La presenza del vedere

Adriano Padua

Adriano Padua

A calzare la maschera metrica parrebbe non ci siano fori per gli occhi, e cala il buio nel mentre che un suono ritorna costante a segnare col proprio rimbalzo l’ambiente. Se poi vi si sovrappone la pellicola lirica, introversa per sua stessa elezione, e al dunque spalmabile solo a patto di perdere il volto, se mai per barattarlo con il calco di un morto, o con la spugna del convolto cerebrale, allora la cecità da marchio di fabbrica diviene un viaggio organizzato nelle tenebre, «con gli occhi sgranati e rivolti nel verso di questo possibile abisso». Eppure a scomparire in quella risacca non sono le cose, se mai le parole. È un paradosso, ma se ogni verso non ci mettesse in riga a filare in senso inverso, non ci sarebbe altro che un depositarsi di larve d’insetto (Francesco Redi, quando metteva a marcire la carne, li chiamava «cacchioni») e uno squittio. Con il congegno della poesia non si fa niente se non immettere ritardi, o guasti, nel sistema percettivo, provando innanzi tutto a scollare dalle pareti mute e lisce del sensorio la carta da parato che ci chiacchiera nel mondo. Continua a leggere La presenza del vedere

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