Wir müssen wahre Sätze finden

Anselm Kiefer, Margarete, 1981

Paul Celan
Anna Maria Curci

In Ägypten

Du sollst zum Aug der Fremden sagen: Sei das Wasser.
Du sollst, die du im Wasser weißt, im Aug der Fremden suchen.
Du sollst sie rufen aus dem Wasser: Ruth! Noëmi! Mirjam!
Du sollst sie schmücken, wenn du bei der Fremden liegst.
Du sollst sie schmücken mit dem Wolkenhaar der Fremden.
Du sollst zu Ruth und Mirjam und Noëmi sagen:
Seht, ich schlaf bei ihr!
Du sollst die Fremde neben dir am schönsten schmücken.
Du sollst sie schmücken mit dem Schmerz um Ruth, um Mirjam und Noëmi.
Du sollst zur Fremden sagen:
Sieh, ich schlief bei diesen!

 

In Egitto

Devi dire all’occhio della straniera: Sii l’acqua.
Devi cercare coloro che sai nell’acqua nell’occhio della straniera.
Devi chiamarle fuori dall’acqua: Ruth! Noemi! Miriam!
Devi adornarle, quando giaci presso la straniera.
Devi adornarle con la chioma di nubi della straniera.
Devi dire a Ruth e a Miriam e a Noemi:
Vedete, dormo da lei!
Devi adornare la straniera accanto a te nella guisa più bella
Devi adornarla con il dolore per Ruth, per Miriam e Noemi.
Devi dire alla straniera:
Vedi, da costoro ho dormito!

 

In Ägypten è la prima poesia che Paul Celan compone a Parigi. Già il titolo richiama immediatamente la Bibbia, perché è la traduzione dall’ebraico b’Mitzrayim, un’espressione che sta per “schiavitù, esilio”. Come ha fatto notare John Felstiner nella sua biografia di Paul Celan (Paul Celan: Poet, Survivor, Jew, Yale University Press, New Haven and London 1995), è una sola parola nella lingua materna dell’autore, suo unico bene a Parigi, a serbare, custodire, dare asilo a una storia antichissima. Celan ha pubblicato tre volte la poesia In Ägypten, prima di decidere di inserirla nel volume Mohn und Gedächtnis (Papavero e memoria). Al peso dell’esilio la poesia contrappone un catalogo tutto in positivo di ‘comandamenti’; la formula “du sollst” ripetuta all’inizio di ciascun verso, con la sola eccezione di due degli undici totali, è quella scelta da Lutero nella sua traduzione della Bibbia dai testi originali. Celan, tuttavia, non compone un decalogo; le sue “parole” (questo il termine, tradizionalmente tradotto con “comandamenti”, scelto dall’originale ebraico) sono nove. Il poeta si è voluto così allontanare dalla lettera del dettato dei padri? È un’ipotesi (basata sempre sulla tradizione traduttiva della Bibbia, dal momento che l’originale non presenta un elenco in versetti). Certo è che questa poesia apre il volume Herzzeit (“Tempo del cuore”, Suhrkamp, Frankfurt am Main 2008, 7), che riporta l’epistolario tra Paul Celan e Ingeborg Bachmann. Si legge, prima della poesia, la dedica Für Ingeborg (Per Ingeborg), un luogo e una data: Wien, am 23. Mai 1948 (Vienna, 23 maggio 1948) e, ancora, l’annotazione

Der peinlich Genauen
22 Jahre nach ihrem Geburtstag,
Der peinlich Ungenaue

(“Alla estremamente precisa/a 22 anni dal giorno della sua nascita,/ l’estremamente impreciso”; Ingeborg Bachmann avrebbe in realtà compiuto gli anni a giugno, essendo nata il 25 giugno 1926).

Il brano è tratto da: Anna Maria Curci, Rut e le lettere migranti.

 

*

 

Psalm

Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,
niemand bespricht unsern Staub.
Niemand.

Gelobt seist du, Niemand.
Dir zulieb wollen
wir blühn.
Dir
entgegen.

Ein Nichts
waren wir, sind wir, werden
wir bleiben, blühend:
die Nichts-, die
Niemandsrose.

Mit
dem Griffel seelenhell,
dem Staubfaden himmelswüst,
der Krone rot
vom Purpurwort, das wir sangen
über, o über
dem Dorn.

 

Salmo

Nessuno torna a plasmarci da terra e fango,
nessuno dà voce alla nostra polvere
Nessuno.

Lodato sii, Nessuno.
Per amor tuo vogliamo
fiorire.
Verso
di te.

Un Niente
eravamo, siamo,
rimarremo, fiorendo:
la rosa di Niente, la
rosa di Nessuno.

Con
lo stilo chiaro d’animo
il filamento orrido di cielo
la corolla rossa
per la parola di porpora che cantammo
oltre, oh oltre
la spina.

(da: Die Niemandsrose)

 

Su ‘himmelswüst’ inciampo e sosto, mi fermo e poi decido di tradurre la desolazione, il deserto e il caos dell’aggettivo ‘wüst’, da Celan affiancato, nell’abisso dell’indicibile, al cielo del prefisso himmel-, con ‘orrido di cielo’.

 

*

 

Gedicht 19

Längst
hat uns das Fremde im Netz,
die Vergänglichkeit keimt
ratlos durch uns hindurch,

zähl meinen Puls, auch ihn,
in dich hinein,

dann kommen wir auf,
gegen dich, gegen mich,

etwas kleidet uns ein,
in Taghaut, in Nachthaut
fürs Spiel mit dem obersten
Ernst.

 

Poesia 19

Da lungo tempo
l’ignoto ci tiene nella rete,
la caducità ci germina dentro
ci pervade perplessa,

conta le mie pulsazioni, anche quelle,
dentro i tuoi battiti,

allora la spuntiamo
contro di te e contro di me

qualcosa ci riveste,
di pelle di giorno, di pelle di notte,
per la partita con la somma
serietà.

 

Nel carteggio tra Paul Celan e Ilana Shmueli, la poesia 19, datata 20 gennaio 1970, accompagna la lettera spedita da Paul a Ilana il 22 gennaio 1970. Ilana si trova in quei giorni a Ginevra.

 

*

 

Gedicht 20

Umlichtet die Keime,
die ich in dir
erschwamm,
freigerudert
die Namen – sie
befahren die Engen,
ein Segensspruch, vorn,
ballt sich
zur wetterfühligen
Faust.

 

Poesia 20

Circondati di luce i semi
che in te
ho affogato nuotando
Liberati a colpi di remo
i nomi – essi
passano per le strettoie,
una benedizione, davanti,
si chiude
nel pugno
meteoropatico.

 

La poesia 20 accompagna una lettera di Paul a Ilana, la lettera del 24 gennaio 1970. La data di composizione dei versi, che sono apparsi postumi nella raccolta Zeitgehöft (Dimora del tempo), è indicata dallo stesso Celan: 22 gennaio 1970. Ilana, amica dai tempi di Czernowitz, negli anni Sessanta risiede in Israele. I due si rivedono a Parigi nel 1965. Nell’autunno del 1969 Celan si reca in Israele. Nel dicembre dello stesso anno è Ilana a recarsi a Parigi, dove ora risiede Celan. Questa è l’ultima delle poesie composte durante il soggiorno di Ilana in Europa. Lo stesso Celan annuncia per telefono a Ilana l’invio dei versi. Nella notte tra il 19 e il 20 aprile 1970 Celan si toglie la vita nelle acque della Senna.

Nell’originale in tedesco, i testi Poesia 19 e Poesia 20 sono tratti da: Paul Celan – Ilana Shmueli, Briefwechsel, Suhrkamp, Frankfurt am Main 2004, p. 83 e p. 87.

 

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Tratto da:
Quaderni di Traduzioni
XIII, Gennaio 2013
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***

12 pensieri riguardo “Wir müssen wahre Sätze finden”

  1. bello.
    una domanda, perché nella poesia “In Egitto”, non ripetere quel ‘Du’, quel ‘tu’ così importante nella poesia di Celan(?)
    quel ‘tu’ è quasi un imperativo; tra l’altro Celan recupera la traduzione dei dieci comandamenti della bibbia (di Lutero).
    grazie.

    un abbraccio

  2. Grazie per la traduzione di questi bellissimi testi appartenenti ad autori noti e meno noti! C’è tanta passione e notevole impegno: gusto e finezza intellettuale che coinvolgono. E’ un ventaglio di volti che traluce dalle parole mostrando storie, sentimenti, percorsi. Sapienza nei testi originali, nitore nella traduzione.

    Rosaria Di Donato

  3. Grazie, ancora una volta. Celan è, nella Dimora, un astro fisso. E la mobilità delle traduzioni lo rende sempre più necessario. Non credo esista in nessuna libreria, se non nella biblioteca di Rebstein, un omaggio così amoroso e rigoroso al poeta.

  4. Buon giorno a tutti. Anzitutto volevo fare i complimenti per le traduzioni, come sempre molto belle, e ringraziare Francesco per l’attenzione costante che ha per Celan, e di cui gli sono (fra le tante cose) davvero gratissimo.

    Mi permetto di intervenire poi perché mi trovo molto d’accordo con quanto detto da Alessandro Ghignoli (che colgo poi l’occasione per salutare) riguardo al ‘Du’. Anche io propenderei infatti per mantenerlo. A questo proposito penso che potrebbe valer la pena sottolineare che il passaggio noto a Celan (e a cui egli fa riferimento) non è tanto il decalogo di Esodo (20, 2-17) quanto il lungo decalogo ‘commentato’ presente al quinto capitolo di Deuteronomio. Qui uno dei versi ricorrenti è ‘Denn du sollst gedenken, daß du auch Knecht in Ägyptenland warst’ (Lutherbibel, revisione 1912), ‘Ricordati che anche tu sei stato schiavo nel paese d’Egitto (Cei 2008)’. In quel ‘Du’, se posso, si sente il richiamo personale che il Dio di Israele fa a ogni figlio della discendenza di Abramo: è la voce di Dio che parla ad uno ad uno, e rinfaccia chi si è, da dove si viene, anche che colpe si ha.

  5. è l’alba, leggo ancora una volta “Todesfuge” di Paul Celan che tra poco affronterò in classe con le stesse studentesse di quinta con le quali abbiamo letto “Chor der Geretteten” (“Coro dei salvati”) di Nelly Sachs e penso alle vostre letture, per le quali vi sono grata, e all’interrogativo posto da Alessandro Ghignoli. Quando ho scelto di tradurre “In Ägypten” di Celan, lo sguardo della mente è andato, come scrivo nella nota tratta da “Rut e le lettere migranti”, al testo biblico e alla sua tradizione ‘traduttiva’. Ho immediatamente aperto la copia della Bibbia in tedesco della Deutsche Bibelgesellschaft, che segue la traduzione di Lutero e ho ritrovato, come la memoria mi suggeriva (anche sulla scorta del famoso brano dai diari di Max Frisch che porta il titolo di una delle dieci ‘parole’, “Du sollst dir kein Bildnis machen”), il ripetersi dell’apertura “Du sollst” o “und du sollst”. La decisione di rendere l’anafora “du sollst” con “devi”, che si distacca comunque dalla tradizione ‘traduttiva’ della Bibbia in italiano (che sceglie le forme dell’imperativo affermativo o negativo) è stata presa (nella piena consapevolezza di quanto afferma Alessandro Ghignoli circa la presenza centrale del “Du” nella poesia di Celan), dalla forza diretta – quasi investe l’interlocutore, vale il ‘tu’ – dell’italiano ‘devi’, che ripropone, inoltre, la stessa occlusiva del ‘du’ nell’originale di Celan. La mia profonda riconoscenza va a tutti voi, in particolar modo a Francesco Marotta per il suo invito a portare queste traduzioni nella “Dimora del tempo sospeso”.

  6. grazie della risposta Anna Maria, e ancora complimenti per il lavoro passionale e da retroguardia che la traduzione comporta.
    un saluto anche a Federico Zuliani, di cui ricordo il suo bel libro “Travelling South”.

    un abbraccio

  7. Torno a ringraziare,, uno per uno, tutti voi che, soffermandovi a leggere e, inevitabilmente (direi fortunatamente), a confrontare, avete posto interrogativi e indicato anche altre vie, lanciato altri ponti, fatto luce su altre possibilità di resa,. La cura, l’amore, l’impegno nei confronti della poesia tutta e, in particolare, della poesia di Celan, che Francesco Marotta e “La dimora del tempo sospeso” profondono, sono per tutti noi invito a percorrere, nella sua “essenza plurale” la strada di quella “etica dell’ascolto” di cui scriveva, a proposito della traduzione, Antoine Berman, e, insieme, viatico per tale percorso. La mia piccola storia della traduzione di “Psalm” nasce, come ho scritto qualche tempo fa, dalla lettura del I Quaderno dei “Memoranda”, nel quale Francesco Marotta ha raccolto diverse, tutte toccanti e rigorose, traduzioni del testo originale di Celan:

    “23 ottobre 2012 ore 9.00
    In volo per Cracovia

    L’abbraccio di Sami Modiano si è impresso nella mente e nel cuore. È per mia sorella, che l’ha conosciuto e che devo abbracciare da parte sua, è il mio viatico per questo viaggio che tutti chiamano della memoria. Viaggio della storia (“se vuoi, dai voce alla storia”), viaggio nella tragedia della Shoah.
    Ho con me i versi di Paul Celan, raccolti da Francesco Marotta nell’originale e in tante toccanti traduzioni per il primo quaderno dei Memoranda. Riprendo la lettura da “Die Niemandsrose”, La rosa di nessuno, proprio con “Psalm, Salmo”. Provo anche io a tradurre il testo (,,,)Su ‘himmelswüst’ inciampo e sosto, mi fermo e poi decido di tradurre la desolazione, il deserto e il caos dell’aggettivo ‘wüst’, da Celan affiancato, nell’abisso dell’indicibile, al cielo del prefisso himmel-, con ‘orrido di cielo’. L’ha detto poco fa anche Sami Modiano: ogni volta si spalanca la sofferenza, ogni volta che ritorno.”

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