La deriva

Toulouse-Lautrec, Jane Avril, 1893

Marta Campi

LA DERIVA

Atlantis – Juan-Les-Pins (Francia)

[Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a persone
esistenti o a fatti accaduti è puramente casuale.]

SONO SCAPPATA DA UNA CITTÀ CAOTICA, DISTURBANTE, EROSIVA. COSÌ HO SCELTO UN POSTO PER VIVERE CHE FOSSE VICINO ALLA MIA NATURA, AL CONTEMPO AUSTERA E SELVATICA. JUAN-LES-PINS MI SI È PUNTATA DAVANTI COME UN’ALLUSIONE RANDAGIA: CON IL FRUSCIO DI SOTTOFONDO DELLA PINETA, E LO SCOMPOSTO MOVIMENTO CHE SI DISTENDE NERVOSAMENTE VERSO L’ACQUA, VELATA E TREMOLANTE.
DEGLI SFARZI DELLA CÔTE D’AZUR HA BEN POCO. ANCHE LA GENTE DAL PASSO SBILENCO, E LA NATURA INVISIBILE RIESCE, FORSE PER LA PRIMA VOLTA, A FARMI SENTIRE A MIO AGIO.

Per il resto non è cambiato molto, sono quella di sempre, definita troppo magra, silenziosa, al limite dell’asocialità.
Ho subito saggiato l’essenza del luogo. Mi sono gettata in mare il giorno stesso del mio arrivo. Attraversato la sabbia ondulata e seguito la distesa d’acqua fino all’immersione totale. Guardavo le mani e le gambe bombate e fluttuanti fino a riemergere, e ancora, fino a scivolare sempre più al largo, da sentirmi completamente avvolta da quel liquido così puro, troppo forse. Avevo inseguito il mio riverbero, rischiato slittamenti, e ora finalmente mi proiettavo alla leggerezza, come se già mi fossi scollata di dosso il peso della gravità. Una sospensione momentanea, ma così vera da permettere che questa fantasia mi accompagnasse per parecchie ore a venire.
Prendere confidenza con l’esterno non è semplice eppure come raramente mi accade quel contorno mi lasciava con un’attenta tendenza, simile a una cura mista a curiosità, verso tutto quello che circondava il mio essere. I miei sensi amplificati a cogliere-selezionare-campionare qualsiasi movimento, fruscio, onda. Qualsiasi cosa proveniente da quel miracolo drogato pur di rimanere, con la mia illusione sovversiva, là sotto il pelo del mare, nel luogo primario e ovattato, dove mi scontro con una spinta che non mi appartiene.

Era stato mio padre a farmi vincere la paura del contatto con l’acqua, dapprima portandomi sulle sue spalle fin dentro la piscina vicino casa, poi in giro. Il più delle volte forzandomi, senza assecondare la mia natura guardinga. Più bisognosa di scrutare fino alla nausea per poi decidere.

A poco a poco la mia essenza si era ripiegata, evasa a se stessa, lasciandomi in balia di crolli improvvisi e ogni volta, decisivi. Provavo all’occorrenza a “riassettare” l’asse mancante ma l’uscita di sicurezza coincideva sempre con una parete bianca, liscia, senza porte né finestre. Un circuito chiuso che percorrevo di continuo fino a fermarmi sempre nel medesimo punto. Ritrovare l’energia necessaria per ripartire, confinandomi, di nuovo, alla soglia iniziale. La circolarità era la mia malattia più grave, l’utilizzare tutte le forze necessarie senza un accettabile risultato il mio vizio imperdonabile. Quando suddivisi con precisione i sintagmi del processo aggrovigliato era tardi. Avevo confinato persino i sentimenti più banali ed era sorto in me un disprezzo verso la mia incapacità di concludere un legame, portarlo fino al suo compimento più estremo.
Quei fili invisibili mi dirigevano alla dannata stazione primaria, e non come condanna piuttosto una rassegnazione integrata. Non ne avevo ancora accettato completamente la loro determinata promessa. Li guardavo e li perdevo di vista, volontariamente, passivamente, come in un sogno in cui le prospettive cambiano in continuazione, e dove anche la logica più sviante appare lecita.

***

Mi sto muovendo lungo Boulevard du Littoral, la strada che costeggia il mare, all’altezza del Jazz à Juan, e non è mai un caso la scelta del posto, ma di questa fatalità ne “spasmo” solo ora. Contornata da impronte di mani di un B.B. King, Dee Dee Bridgewater, Keith Jarrett, Metheny Ravi Coltrane, e la lista proseguirebbe… dal nulla una Lei mi ha strattonato, lasciandomi per tutta la settimana un gesto marcato nel cervello: la sua mano circondare il mio polso, lisciarlo ai contorni impressi, per poi calarlo giù verso il basso in una confusione di dita, impronte, vere, eterne. Quella stessa sera senza troppi trucchetti si era proposta come una speranza, al limite dell’abrasione. Per tutto il tempo l’avevo lasciata giocare, trascinata dalla sua euforia, quando, in mezzo alla strada, mi aveva chiuso alla morsa di alcune parti del suo corpo, braccia fianchi labbra, sbilanciate a forbice, simile a un rettile, fluida e repentina, da confonderti. La sua proposta mi piaceva, proprio così, ho usato questo termine banale, per esprimere un dispaccio di crivellate che mi arrivavano diritte allo stomaco nel guardala dal basso, di profilo. D’altro canto la sua astuta ingenuità esplodeva come una fendente ondeggiante, con gli occhi tenuti volutamente bassi e le domande inutilmente scabrose da schiudermi un sorriso che sconfinava, a tratti, in un crepitio doloroso.

È il nostro secondo appuntamento, quello che non ci sarebbe dovuto essere, perché così avevo deciso. Ho scavalcato la mia negazione finale per assecondare una curiosità basica. L’ho vista subito seduta sul muretto dalla parte più lontana al mio sguardo, con le spalle al mare e le gambe allungate in avanti, i piedi ricurvi verso l’interno, in una posa da bambina capricciosa che la rendeva stratificata in tante forme. Io mi muovevo con un passo aritmico, ansiogena e selvatica fino al midollo, come i capelli spettinati dal vento, come questo luogo, che prende vita soltanto d’estate, mentre per tutto il resto dell’anno è un silente inganno. Una macchia grigia che d’improvviso può esplodere nel viola più iridescente. Spaccato di una natura folle, aperta, ossessiva che aveva rapito la mia fantasia più violenta fin dal primo istante. Questo posto possiede le coordinate di una cerimonia che sta per essere consumata, senza lasciare il lampo di una espiazione finale. Soltanto incroci bestiali tra bottiglie di birra lasciate ai bordi di vicoli e grida improvvise, fallimentari.

Per andare nel suo appartamento abbiamo attraversato una sorta di piccolo tunnel, cemento imbrattato da scritte e disegni, alla cui sinistra stava un passaggio pedonale in salita. Un percorso scarno privo di visuali luccicanti, a tratti squallido. Ho sempre trovato affascinante il ridursi delle cose, l’attraversare luoghi che si rendono vulnerabili dietro lo stereotipo. L’assottigliarsi di margini che proseguono oltre il trasalimento, fino alla puntura. Come una piccola cicatrice che dilata sguardi febbrili, insonnie, condanne. Non sopporto le cartoline e quella luce sempre così sommaria alla mia vista. Preferisco nutrirmi del cantico di una natura incolta, ammansita a volte, certo, ma lasciata libera di proseguire la sua estensione. La sua vertigine misteriosa. Qualcosa che ha a che fare col sacro, e con il sacrificio. Un filo sonoro che risuona nella mia cassa toracica, sempre troppo compressa e trattenuta, ma in grado di filtrare quell’onda al proprio interno, per poi chissà dove farla deragliare.

***

Mi ha aperto la porta di casa come a una amica, io mi sono sentita un rapace nel cogliere la sua intimità senza nessun riserbo. Il monolocale era un agglomerato di panni da stendere, piatti da lavare, peluche spelacchiati tra posacenere ricolmi fino al bordo e un solo poster, appeso alla destra del letto, di Toulouse Lautrec, quello che raffigura una ballerina del Moulin Rouge mentre si dimena con la gonna rovesciata verso l’alto, marchiata da un sottofondo giallo-follia, che mi condizionava: divisa a metà, tra lo stupore grigio dell’uomo in primo piano e l’offerta femminea, audace, dirompente.

MI HA VERSATO DA BERE E CI SIAMO SEDUTE SUL SUO PICCOLO DIVANO ROSSO. MI SI È STESA TRA LE GAMBE, SCHIENA CONTRO PANCIA. CHIACCHIERAVA, CHIEDEVA, ANSIMAVA. HA LASCIATO RICADERE LA TESTA ALL’INDIETRO, I SUOI CAPELLI MI SFIORAVANO, LI SENTIVO SOLLETICARMI LA SPALLA, COPERTA DA UNA MAGLIETTA SCURA TRAFORATA. LA SUA GUANCIA SLACCIATA VERSO IL MIO VISO. HO INVIDIATO CON UN RIMESCOLIO DI RABBIA IL SUO ABBANDONO, LA SUA ESPLICITA FEMMINILITÀ.

In piedi una di fronte l’altra, ho sfregato le labbra-carta-vetrata sul suo collo d’argilla, lei si è spogliata gettando i vestiti a terra, imbronciata e con forza. Vederla nuda me l’ha rilevata delicata ritmica spiazzante. Ho sentito i pensieri torcersi e le mani tremare. Il mio tono è mutato, le ho marcato con una voce difettosa di piegarsi in ginocchio. La sua pelle rifletteva un bianco opaco che non riuscivo a contrastare. I suoi capelli riversati sul viso lo annullavano quasi completamente: la mia musa senza testa, con le mani aperte, avanzava lasciandomi gelare nel fascio dei miei nervi divorati. Quello che batteva nelle vene non era fissarla nel dissolvimento dei suoi gemiti, ma nel gesto meccanico che compiva meticolosamente, da sola, tra la punta delle ricurve dita e la sua carne più aperta.

***

Osservo le vene dei miei piedi assottigliarsi e ripiegarsi su se stesse mentre “ramingo” per la spiaggia semideserta, con le stazioni balneari ancora sigillate. Nessun brio estivo, solare e tonale, soltanto una tizia dal volto teso che avanza senza capire bene dove. Quella tizia sono io. È la stessa immagine che proietto su me stessa mentre compio i gesti più banali. Pagare la spesa, chiudere un cassetto, fermare un taxi.
Davanti a me è tutto monocolore. Come il mio delirio. Nemmeno le poche persone che incontro sembrano notarmi, loro, nelle camicie improbabili e i gesti appesi mi appaiono liberi, di non definirsi di non conficcarsi nella frazione più dissociata. Arrivo fino all’acqua, che avanza lentamente verso di me come un richiamo. L’ascolto nel suo respiro strizzato, come una panno umido sferzato sulla schiena. E mi piego, come una conchiglia vuota dai contorni mangiati.
Salsedine e sabbia cullano la mia ora d’aria.

***

Quando entro nel primo bar utile sono al limite del presentabile, raggrinzita dal vento e le scarpe infilate di fretta nei piedi ancora umidi e insabbiati senza calze, il viso indurito e lo sguardo privo di una luminosa coscienza. Ordino una birra rossa doppio malto, e osservo il barista parlare con un suo amico. Quel viziato arrotare di erre tra le labbra sottili, una mimica che mi appare come una concessione, una pausa all’assordante scricchiolio della mia mandibola serrata su se stessa, fino al logorio.
Seduta al mio tavolo mi adagio quasi inconsapevolmente al respiro del locale, forse dipende dalla birra lasciata scivolare velocemente nella gola e subito sostituita, forse dalla musica che ricade a peso morto per terra per poi, con un balzo schizoide, risalire e insinuarsi in ogni centimetro quadrato della stanza, fino a scoppiare di soppiatto nel mio cuore. Fragili schegge acide in evoluzione, spinte all’estremo dall’incalzare aritmico di un sax e dai picchi slabbrati di un pianoforte. L’implodere di un gorgheggio dissonante e malato. Ero capitata nel locale giusto. Del resto l’avevo suggellato fin dal principio a me stessa di aver scovato quel luogo, esistente già da un tempo illimitato nelle cavità del mio io disfatto, ma che ora, con il mio più puro stupore, si erigeva davanti ai miei occhi, aperti come fittizie guglie sul mare, quando l’acqua s’infrange spavalda, perdendo lacrime scintillanti tutt’intorno.
I ricordi più recenti finalmente iniziano a farsi confusi e io a strascicare parole come una sommessa litania, o un controcanto alla distorsione jazz ancora in diffusione. Qualcuno mi guarda stranito, ma quei pochi restanti non sembrano affatto trovare anomalo il mio conferire con me stessa e con il mondo-tutto. Perché lì in quel buco di bar era nascosto il germe della mia criticità. La memoria e l’incanto. Il contorno secolare di un principio che aveva trovato il suo manifestarsi più assoluto: la mia faccia più vera, divelta.

***

Distorti, piegati i pensieri s’infiltrano ancora con la loro presenza al dannato appello. Né l’alcol né la musica, nulla riesce a farmi annullare quello che probabilmente avevo inseguito da anni. Finalmente avevo compiuto un salto, un guizzo, che l’estenuante attesa lo aveva reso lurido, pari a un rigurgito. Da pensiero si era fatto germe infetto. E così era stato. Aveva infiammato la zona circostante, e poi ogni parte di me. Per tutto questo tempo era soltanto rimasto silente, in balia della casualità. Ora la fortuna mi aveva strizzato l’occhio: mi aveva teso un’occasione dal nulla. Come potevo ancora rimanere inerte? Io che non riuscivo più a reggere questo peso. Prigioniera della mia stessa mancanza.

ORA QUELL’INCISIONE VIRALE ERA ESPLOSA, LE SUE CELLULE MOLTIPLICATE, GERMINATE SECONDO DOPO SECONDO, VERSO UN DISASTROSO AFFONDO. IL MIO SUSSULTARE UN TREMOLIO ANGOSCIATO. PREMEDITAZIONE DI UNA LUNGA VEGLIA, SPOSSESSATA E VILE, COME UNA MINACCIA. – OSCILLANT REVE! – GRIDAVO RIDICOLA, TRAFITTA DA UNA SCARICA, ROBOANTE E SPARPAGLIATA, NEL VENTRE INFUOCATO, CHE MI ABITAVA, E NON IL CONTRARIO.

***

Quel gioco iniziato con le risa è mutato un poco alla volta. Scena dentro scena. Mi guardo come dall’esterno e mi avvicino al suo chiarore, non so nemmeno io da dove cominciare, mi lascio alle spalle una me che non riconosco e forse non è mai esistita e mi avvento su di lei. Quasi a bloccarla. Vorrei scivolare sotto la sua pelle sudata, fondermi nei suoi pori: li seguo con lo sguardo uno a uno: sono specifici, assoluti. Lei si dimena, e allo stesso tempo mi asseconda. Si distende e si contrae. Lascia che il divertimento si tramuti in ribellione e poi rottura.
Per le mani la corrente di un desiderio rappreso. Percorrerla con frammenti di specchio e nastri. Trascinarla con il cuore ghiacciato alle sue estensioni più volgari. Mentre Lei docile si perde senza fiato.
Poi la virata, repentina. Mi sono ritrovata a stringere la sua carne con eccessiva forza e striarle il corpo improvvisamente scarlatto, tra bruciature e lividi. L’ho guardata compiersi sotto i miei occhi in una nuova forma. Le ho consunto il fianco fino al midollo e non mi sono fermata. Non ancora. Ho straziato la sua fame, l’ho resa inappetente e viscida. Il suo profumo svilito in lezzo. Continuava a essere il mio rettile sinuoso ma con l’aggiunta di nuove varianti: gli occhi strabuzzati quasi all’infuori dell’orbita, sul punto di rotolare per terra, e le scaglie di pelle sfaldate e miserevoli lungo la schiena. Solo così potevo amarla, lo capiva? Lo capiva che usando queste parole mentivo prima di tutto a me stessa? Non le ho impedito di piangere e urlare, non m’importava se qualcuno, un vicino, avesse chiamato la polizia. Avevo perso ogni residuo di eccitazione, volevo soltanto continuare a osservare, come in uno stato ipnotico, la mia conturbante creatura sciogliersi, mollemente sfilacciarsi come argilla sotto la pressione nebbiosa delle mie mani.
Il suo viso era di un pallore estenuante. Finalmente aveva ormai capito che si era soltanto trovata in mezzo alla mia ferocia Non ero affatto interessata a lei, ma solo all’incedere avverso del mio nome. Scandito come la menzogna di una nuvola. La solitudine è una voragine che ti scava un silenzio sordo. Quando ci si immerge non si può che deteriorare senza più possibilità di scelta. E io e il mio io avevamo scavato un solco troppo ampio per essere scavalcato.
Il contatto per me non poteva che essere questo martirio. Non ero più in grado di rimarginare l’onda che ti spinge verso alto, coesa. Potevo solo ripiegare di piatto lungo il termine definitivo. Sentivo anelli stringermi la vita fino a spezzarla in due. Una testa e delle gambe tranciate di netto. Muoversi per pochi istanti ancora sincroni, per poi perdersi nella resa della scissione.
All’improvviso mi sono bloccata. Non so nemmeno io perché. Forse era rimasto in me un barlume di speranza: Lei, sprezzante, mi avrebbe finalmente gettato fuori, raschiato con le poche forze rimaste, spinto ciecamente con le unghie trafitte nella carne a conoscerlo quel maledetto mondo che tanto avevo escluso, anche ora. Ma era un’illusione, una delle tante, cui avevo dato il libero acceso alla mia vita. Non sentivo più nemmeno l’acre sapore di sconfitta. Perché sul fondale, anche in quel giorno vorticoso, avevo già intravisto la minaccia “miopica”. La silenziosa oscenità ben nascosta, tra gli infiniti gironi della solitudine.
Non fece nulla. Non un gesto una parola. Barcollante si tirò su e si mise sotto le coperte. Come una bambina, raggomitolata. Immobile. Pari a un’ombra, un avvallamento clandestino.
Al telefono ho chiamato un numero a caso che mi è apparso sulla sua rubrica. Mi ha risposto una donna forse un’amica, la sorella, non l’ho mai saputo. Le ho chiesto se poteva venire da Aline perché aveva bisogno di aiuto. Mentre agganciavo ancora sentivo la voce in sottofondo, sfiatata dall’ansia crescente, chiedermi perché-che-cosa-è-successo-ma-ora-sta-bene-oh-mio-dio…
Ora che sono qui al bar è come se mi si fosse spento l’interruttore principale. La musica le luci le persone tutti ferme, immobili al vorticare ossessivo dei pensieri-fenditure, in cui riversare ogni spasmo, ogni veleno, che avevo trascurato e che ora mi risultava impossibile persino provarci.

***

Ho aperto gli occhi, sono per terra distesa su un prato, non riesco a vedere bene, il buio mi avvolge come una carezza dolorosa. Sono qui, e non ricordo affatto come ci sono capitata. Ho sopra la testa le punte infestate dei pini, che riempiono l’aria di resina e coprono la mia vista, la allontanano dal cielo. Uno sguardo reso inaccessibile. Seduta ho realizzato il cristallizzarsi del sogno. Il suo essere ormai violato e disperso. La vorace traccia del sibilo stava fendendo la mia, annullata e creduta, coscienza. I miei cari morti tornati alla luce, sotto forma di braccia gambe stomaco lingua. Ho pensato di essere finita nel mio incubo più arcaico. Ed era tutto vero. Alzandomi ho cercato una strada per il ritorno. Ormai il trucco era colato ben al di sotto del margine d’illusione. Persino negarmi la vita era di fatto la soluzione più inutile, da rovistare a denti digrignati. L’unica cosa che mi rimaneva da fare era annegare lo sguardo e virare la mia stessa carcassa. Sviarla con un passo. E rasentare questo confine, con un senso di attesa che avevo imparato da queste pietre, le rocce rosse che avevo alle spalle. Spesso avevano cullato i miei guizzi-pensieri mentre in macchina mi muovevo lungo la costa, verso Saint-Raphaël. Tra l’insenatura della strada e l’altopiano poroso. Fino a sentirmi schiacciare tra le curve, a strapiombo sul mare.
E ora, proprio in quell’interstizio, il luogo, dove il mio io era crollato, a picco, spalancandosi in mille schegge, fuori controllo. Un barlume di coscienza, forse l’ultimo quarto prima di sparire del tutto, mi permetteva di assistere all’assideramento di chi ha conosciuto l’immobile e meschino andamento del dipinto. Avevo attraversato porzioni di colore affilato con la velocità di chi si assume su di sé ogni dettaglio, anche il più insignificante.

***

Semplicemente, vorrei continuare a perdermi tra questi vicoli per tutta la notte, e poi non so, fermarmi per pochi istanti e ricominciare. Con questa nausea tra le viscere, che è l’unico legame, tra me è il mondo esterno, che mi è rimasto, non so per quanto tempo, ancora.

La deriva

Marta Campi, La deriva
“Collana Atlantis”
a cura di Lorenzo Mazzoni
& Marco Belli
Lite Editions, 2012

***

1 commento su “La deriva”

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