non ti serve volare,
sai, ciò che s’è scritto nel tuo
occhio ci fa più fondo il fondo.

Celan chiama confidenzialmente questo testo della Niemandsrose «la lezione di tedesco», alludendo ad una poesia di Georg Heym, Deine Wimpern, die lange, tramite la quale, fin dall’esordio del rapporto con la moglie Gisèle de Lestrange, cercava di farle praticare i primi rudimenti della sua lingua. La scelta non lascia dubbi sull’intento amoroso; nella bella traduzione di Paolo Chiarini, la quartina iniziale recita: «Nelle tue ciglia lunghe, / nell’acqua scura dei tuoi occhi / lascia che io m’immerga, / lascia che mi sprofondi (Lass mich zur Tiefe gehn)» – Georg Heym, Umbra Vitae, Einaudi, Torino, 1970, pp. 60-61).
(18) Paul Celan, Der Königsweg, GW, III, 106.
(19) Ilana Shmueli, Di’ che Gerusalemme è. Su Paul Celan: ottobre 1969 – aprile 1970, op. cit., p. 50.
(20) Paul Celan, Ansprache anlässlich der Entgegennähme des Literaturpreises der Hansestadt Bremen, GW, III, 186.
(21) Paul Celan, Ich trink Wein, GW, III, 108.
(22) Ilana Shmueli, Di’ che Gerusalemme è. Su Paul Celan: ottobre 1969 – aprile 1970, op. cit., p.53.
(23) Paul Celan, Schludere, GW, II, 352.
(24) Dall’inizio del ’65, la situazione clinica di Celan si complica – soffriva di crisi depressive accompagnate da delirio persecutorio. A novembre in un eccesso, tenta di uccidere la moglie Gisèle ed è ricoverato a Sainte-Anne fino alla primavera inoltrata del ’66. Il 30 gennaio del ’67, prova ad uccidersi con un coltello, ferendosi gravemente e compromettendo un polmone. In aprile, Gisèle decide per la separazione … Per tutte queste notizie, cfr. il carteggio tra Paul Celan e Gisèle Lestrange, in due splendidi volumi: Paul Celan – Gisèle Lestrange, Correspondance, éditée et commentée par Bertrand Badiou avec le concours d’Eric Celan, Paris, Seuil 2001.
(25) Paul Celan, Es wird, GW, III, 109.
(26) Ilana Shmueli, Di’ che Gerusalemme è. Su Paul Celan: ottobre 1969 – aprile 1970, op. cit., p. 53, 142-43.
(27) Paul Celan, Der Meridian, GW, III, 189.
(28) Ibidem, 189. (corsivi miei).
(29) Paul Celan, Es war Erde in ihnen, GW, I, 211.
(30) Paul Celan – Gisèle Lestrange, Correspondance, éditée et commentée par Bertrand Badiou avec le concours d’Eric Celan, op. cit., vol. I, p. 688.
(31) Ilana Shmueli, Di’ che Gerusalemme è. Su Paul Celan: ottobre 1969 – aprile 1970, op. cit., p. 53.
(32) Paul Celan, Wie ich, GW, III, 112.
(33) Paul Celan, Der Meridian, GW, III, 197.
(34) Ibidem, 197.
(35) «Die Dichtung, meine Damen und Herren -: diese Unendlichsprechung von lauter Sterblichkeit und Umsonst – La poesia, signore e signori, questo parlare all’infinito della pura mortalità e dell‘invano», Ibidem, 200.
(36) Paul Celan, Rebleute, GW, III, 123.
__________________________

Tratto da Rivista di Psicologia Analitica,
numero 31, nuova serie, volume 83/2011,
“Clinica poetica”, pag. 123-138.

***

4 pensieri su “L’ombra e l’anello”

  1. Caro Francesco, da tempo non ci sentiamo per ragione di assenza del mio sito. Ho letto la poesia “lacrime” della raccolta “la cifra dei giorni” potrei dire molto poco per comprendere, ma abbastanza per scoprire il gioiello della poesia “una rimase sospesa, crebbe… l’umanità faccia sì io dico, che non si sissolva. Bella nell’abbracciare il mondo e il suo umano. Grazie Lino.

    ________________________________

  2. questa è bellissima:

    Trovo qualcosa che unisce e che, come la poesia, conduce all’incontro […]. Qualcosa, come la lingua, immateriale eppure terreno, terrestre, qualcosa dalla forma circolare, che ritorna a sé attraverso i due poli […]. Un Meridiano.

    una forma terrestre celestiale!

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