Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?

Todesfuge
Viva la Scuola, la rubrica settimanale curata da Nives Camisa, Giorgio Morale e Roberto Plevano sul blog La poesia e lo Spirito, è uno dei pochissimi appuntamenti irrinunciabili della blogosfera italiana, un autentico servizio pubblico, democratico e pluralista, che restituisce la “rete” tutta alla sua funzione preminente di informazione e di partecipazione, ossia alla sua ragion d’essere e alla sua dignità – sempre più offesa e vilipesa dal proliferare inarrestabile di spazi virtuali votati allo spaccio di inutile paccottiglia autoreferenziale, funzionale al mantenimento dello status quo, al disimpegno e all’idiozia imperanti.

Il numero odierno è dedicato alla Shoah e al rapporto tra “memoria e istituzione scolastica”, a quel dovere della memoria che ci riguarda tutti, consapevoli comunque, come dovremmo sempre essere, che “La Shoah non può essere imposta dall’alto, per circolare ministeriale… Non sono cose che si possano imporre per decreto. Attento a chi vuole imporre dall’alto il Dovere di ricordare. Quando s’impongono cose dall’alto, il ribellarsi è giusto… Adesso bisogna trovare il coraggio di dire che il fascismo non è solo Salò e l’Italiano, ebreo e non, è stato Fascista.”

(Leggi l’intero articolo qui…)

3 pensieri riguardo “Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?”

  1. Caro Francesco, sono lieto di condividere la tua idea di rete: luogo di circolazione di testi e idee, non un chiuso scaffale di libreria né una vetrina personale.

    Grazie, di cuore, e un abbraccio.

  2. Visto che i miei ultimi commenti in calce al post in questione sono stati selettivamente censurati, intervengo qui, chiedendo democratico asilo.
    In primo luogo, vorrei sapere da quando in qua Hobsbawm e Pressac sono diventati “negazionisti”. (Pressac, invero, fu da ultimo tacciato di “cripto-revisionismo”; ma è questione di interpretazioni; nel passo che ho citato, egli si pronunciava precisamente contro i cosiddetti “negazionisti”).
    In secondo luogo, se “il disprezzo è un’arma più sicura”, vorrei sapere perché, in Austria, Germania, Francia, Canada e altrove, molte persone trascorrono anni in carcere per aver pubblicato libri revisionisti. Preferirebbero il disprezzo, “arma forse più sicura”, alla galera.
    Un mondo in cui si finisce in prigione per aver scritto un libro (per quanto pedante, capzioso, ipercritico, fazioso, fastidioso esso possa essere) non è un bel mondo. Proprio per questo, non trovo auspicabile che una legge analoga venga approvata ed applicata anche in Italia. Dove, peraltro, per non fare che un esempio, il vilipendio alla religione (o meglio a quella cristiana, non alle altre) è ormai ampiamente, e forse giustamente, tollerato.

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