Nella sconfinata pietraia

Franco Donaggio, Urbis

Pasquale Vitagliano

Franco Donaggio, Urbis

 

Nella sconfinata pietraia
si gettano a capofitto
gli stormi degli ostinati voleri
e non più voluti da me;

e non più tenute in mano,
le pietre, e non più invocati
ai sordi, e non più attese
le solite risposte sospese.

E alla fine messe in tasca,
fredde più delle ultime ore,
pesanti fino a sfondare le fodere,
e non più tenute mute per non dire altro.

Sono cadute in terra le biglie d’acciaio,
più rumorose delle astronavi atterrate,
più chiassose dei battagli meccanici.

Ed è di nuovo festoso questo restaurato silenzio,
perché sì, non c’è niente di più familiare
di questa mia, ritrovata e piena desolazione.

 

Se solo ci fossimo parlati
ascoltando le parole,
invece di spiarci muti
i profili su facebook.

Se ci fossimo toccati una volta,
almeno una volta, comunque,
invece di inoltrarci delle code
inerti e mutevoli di noi stessi.

Se non avessimo scambiato
queste mosse contraffatte
con i nostri sogni più antichi,
quelli fatti di abbracci e di schiaffi.

Se ci fossimo solo toccati,
allora avresti visto che le ciabatte
sarebbero diventati stivali da rock-star.

Se solo ci fossimo toccati,
allora avresti visto che gli stracci
che indossiamo sarebbero serviti

per danzare.

 

Ho scritto cose

Ho trovato scritto che
è inutile che io scriva
versi, poesie, qualsiasi scrittura,
che tanto lo fanno tutti
e male, basta guardare la rete.

Non che sia falso, basta entrare
in una qualsiasi libreria
per sentirsi perso dentro
un àfono labirinto di carta,
e sentirsi infognato più che in una discarica.

Anche mia zia che non sa leggere
ha scritto un libro,
ma non che valga meno di quello
che ne sforna uno al mese, tanto
macero e soldi fanno lo stesso impasto.

Resta il fatto che scriverò lo stesso,
perché non stato fatto per mettere in versi
la vita, ma per portarmi la vita dentro

le parole che pronuncio senza fiato,
trattenendo in gola più di mille cieli bui,
fasciandomi le mani per i tagli delle stelle

che ho spezzato per la rabbia di aver perso
gli ultimi sostantivi pronunciati, per la merda
che ho dovuto scrollare di sotto i miei calzari.

Resta il fatto che rimanessi solo più
di un prigioniero, pur con le unghie
continuerei a scrivere la vita in cui verso.

 

Ogni mattina al caffè,
mi chiedo se esista
il colore specifico,
non dico il verde, o il verde
di questo pacchetto di tè,
e neppure tutti verdi che ho visto.
Questi sono i verdi relativi
di cui mi parla l’iride.
Mi chiedo se esista
il verde fondamentale pari solo
alle forme geometriche
che esistono al di là
della loro tangibilità.
Ogni volta mi chiedo al caffè
se i colori e le forme
si portino dentro anche il mistero
dei buoni e dei cattivi,
al pari del primo frutto
di cui nessuno seppe mai il colore.

 

Olocausto

Ho visto ammucchiarsi gli oggetti,
ogni oggetto, come cadaveri sul fango,
anche le cose più inattese ho visto
accumularsi sulle altre, rese rifiuti,
ridotte a scarto per cieca coazione.

Se fossi donna questi luoghi
resi macerie senza memoria
sarebbero l’oggettivazione
della mia anima adesso,
sarebbero un campo di sterminio.

 

La figlia del geco

Niente è stato come mi aspettavo,
eppure ho aspettato tanto
che il mandato fosse pari al voto fatto,
che il sacrificio fosse interrotto d’un tratto.

Non ti voglio lasciare più dediche,
che tanto restano inutili come gli onomastici.

In fondo, c’era d’aspettarselo che finissi
stracciato sui muri, indifeso più di un geco
ed anche se tu avessi sofferto, non importa
se non hai trovato il modo di farmelo sapere.

Non ti voglio lasciare più promesse,
che tanto sei già fuggita via con tutte le mie gioie.

Mi resta la commozione di essere come te,
capace velocissima di entrare dentro i muri.

 

La morte al mare

E’ facile fare il morto sull’acqua
perché non c’è gravitazione,
sembra di planare sospinti,
con la faccia che guarda il cielo.

Non è proprio la stessa cosa
trovarsi inchiodati ad un letto,
anche se sollevi le gambe,
e per le piaghe fissi il soffitto.

Non è facile morire sul serio,
quando il corpo è un magnete
che affonda più di un’ancora
rotta sul fondale gelido della fine.

E pensare che lo sguardo ha già vinto
la sua battaglia col dolore, e scruta
dall’alto le spoglie leggere più delle onde.

 

Due dolori

Ho conosciuto due dolori diversi,
uno duro e piccolo di noce,
l’altro, il vento e la pioggia.
Uno che ti piega su un punto,
l’altro ti inarca e ti tira indietro.

Ho conosciuto due dolori diversi,
con il primo non combatti, pensi
ti viene dagli altri come una voce.
Con l’altro ti cappotti sull’asfalto,
e se non ci sono gli altri, là resti.

Ho conosciuto due dolori diversi,
il primo è muto, non mangia, taglia,
l’altro si nutre di tutto ciò che trova.
Se si incontrassero si massacrerebbero.

Oppure no. Si ignorerebbero,
olio il primo, acqua il secondo,
nessuna fusione. Inconciliabili,
due verbi opposti, senza sintassi.

Uno è capace di uccidere,
l’altro è pronto a farsi ammazzare.

Se due dolori fossero due persone,
sarebbe la morte.

Se fossero una persona sola,
dentro di me, il tempo, la pace.

 

Passaggio

Le porte si aprono e le uova si schiudono,
e seguono la linea ambigua delle lacrime
che non saprai mai se sono arrivate
prima o dopo, per dolore o per salvezza.

Non saprai mai se ti sei lasciato tutto dietro
o sei stato il primo a gettare oltre lo sguardo;
se hai visto la fine o l’inizio di tutto, l’alfa o l’omega.
Non saprai mai se sei rinato o se c’è scappato il morto.

E non te lo spieghi ma non ti duole più
non riuscire a sapere in quale punto del tempo stai
così te nei stai silente in mezzo alla stanza a guardare
che finalmente sei riuscito ad appenderti la vita alla parete.

 

PAESAGGI 1

Non ci è più dato di fuggire dalle nostre vite
da quando le terrazze non sono più sgombre,
se sali fino ad affacciarti su di esse non entri più
in quella dimensione che un tempo ti lanciava via.

Non c’è più alcuna piattaforma per le stelle,
né la città ti appare più capovolta sulla strada del cielo;
e scomparsa la casbah di panno e si sono eretti i sottotetti,
le cuffiette di legno o i pannoloni marci per tenersi dritti.

Non ci abbandonare mi dice l’involontario portiere,
ma non basta questa fiducia a ridare vita al vento
sulle terrazze che ti vengono incontro imbrigliate dai fili di ferro
e non si può più correre sui mattoni neanche ad essere un mutante.]

Non ci abbandonare mi ha detto l’involontario portiere.
Ma se non ho ancora trovato il coraggio di abbandonare me stesso.

 

***

5 pensieri su “Nella sconfinata pietraia”

  1. la poesia di p. vitagliano la seguo sempre con immenso piacere atteso che abbiamo comuni origini nel senso civico desunto da radici pasoliniane.. cia o pasquale, un abbraccio di cuore..
    r.m.

  2. Ogni volta mi chiedo al caffè
    se i colori e le forme
    si portino dentro anche il mistero
    dei buoni e dei cattivi,
    al pari del primo frutto
    di cui nessuno seppe mai il colore.

  3. Un’intensità talmente dolorosa che mi è rimasta dentro, non saprei dire quale mi coinvolge di più, perchè nonostante la diversità c’è un sottile continuum che me le ha fatte amare tutte come facessero parte di uno stesso corpo…e mi ritrovo in esse per quello slancio, che mi è familiare, il sapersi proiettare “oltre”
    Grazie, questo è veramente donarsi agli altri senza maschere.
    Ringrazio Cristina per averti linkato, e me stessa per aver raccolto il suggerimento.
    Tutta la mia stima.

  4. Cognizione del dolore scabra e aguzza, come una pietra, appunto. Cognizione che ha ben chiaro il duplicarsi e, insieme, il divaricarsi di questo – leggo “Due dolori” come il componimento centrale tra quelli qui proposti. “Noce” dura di riflessione, proiettile scagliato, vita (“Passaggio”) e immagine di sé proiettate sulla parete, appese al muro, e sofferto (vissuto, portato su di sé tra gli altri) inarcarsi, ripiegare su di sé e tendere all’altro. Svelate le tentazioni evasive ed esclusa la loro realizzazione (“Non ci è più dato di fuggire dalle nostre vite”, primo verso di “Paesaggi I”), si manifesta, in cronache e visioni, il con-tendere di dolore e salvezza.

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