Background

Francesco Sassetto
Fabio Franzin

Sassetto, in questa sua esile ma densa raccolta, continua il discorso che ce lo ha fatto amare nelle precedenti, un discorso che è intimo e al tempo stesso universale; qui ritornano i tòpoi che gli sono cari: treni, binari, ritratti di persone prese nel conteggio delle proprie esistenze, sia per constatarne le sottrazioni, sia per immaginarsi scaltre addizioni, o portatori di perdite e sconfitte insanabili (molto efficace, in questo senso, e l’autoritratto crudele e disperato di uomo senza prole, condannato a crepare solo come un cane), periferie sempre più sterili di voci e calore, vagoni accalcati di un’umanità in cui si può leggere in filigrana il male di un paese, i luoghi del lavoro e della perdita dello stesso, le aule, le albe e le notti intrise di solitudine e amarezza, di quesiti irrisolti: cos’é / davvero questa sera / quest’ombra di silenzio e di spavento… figure che si impongono alla nostra attenzione, sia perché attori della nostra inquieta quotidianità, sia perché l’autore sa tratteggiarli con perizia, passione e con un amore innervato alla rabbia; mai portati sulla pagina tanto per colorarla, per far paesaggio. Il paesaggio in Sassetto é sempre parte di una vicenda, non un fondale scenografico o un riempitivo, perché anche esso partecipa a disegnare il quadro di questo nostro tempo sghembo, spaccato. L’inverso della sua lingua, ove, sia che usi il dialetto veneziano o un italiano ove qua e là affiorano i termini del “contagio massmediatico”, e dritta e salda, umile e al contempo affilata come una sentenza, seria e commiserevole. La sua é una parola che non cerca e non vuole compromessi con la storia, lo ha fatto la storia per noi, e qui se ne registrano le amare conseguenze. Il ramo si é seccato, la parola lo raccoglie per conservarlo a memoria.

(dalla Introduzione di Fabio Franzin)

 

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Francesco Sassetto, Background
Introduzione di Fabio Franzin
Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012
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Testi

 

Cinquant’anni di treni e di stazioni, partenze
e ritorni, labirinti di calli, incerte direzioni,
                                           adesso qua
a contare i giorni e le ore che vanno via da sole
nella pioggia che cade
fuori e dentro di me.

Cresciuto ad ansiolitici, De Andrè e letteratura
con tutte le parole dimenticate e le mani
gelate, con troppe favole rimaste nelle tasche,
affacciato ancora al solito balcone a guardare

questa notte che sale.

Sempre in bilico tra allegria e ansietà, illusione
e realtà, coi piedi piantati sulla terra e gli occhi
alle nuvole che vanno
                                       a cercare invano
di sbrogliare questo intrico di rovi
tra ferite e bellezza, con la fede antica
di chi cammina senza alcuna certezza
né verità da poter regalare.

Testardo ancora a viaggiare senza occhiali da sole
né Ipod alle orecchie per ascoltare osservare
senza silenziatore
questo desolato teatro che non mi appartiene
e mi gira attorno, questa sorridente disperata
umanità che si muove in branco
                                       con il navigatore.

E sono stanco e forse hai ragione tu
                                              forse è vero
che non sorrido più come una volta,
finito chissà dove quel mio ritaglio di sole
buono a levare dagli occhi un po’
della polvere che s’alza dallo sciagurato
carosello quotidiano, dall’ondata di indifferenza
e ignoranza che monta ogni giorno più forte,
grida ed avvolge di vuoto e tracotanza.

Anche i sorrisi i sogni
                                       hanno una scadenza.

 

Sterilità

Noi siamo quelli che non hanno fatto i figli,
gli assenti all’imperativo della riproduzione, al rito
collettivo dell’aggregazione familiare, gatti svicolanti
nei loro anfratti scuri, randagi
d’amore e comunione.

Voi che andate a testa alta a mezzogiorno, padri e madri
artefici di prole, voi ci guardate
come animali strani, veloci passeggeri delle strade,
senza carrozzine, biberon e borse da portare,
noi ciechi della luce che sfarfalla
gli occhi dei bambini enormi
di stupore e di domande.

Noi no, noi appena appena questo treno incerto di orari
e percorrenze, attese lunghe a stazioni opache,
                                                         un arrivo
inaspettato qualche volta
                         un ritorno sfiatato a stanze disabitate.

Fu destino o scelta, fu determinazione certa o fu
casualità
                     fuga o indifferenza
                                              rifiuto di tacita
obbedienza al culto secolare della fertilità.

Fu a ognuno di noi quello che fu.

Voi stupiti insistete, chiedete ragione, volete
spiegazione e ci additate signori desolati
dell’aridità, noi solo per noi stessi, non seme
di germoglio
                        noi sale di scoglio.

Noi così poco normali ai vostri sguardi alteri
e giudicanti, al vostro incedere sicuro,
capitani coraggiosi fieri dell’iscrizione cieca
alle regole del branco dei riproduttori sani.

Creperete – ci dite – soli come cani.

 

Preganziol

E sbarco anch’io all’alba a questo non luogo,
a questa landa di nebbia e ritagli anneriti di prati,
nebulosa edilizia di villette a schiera e capannoni,
rotatorie e passanti, satellite di una galassia edilizia
cresciuta ad astuzia e ignoranza, a strette feroci
di mani, occhiate d’intesa, tracotanza ed impresa

qui a nordest.

Sbarco a questo non paese, vuoto urbano travestito da città,
senza centro, senza piazza, senza peso di gravità.
Qui ci si incontra negli ipermercati, ci si saluta
nei parcheggi scambiatori, si va la domenica in chiesa
a mostrare la famiglia unita e gli abiti firmati,
a celebrare il culto del denaro
                                       il nume tutelare.

Questa è la plaga dove si amarra dall’Africa,
dall’Est, da più prossime sponde, per un lavoro,
una stanza ammobiliata, un bilocale.
Qui vetrine scintillanti d’alta moda, processioni
di Suv e di Toyota, doppie e triple
case, evasione fiscale
esponenziale, parabole d’antenne ai davanzali.

Di sera le puttane vanno in lunga fila ai bordi
delle strade, banchi d’ombre senza nome
tra le frenate degli acquirenti e i cartelli comunali
che esortano al decoro.

E sbarco anch’io a questa proda dal treno
del mattino, esule e clandestino
con altri cento, pallido di gelo e di stanchezza
come loro, traverso le strade che sanno di gas
e di catrame.
                       E vado a lavorare.

 

Background

Dipende da dove che ti vien, da l’aria
respirada da putèlo, le vose i oci
che te xe entrài dentro e se ga inciodà,
le man indurìe de me pare, le onge col nero
de i feri che no va più via, le so storie
de cavi e ascensori da montar in quela dita
deventada multinazionàl
                                  e l’amigo cascà
da l’impalcadura, brusà ne la calçe viva,
’na note in bianco e po’ el sciopero e la paura
de perdar el posto.

Dipende da mia mama maestra a vint’ani
ne le campagne de Pianiga, miseria
e litorina a le sie e bicicletta par chilometri
de giasso e sassi, el paltò, sempre quelo,
revoltà e messo a posto
                              e i fioi de i contadini,
trentaquatro putèli strucài nel magazèn
co la stùa a carbon, da insegnarghe
a scrivar e contar, a parlar,

e ’na paga che no rivava al vintisete.

Dipende da le case abitàe insieme a èla, oci
che rideva, afito e precariato, magnàr
e bolete da pagar, no ghe xe schèi ’sto mese
par la paruchiera, fa gnente, amor,
ti xe bela lo stesso
                                  fa gnente,
ma queli oci de sol se velava
e la strada tirava in salita.

E la piova che passa i copi roti e riva al sofito,
casca le giosse in camera da leto, ti ghe meti
soto un caìn e ti buti l’ocio a quando
che ’l xe pièn
                            e restemo in quela casa
in nero e malsana perché l’afito xe bon,
ghe la femo, restemo e sognemo
’na casa megio, un lavoro sicuro, quel viagio
a Parigi rimandà ogni ano a l’ano dopo.

E riva un giorno che ti ghe mòi de sognar, ti te alzi
de note a svodàr el caìn
                               ti tachi a porconàr
e i sorrisi pian pian se destùa, ti xe stufo
de ’ndar sempre in salita, ti te ricordi
de to pare e to mare
                              le to raìse impastàe
de amor e fadiga, quel seme duro piantà
tra stomego e cuor, la to vita
                                         el to specio.

Background (dialetto veneziano)

Dipende da dove vieni, dall’aria / respirata da bambino, le voci gli occhi / che ti sono entrati e si sono inchiodati, / le mani indurite di mio padre, le unghie con il nero / degli attrezzi da lavoro che non va più via, i suoi racconti / di cavi e ascensori da installare in quella ditta / diventata multinazionale / e l’amico caduto/dall’impalcatura, bruciato nella calce viva, / una notte in bianco e poi lo sciopero e la paura / di perdere il lavoro. / Dipende da mia madre maestra a vent’anni / nelle campagne di Pianiga, miseria / e littorina alle sei e bicicletta su chilometri / di ghiaccio e sassi, il cappotto, sempre quello, / rovesciato e adattato / e i figli dei contadini ,/ trentaquattro bambini stretti nel magazzino / con la stufa a carbone, da insegnargli / a scrivere e far di conto, a parlare, / e uno stipendio che non arrivava al ventisette. / Dipende dalle case abitate insieme a lei, occhi / che ridevano, affitto e precariato, mangiare / e bollette da pagare, non ci sono soldi questo mese / per la parrucchiera, non importa, amore, / sei bella lo stesso / non importa, / ma quegli occhi di sole si velavano / e la strada andava in salita. / E la pioggia che filtra dalle tegole rotte e arriva al soffitto, / cadono le gocce in camera da letto, metti / sotto una bacinella e stai attento a quando / è colma / e restiamo in quella casa / in nero e malsana perché l’affitto è buono, / ce la facciamo, restiamo e sogniamo / una casa migliore, un lavoro sicuro, quel viaggio / a Parigi rimandato ogni volta all’anno dopo. / E viene il giorno che smetti di sognare, ti alzi / la notte a svuotare la bacinella / cominci a bestemmiare / e i sorrisi lentamente si spengono, sei stanco / di andare sempre in salita, ti ricordi / di tuo padre e tua madre / le tue radici impastate di amore e fatica, quel seme duro piantato / tra stomaco e cuore, la tua vita / il tuo specchio.

 

Cettina

Venuta vent’anni fa dalle scogliere di Cefalù aspre
di fichidindia e di vento che odora di sole
e gelsomini in fiore e corre tra rocce
rosse e specchi d’acque luminose
fino a Messina
                                         arrivata quaggiù
a insegnare matematica e scienze, ai casermoni
del termitaio che avvolge Treviso, grigio
di fumi e di vita.
                               Una stanza a pianterreno
uso bagno e cucina, due finestre serrate
da grate di ferro che danno su tre metri quadri
d’erba smorta e cemento.

Per qualche supplenza ogni tanto, un mese sì uno no,
se va bene per tre, un anno intero, meglio
di niente, meglio che star giù ad aspettare qualcosa
ad attendere sempre.

I tuoi riccioli neri, Cettina, solo un poco imbiancati, i tuoi
occhi miracolosamente capaci di ridere ancora, la tua
giovinezza andata in carte da bollo
e domande infinite, meglio di niente
meglio che star giù ad attendere sempre.

Ti guardo in stazione seduta sulla stessa panchina
scrostata aspettare il tuo solito treno, tornare
alla stanza ammobiliata alla buona
e mi saluti e sorridi e mi dici ‘a domani’.

Ti guardo e conosco sul tuo volto un’antica ferita,
un dolore nascosto
                         una storia saputa di treni
e valigie, di binari infiniti da fare
e rifare, una storia, Cettina,

                                     che fa ancora male
che non è ancora finita.

 

***

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10 pensieri riguardo “Background”

  1. Trovo decisamente bella l’introduzione di Fabio Franzin!
    “Il ramo si é seccato, la parola lo raccoglie per conservarlo a memoria.”
    Splendida chiusa!
    gb

  2. Poesie tutte molto intense, in cui la verità del tema affrontato lascia comunque spazio ad una ricerca di una ricercata e sottile musicalità, una musicalità dolente ma piena di grazia, che raramente è dato incontrare.

  3. Grazie, grazie davvero per il vostro apprezzamento, amici. E grazie a fm per l’ospitalità, essere di nuovo qui è per me motivo di gioia. gelsobianco hai perfettamente ragione! Fabio Franzin ha messo davvero “anima e corpo” nell’introduzione a questa raccolta e mi ha fatto un regalo grande ed importante, un segno forte di amicizia, di stima, sintonia, verità. Cose rare e preziose. un caro saluto a tutti voi.

    1. Dopo aver letto le poesie di “Background” come inediti, ora le rileggo come un libro e, l’avevo immaginato (sarà deformazione professinale…), l’impatto è ancora più forte, toccante e violento al tempo stesso. Francesco, hai scritto un libro bellissimo com’era bellissimo il tuo precedente, coerente con quello e però diverso. Sto già prendendo i miei appunti per un’articolata lettura critica che, com’è tra le mie abitudini (lo ricorderai), non sarà pronta in pochi giorni. Ma ribadirà, sorretta anche dalle considerazioni di un altro grande poeta (la prefazione di Franzin mi è piaciuta moltissimo), tutto il bene che penso di te, poeta e uomo la cui scrittura e la cui amicizia ritengo due doni preziosissimi: ciascuno di per sé, ma anche per come si compenetrano l’uno nell’altro.

  4. Stefano carissimo, non sai quanta gioia mi dà leggere la tua nota appassionata e profonda. Il segno di un’amicizia e un sentire comune che è forte e vero, per me prezioso: Sono felice di questo, come sono felice che il libro ti sia piaciuto, e se vorrai scriverci su qualcosa (e so bene quanto quel “qualcosa” sarà acuto e meditato, ricco di indicazioni importanti, e il tempo non ha proprio alcuna importanza!) sarà un altro motivo di gioia. Grazie, Stefano, grazie davvero, ti abbraccio forte con tuttol’affetto che sai.

  5. Caro Francesco ho ritrovato le tematiche a te più care in questo tuo Background, in cui ci possiamo riconoscere con le nostre fatiche e solitudini, una testimonianza della condizione di molti, che però comunica la volonta di resistenza, malgrado tutto in sottile pietas come in Concettina o nella denuncia in Sterilità, perchè la strada è ancora tutta in salita. Toccante questo Background e di forte intensità. Grazie a te Francesco.

  6. Grazie a te, carissima fabia, sono davvero contento che queste poesie ti siano piaciute e che tu vi veda una condizione generale cui – giustamente – dobbiamo cercare di resistere, opporci od, almeno, non dare il nostro consenso, il nostro silenzio. Anche scrivere versi, allora, può servire a qualcosa, anche solo a cercare di risvegliare coscienze assopite e rassegnate. Sarà un piacere, alla prima occasione d’incontro, darti il libro. Grazie ancora e a presto!

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