Tra le mani un precipizio

Mario Giacomelli, Paesaggio

Marco Ercolani

Tra le mani un precipizio

32 riflessioni apocrife di María Zambrano (1979)

1. René Char scrive: «Non c’è un potere divino sparpagliato in ogni soffio: gli dei sono nei nostri muri, attivi, assopiti». Esiste, secondo il poeta, una concentrazione intima, nel sacro cerchio della casa, di dei plurali e perturbanti. Vorrei soffermarmi a lungo su questo dettaglio».

2. A certi versificatori spiace che si ragioni sulla poesia. È più comodo, per loro, inventare poesie facili e dimesse, vicine alle ragioni della vita e del cuore, che teorizzare le complessità spesso laceranti e ustorie del pensiero poetico. Ma chiunque scrive sa benissimo che alla parola del cuore si arriva dopo una strenua esplorazione dei tessuti che lo rivestono: e poi, quando si scrive, lo si tiene sempre segreto, laterale al respiro, ascoltandone appena le pulsazioni.

3. Una notte ho sognato una scrittura-ghiacciaio. Chiunque è in grado di lasciare una traccia sulla superficie immacolata del ghiacciaio. Ma, quando questa traccia non è immediatamente visibile e riposa dietro strati e strati di uniforme candore, significa che dovremo fare fatica per leggere, per comprendere, per arrivare al segreto. Dovremo lavorare di unghie e di testa per giungere a vedere, per un attimo, questi palinsesti. I fantasmi non sono attori che si mostrano subito allo sguardo, appena sollevato il sipario. Sono gelide ombre.

4. In una mia antica lettera, di cui scopro oggi per caso la minuta, parlavo dei ghiacciai delle Alpi Retiche e della impossibilità, per l’occhio umano, di guardarli sotto la luce del sole. «È necessario» scrivevo «usare degli occhiali neri. Forse la scrittura non è molto diversa da quegli occhiali: una lente per sopportare il ghiacciaio. Ma quanta nostalgia per il ghiacciaio! Quanta voglia di lasciarsi accecare!»
Lasciarsi accecare. Qui sta il punto. Chi voglia scrivere si concentri su questo: è imperdonabile non essere coscienti di come, attraverso il demone della scrittura, la parola ci porti al limite di noi, con un corpo quasi amputato della vista, ma con una parola che ci rende veggenti.

5. La scrittura è e resterà un rito mistico a cui hanno felicemente sottratto il pensiero di Dio. Tutti gli scrittori dovrebbero, idealmente, scrivere sullo stesso foglio di carta, giustapponendo riga sopra riga, come accade ai cerchi che, nelle cortecce degli alberi, indicano lo scorrere del tempo. Uno sguardo vero sa leggere le età della scrittura anche attraverso la superficie.

6. La “metafisica” balza ogni volta fuori dalle fiabe, dai sogni, dagli istanti stregati di terrore o di estraneità, da quegli attimi in cui sembra che si offra, in un lampo unico, “l’insieme delle cose”, la finzione del Totale: Vita e Mondo. La parola che li descrive diventa una parola magica ma reale e ciò che è naturalmente Risposta diventa Domanda. Sopraggiungono le figure interrogative del linguaggio, i mostri istantanei di un’astratta mitologia, gli enigmi illegittimi di una fisica esitante. A queste domande immaginarie rispondiamo con parole reali. Gettate fortuitamente nel cervello, espulse casualmente nel foglio, generano effetti non calcolabili.

7. Il Caso è la causa generale di ogni sorpresa. Ma ogni sorpresa è come una conchiglia: un labirinto annidato in se stesso, attorcigliato a spirale verso un punto x, a cui possiamo pensare ma che non raggiungeremo mai. Se questo accadesse, si frantumerebbe il pensiero della conchiglia e lo stupore del caso, e avremmo una serie di rette lineari che riproducono un universo bidimensionale.

8. La storia non è altro che il risultato, nella civiltà, di un ghiacciaio che si scioglie in determinati punti: il geografo impassibile di questa metamorfosi è il narratore che assiste alla dissoluzione del ghiaccio e ne segue curioso la traiettoria.

9. «Non uscire mai dai numeri, dagli esseri!» Il rimpianto di Baudelaire è preciso. Le sue parole sono un invito esatto a vivere fuori di sé il proprio destino, in una mente che regoli il corso irrazionale degli eventi. Questa mente non abita nel corpo ma è una funzione-fantasma che appartiene alle qualità dell’aria. Quando l’aria, toccata dalle vibrazioni di una pelle viva, rilascia suoni cristallini e nitidi, in quel momento si esce fuori di sé, fuori dal caldo della pelle e delle passioni, per non essere più né numero né individuo ma suono disincarnato, libero dal timbro opaco che lo nascondeva. Ma – qui sta il nodo – non completamente disincarnato: quel timbro è sempre dentro il corpo che ha abbandonato, come il suono della voce che sale dal libro è in tutte le parole del libro. Dire “fuori di sé” significa parlare di un territorio ancorato in modo diverso ai confini del sé.

10. C’è chi soffre della sua passione e chi crea intervalli musicali. La passione ha un dolore che ci conviene dimenticare: ma la forma della passione – la sua pausa musicale – è restituita dalla sintassi della parola poetica.

11. Mi viene agli occhi un’immagine che è l’eco del sonno appena interrotto: un corvo galleggia sopra il ghiaccio, in attesa di spiccare il volo. Non è morto, ma neppure vola via. Se ne sta lì, in mezzo al
freddo oceano, come se non volesse più volare ma nello stesso tempo non potesse nemmeno annegare. È il mio sistema vitale. Non posso permettermi di dare a quest’immagine una soluzione poetica, simbolizzandola in un linguaggio letterario e pietrificandola negli archivi della bellezza.
Il corvo fermo nel ghiaccio non è una visione poetica: nutre il pensiero poetico. Il corvo nell’oceano ghiacciato indica la strada: non volare e non morire, non perdersi negli spazi e non soffocare nell’acqua. Stare in una via mediana – dormire ma non chiudere gli occhi –, dormire solo quel tanto che serve per passare i giorni da sveglio. Il poeta vorrebbe dimenticare la funzione-sonno. Vorrebbe gli fosse consegnata, come un dono prodigioso, l’insonnia di Kafka e gli fosse restituito un numero incredibile di ore, quelle ore che vanno perdute in grembo al sonno-morte e che vorrebbe diventassero mille mattini in cui svegliarsi ancora e scrivere ostinatamente i suoi mille, e oltre mille, quaderni.

12. Ci si aspetta che un discorso sia coerente e una fantasticheria sconnessa. Ma spesso è vero il contrario. Talvolta ci troviamo di fronte al linguaggio come chi si dispera di forme che deve subire e non immagina che quelle forme possano essere forgiate e modificate. Ma tutto è vero e tutto è falso. Così, quando uno annota un pensiero, in realtà annota alcune visioni che gli sembrano formare un tutto unico e coerente, ma che della coerenza hanno solo la struttura apparente.

13. La chiarezza è solo lo scambio di un’oscurità consentita, sulla quale abbiamo deciso di intenderci senza battere ciglio, adattandoci alle tenebre.

14. Alcune ricerche – filosofiche, matematiche, poetiche – isolano chi vi si immerge per la loro smisurata difficoltà. Questo isolamento può essere impercettibile: ma chi vi sprofonda ha un bel vedere individui, discorrere, discutere con loro; egli, senza nessuna superbia, trattiene per sé quanto crede faccia parte della propria essenza e cede agli altri solo quanto ritiene inutile al suo disegno. Una parte della sua mente può applicarsi a rispondere agli altri e persino a brillare davanti a loro; ma poi si ritrae attraverso quello stesso scambio che gli fa sentire più nettamente il suo isolamento e lo obbliga a ritirarsi in se stesso, rifiutando ogni contatto. Così si forma per reazione una seconda solitudine, necessaria alla sua anima per rendersi segretamente, gelosamente unico.

15. C’è un quadro, alla Kunsthalle di Amburgo: Il mare di ghiaccio, di Caspar David Friedrich. Grossi blocchi gelati, ispirati al pittore dai ghiacciai alla deriva nell’Elba, occupano la superficie della tela. Sullo sfondo, appoggiato sui blocchi, compare un relitto. Il quadro si ispira alle spedizioni polari di due navi, l’Hecla e il Griper, che sparirono nei ghiacci del Polo. Non ho avuto dubbi dal primo istante. Ho eletto questo quadro a re di tutti i quadri che ho visto e che avrei visto in futuro. L’ho venerato. Non avevo più nessuna necessità di cercare ancora. Non sarebbero esistiti altri musei e altre mostre per il mio spirito. Il ghiacciaio era davanti a me. Il mio compito era guardare. E ogni giorno avrei guardato di più, osservando, sotto gli strati gelati, qualcosa di sempre diverso. L’esercizio fantastico del vedere e dell’immaginare era cominciato.

16. Le parole di cui mi servo ogni giorno, chiare e immutate per tutti, non appena comincio a pensarle mi diventano un intrico oscuro così come il mio corpo, ermeticamente sigillato nella pelle e nell’abito, chiuso nelle armoniche proprietà di tutti i suoi tessuti. Ma, se appare il sintomo di una malattia, ecco che il corpo si lacera, diventa un oracolo doloroso e non un oggetto muto; allora i discorsi di «separazione, ferita, distacco» diventano fitte tangibili e non termini psicoanalitici.

17. Se si pensasse la filosofia come un’arte musicale, non saremmo costretti a vivere la conoscenza come un insieme di arnie isolate, buone soltanto a contenere il furore delle api inferocite dalla lunga cattività.

18. Felici quelli che convengono con loro stessi di capire e di capirsi perfettamente, che parlano senza tremare e scrivono poesie senza dubitare. Invidio questi uomini lucidi, le cui opere fanno pensare alla chiarezza del sole in un universo di cristallo. Io non distinguo mai ciò che è negativamente chiaro da ciò che è positivamente oscuro. Questa debolezza è il principio delle mie tenebre, la prima ombra nella radura illuminata del bosco. Io diffido di tutte le parole, perché la più piccola meditazione rende assurdo ciò di cui ci fidiamo. Sono arrivata a paragonare le parole con le quali si traversa rapidamente lo spazio di un pensiero a tavole leggere gettate su un abisso, che consentono il passaggio, ma non la sosta. L’uomo in movimento prende tali parole e se ne va; ma, se insiste, il ponte si rompe e tutto cade nell’abisso.

19. La più limpida possibilità creativa che ci venga consentita è quella di far durare in noi, dentro di noi, uno stato di ansia e di allarme a cui corrisponde, peraltro, la serenità di tradurre quest’ansia in forme – una serenità mai appagata ma consapevole dello sforzo estenuante di mettere a fuoco l’inesprimibile. Ridotta la condizione di allarme, all’uomo non resta che costruire recinti e barriere architettoniche – compito né poetico né essenziale, degno solo della conservazione della specie.
L’artista, invece, è un distruttore di sistemi, un costruttore di mondi casuali, retti da logiche nuove e nuovi segreti.

20. Gli artisti contemporanei hanno i loro meriti, ma bisogna riconoscere che sono a disagio nei problemi della composizione e non amano inventare. Se inventano, cadono nel particolare; se non inventano, sono incapaci di una visione unitaria. Il frammento li assorbe – e questo è un peccato imperdonabile. Ma già da molti mesi mi abituo alla monotona ripetizione di questo peccato.

21. Ciò che accade nella poesia resta sempre non detto, pur esprimendosi attraverso il linguaggio delle parole. È un’essenza di cui non sai definire nulla, ma che senti soltanto tua – un “accento” non aggirabile da utopie o ideologie.

22. La “fantasia acustica” del poeta è la ricerca di parole che lo orientino verso il segreto dell’atto creativo, dove lo stato di estasi è la necessità primaria, ma è la tensione critica il rovello che la consente.

23. Nel lavoro poetico è l’abbandono assoluto a intrecciare le parole della lingua e il silenzio della lingua, il mistero di un sonno in cui restare svegli. In quel limite fra veglia e sonno si dibatte la necessità di tacere e la possibilità di dire, che si confrontano come due misteri.
La complicità del silenzio non esclude le complicazioni della parola. Forse il dire appartiene al regno dell’insonnia e il tacere a quello del sonno. Ma chi scrive esita sempre tra risveglio e addormentamento. La scrittura poetica è la traccia fisica di questa esitazione.

24. Quasi tutte le vere bellezze di una nave sono sott’acqua: il resto è opera morta.

25. La poesia è un modo di avvicinarsi al reale che si esercita con la riflessione analogica.
Questi frammenti apocrifi di liturgia saffica, che risalgono al II o al III secolo dopo Cristo, mi inducono a riflettere sugli splendori dell’analogia.

Ed ecco, una voluttà di morire
mi ha preso, e
nostalgia di rimirare
i versanti dell’Acheronte,
ammantati di rugiada
e fioriti di nenufari
E noi avvolge la caliginosa
Notte…
su tutta la piana le rose
spandono ombra, e dalle foglie palpitanti
scende il sopore…
O Sogno, nella caligine notturna
vai errando, non appena Sonno
soporifera divinità discende,
e dolorosa per me…
separami dalla mia pena io posso…
però la speranza di un sentire
è ancora il mio nutrimento…
silenziosa, cresce il terrore
la mente pervasa dall’angoscia
poi si distende:
ma voialtre, amiche, nuotatrici,
alzatevi, che la luce
del giorno si accosta oramai
e veramente…
per nulla…
ora invece…
per non volere…
forme stupende…

si precipiterebbe
… tenendo, essa
… rimirando
altri…
… le nebbie

Questi frammenti sono la convocazione del sonno e della nebbia in poesia. Sono la necessità della sapienza poetica e della poesia sapienziale, dove la parola resta, come in certi corredi funerari, il balbettio che restituisce, come un soffio, il respiro della vita. La poesia è sempre sogno di resurrezione dalla morte e leggero abbandono al suo sortilegio.

26. Ci sono poeti contemporanei che non blocchino la loro indagine alla costruzione di un personale idioletto, di una familiare e riconoscibile casa della propria lingua? Ci sono poeti contemporanei che non siano abituati a una poesia addomesticata che ci rende complici delle loro tenerezze filiali, paterne, materne? Triste, inerte intimismo.
Io so che la poesia mi commuove solo quando mi porta così lontano da me da dimenticare che sono io l’autore dei versi che sto leggendo.

27. Di fronte a innumerevoli strati di immagini, idee, emozioni, parole, una sola identità è sufficiente? Siamo sicuri di averne soltanto una? Esiste un’identità di relazione, una moneta di scambio tra noi e il mondo, notificata dai documenti, sigillata dalle date, ma lacunosa, oscura. All’interno di noi c’è il nostro rapporto con noi stessi, segreto a tutti se non alla nostra consapevolezza. Come osserva Charles Baudelaire: «L’artista non è tale se non alla condizione di essere duplice». In che cosa apparteniamo veramente a noi stessi? Nel nostro patrimonio, nel nostro nome, nelle nostre azioni visibili? O non apparteniamo forse, quasi sempre, a quello che ci distoglie dalla nostra vita e dalla nostra mente? Non è forse vero che vivere è obbedire o disobbedire alle energie psichiche che ci traversano, cercando altrove quello che non troviamo dentro di noi, sapendo perfettamente che accontentarsi del proprio piccolo porto genererebbe soltanto malattie, paranoie, dittature?
La nostra identità è i nostri desideri. Le ipotesi di libertà rispetto ai canoni noti. Il medico della mente verifica nei sintomi della follia la mancanza di queste libertà. L’autore di poesie sente nelle sue opere questa esigenza di libertà. Il medico ascolta i destini deformi ed esagerati dei matti che volevano sciogliersi dai loro nodi, che hanno tentato e fallito. Il poeta può solo rappresentare questa sofferenza, allontanarsi dalla sua biografia, mettersi in ascolto, sciogliere o intrecciare nodi che appartengono non solo a lui.

28. La scrittura esplora le molteplici vie dell’identità, le mille strade che traversano l’anima, per poi definirsi in una forma, un libro, un quadro. L’identità appare sempre come una formazione di compromesso, un rischio, una scommessa estrema. Il nostro io è la parte visibile dell’iceberg inconscio, tellurico e instabile con il quale occorre confrontarsi. L’identità del poeta è ammettere di essere vaso conduttore di energie che solo lui sa restituire in quel modo. Come se un uomo, camminando in mezzo a una cascata, frastornato dal rumore assordante di milioni di particelle d’acqua, riuscisse a definire, a se stesso, il percorso di una o poche particelle, ma ognuna delle quali risentisse della vibrazione sommersa delle altre, inudibili e segrete. Ha ragione Thomas de Quincey quando scrive: «Che cos’è il cervello se non un immenso e naturale palinsesto? Il mio cervello è un palinsesto e anche il vostro, lettori. Innumerevoli strati di idee, immagini, sentimenti, sono caduti gradualmente sul vostro cervello con la stessa dolcezza delle luci. Pareva che ciascuno seppellisse quelli precedenti. Ma nessuno, in realtà, è morto».
Il poeta è mercuriale mentitore, fingitore, fabbricante di illusioni. Si mette all’incrocio di tante strade – ladro, messaggero, viaggiatore, inafferrabile testimone di una vita che fugge. Inventa, per fermarla, i segni della scrittura. Ma la scrittura è solo una forma più strutturata del nomadismo, la piccola illusione di conferire contorni precisi a un miraggio inafferrabile.

29. Esiste una mia personale sindrome di Stendhal che, davanti alla costruzione di una forma poetica, mi rende come sonnambula, incerta se attribuire proprio quel senso a quella frase, proprio quei timbri al suono di quelle parole. Sillabo la frase poetica, ne ripeto la musica, finché mi convinco che tutto è irriducibile, deludente, misterioso, e che non ne verrò mai a capo.

30. Ricordo i versi di un poeta catalano che lessi molti anni fa in un’antologia, di cui non ricordo neppure il nome: «Ho buio nella bocca / parlo / dentro il muro crollato / esauditemi / prestate orecchio alla mia voce». Li ricordo perché sono un grido anonimo, comune a tanti poeti che hanno perso la vita sotto la repressione franchista. Ma, contemporaneamente, resto turbata da questa “parola” che non smette di risuonare “dentro il muro crollato”, e in me nasce l’inestinguibile speranza che al poeta, in qualsiasi luogo e con qualsiasi pensiero, sia sempre consentito questo sforzo fallito e vincente di dire.

31. Per le cose che scrivo e che penso cerco di possedere un delicato equilibrio, tanto è perturbante il loro stato di metamorfosi. Un giorno, guardando una tela di Rembrandt, ho visto, senza ombra di dubbio, il bue squartato di Soutine. Un giorno, leggendo un capitolo del Chisciotte, ho visto le lunghe rovine della desolata Bisanzio di Yeats. Non c’è nulla che assomigli a nulla. Ogni giorno noi ci alziamo e ci corichiamo e siamo giovani e vecchissimi, pronti a ricominciare come a finire di colpo. Ad assumere una posizione, anche fosse impossibile o disperata.

32. Questa trentaduesima riflessione è la semplice constatazione del precipizio che si apre tra le nostre mani e le mani che amiamo, quando queste vengono a mancare. Pur sapendo che la lingua ci verrà fin troppo presto in aiuto, come balsamo e come finzione, in quell’attimo ammutoliamo di dolore, incapaci di balbettare le parole più semplici.

Tratto da:
Aa. Vv. (a cura di Mario Fresa e Tiziano Salari)
La poesia e la carne. Tra il labirinto dei corpi e l’inizio della parola
Milano, La Vita Felice, “Saggi”, 2009.

***

9 pensieri su “Tra le mani un precipizio”

  1. “Quasi tutte le vere bellezze di una nave sono sott’acqua: il resto è opera morta.”…qui mi soffermo e sottovoce spiano quella strada che si fa ri-cerca dentro e fuori, nel balbettio finale di quest’ampia riflessione.
    Un saluto Tiziana

  2. Grazie, Francesco. Grazie, Enzo. Grazie, Carla e Tiziana. Ritrovo qui un mio testo antico, che rileggo con piacere (bello, talvolta, perdere un po’ la memoria). Credo di averlo scritto proprio per le parole dell’ultima riflessione, sull’ammutolimento finale. Un abbraccio a tutti i lettori della Dimora.

  3. Grazie a Francesco, Carla, Tiziana. Ed Enzo. Rileggo con gioia questo mio testo antico, ancora e sempre un elogio dell’ombra, della “nave sott’acqua”. Un forte abbraccio a tutti i lettori della Dimora.

  4. usurpo questo commento giusto per esprimere la contentezza di vedere nuovamente aggiornata la Dimora (se lo è stata anche nei mesi scorsi, allora chiedo venia del mio sonno), per di più con un testo di Ercolani, che leggo sempre volentieri. per quel che riguarda il testo in questione, non credo invece di poter aggiungere molto alla discussione al riguardo, tranne che – forse – mi sembra di vederne la forza (e forse qualche debolezza) nel modo in cui presenta la propria trama metaforica, la tessitura a livello semnatico che “non è una visione poetica: nutre il pensiero poetico”; che mi sembra voglia dire un modo di riaccostare il pensiero alla propria immagine, con una discreta fiducia in quest’ultima… e se non si tratta di poesia – dato che al riguardo di quest’ultima vedo ultimamente sprecarsi la definizione di “aurorale” – mi chiedo se non sia questo gesto di riavvicinamento tra pensiero e proprio immagine davvero “aurorale” rispetto a una condizione del pensiero ancora da costruirsi (o in cui riponere nuovamente fiducia). perdono se sono uscito dal seminato

  5. Per nulla. Il tuo intervento è proprio in tema. Non si tratta di visione ma di pensiero, un pensiero che si nutre di stupori e di immagini senza abdicare alla sua funzione riflessiva, nascondendola e rivelandola dentro di sè. Il testo è forse troppo lungo (almeno per come oggi vedo la scrittura, più breve e più tesa). Grazie. M

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