Un gerundio di venia

De Chirico, Piazza d'Italia, 1971

Marina Pizzi

A partire dal suo esordio negli anni Ottanta la poesia di Marina Pizzi anima, con inconfondibile timbro, una lingua-rompicapo (in metamorfosi incessante, e praticamente coatta) in cui l’autrice scombina e ricombina senza sosta i suoi spettrali verdetti. Scaturigine e agonia del discorso, contaminazione fonica e “furia della sintassi” convergono alle fondamenta di una poetica in cui «il massacro comico del reale» (W. Pedullà) si sposa con «la strage della parola» propria del dettato tragico. Le poesie «cinguettano / malaria senza scampo», infestano il logos, e fanno festa macabra, banchetto cannibalico del mondo esterno, allo scopo di cogliere la trama delle lesioni, i continui oscuri singhiozzi, il mendicato e mai medicato lamento dell’umano nella sua smisurata fragilità.

L’azzardo del funambolo sembra azionare, e mai lasciare, la creatività pizziana che procede sul filo del proprio controlinguaggio ponendo il piede di appoggio sempre oltre l’”orlo dell’oltre”. Ogni sua poesia è un’acrobazia e un atto sacrificale in cui il senso brucia su se stesso e lascia «cenere senza speranza alcuna». Coltivando su questa cenere il fiore della propria personalissima ginestra Marina Pizzi si ostina, conservando sempre «un cortocircuito nelle vene», a percorrere contropelo il linguaggio, dando vita ad una resistenza in cui perdura uno «strazio senza resa».

Fra incanti ed eclissi continue le parole battagliano corsare una contro l’altra e tutte assieme contro la sacralizzazione del senso. Si concentrano, si addensano violentemente sulla pagina, come se su di esse si rovesciasse, ad imbuto, l’intero universo. Senza lasciare pertugi, spiragli, fenditure, in un tutto pieno, mostruosamente carico, il respiro è posto sotto il giogo di una atrocità immobile, senza svolgimento, e gioca (drammaticamente) in apnea, sotto il comando del panico.

[…]

La verità che emerge da questi versi è sempre una «verità contusa», un corpo su cui si incide lo scempio e il tormento del reale. Il «ritmo crudele» di questi versi stringe gli eventi attorno a «cose cupe». Suoni e sensi in fuga cercano asilo «dentro il soqquadro del respiro chiuso», mentre incontrano solo trappole e congedi. La poesia-Sfinge della Pizzi, ancorata alla propria amputazione originaria, al trauma di una nascita che si riversa in trame ossessive, in frammenti e frantumi di un infinito discorso del lutto (che finisce così paradossalmente per porsi come gemellare, doppio, al percorso inesauribile del desiderio, dell’eros, della vita), assume in definitiva un significato eminentemente tragico, quello cioè di «un salvacondotto per rimanere condannati».

(Dalla Postfazione di Alessandro Baldacci)

Marina Pizzi, Un gerundio di venia
Postfazione di Alessandro Baldacci
Salerno-Milano, Oèdipus Edizioni, 2012

Testi

1.
sulla scrivania alla voce lacuna
è nata un’edera così che il tormento
dell’ignoranza superi la ronda
dello steccato faccia scempio
di corsari d’ascia

10.
premure di soqquadro questo percorso
orizzonte di schianto quale il verbo
al livore. eppure nacque cheto
il rigagnolo espulso dal mare
quale un enigma invece ne visse
cerbottana di tanta borgata
a far secco il sangue senza alberi
le strade sbadate
vuote di baci le scorte

19.
lontana fissità questo disegno
pagato con il sangue del costato
eppure senza venia né comando
artefice d’inedia a dritta a manca
dolo di cipressi ad ante tempo.
in verità l’invano del protrarsi
sorsetti di ebetudini contiene
gli strappi che tentano alla cima.
così si resta con il pendio al polso
tirati sotto aciduli verdetti
tutti tenuti in nudità di traino.

36.
sento l’acidità del suolo
l’aureola nemica in capo all’aspro gomito
le lontanze di decimazioni
il musico scortese delle lettere paniche
fazzoletti di lettighe per le lacrime
letiziate da rondini di dadi di chissà
quale fortunatissimo lancio
ma poi è lettuccio di sale
il comodino addirittura biblico
scolaro di qualità quale libertà!
le contaminazioni del tempo d’impostura
continuano in indice di papirologia
maligna quale un tuorlo preso dal fetore…

55.
chiamami dal bavero all’occaso
presente remoto granitico appello
sul costato di marzapane
sicché ascoltandoci un poco sonnecchi
la ronda data vincente.

58.
la strada s’incolonna sudario
nel danno estivo la pazienza maggiore
dell’anno. da qui alla bussola
la solita spranga di eclissi
che dà dolore movimentando massi
sul tarlo del silenzio sulla leggenda
del peso massimo, fuscello.

74.
un remoto pastrocchio ti supplicò
di non nascere mai più. i libri
letti col furore del condannato
vollero una diga per proteggerti.
il tempo bruciò il singolo plurale
insieme ai brevetti di soccorso.

76.
cornucopia dell’ira la poesia
nudità del pio blasfemo
modo del duttile per un mondo di spranghe
ghetti di animi alla forca.
le poesie le leggevi con la torcia
ti hanno ucciso per ebetudine
per la giuria del dopo cenere.
c’è quaggiù un arso campionato
padrone di soldatesca ed esca viva
sconforto di pane alle parole in fondo.

88.
in terra si adunò questo sopruso
patito dalle rendite ridotte
sotto bivacco.
al comico che generi risata
vorrei reggere lo strascico dell’eco
sopra la spranga della galera
in piena ronda.
a te che stani l’abaco prestato
verranno a toglierti lo sguardo e il cipresso.

100.
davvero ci sarà il tuo martìre
contro le teche delle lune
chiuse sugli asfalti periferici.
verso concluso ti dorrà
quel grato affanno innamorato
delle vie secondarie e laterali
quale un mestiere di avanzo
per campare lucertola imprendibile

***

4 pensieri su “Un gerundio di venia”

  1. Sublime stasi della forma poetica in lotta xol divenire. in queste poesie il tempo sembra far mambassa dell’ordinario, per ridurlo a mera polvere al suolo. grazie a rebstein per questo contributo

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