Raíces de zero

Antonio Bux

 

Testi tratti da:
Antonio Bux, Trilogia dello zero
Milano, Marco Saya Edizioni
“Poesia Oggi”, 2012

 

La Trilogia dello zero è un’opera di cui in futuro si parlerà molto: perché, parlando di poesia, in futuro si parlerà molto del suo autore. (fm)

 

Raíces de zero

Sezione II
Nel ritmo dell’ombra

 

“Qui l’ombra non ha più il suo terrore, è risultanza di materia, veste luttuosa sulle molteplici perdite, è il fiato di un racconto senza parole che continuamente inclina al vuoto.” (Vera D’Atri)

 

I.

Nel difetto del buio il corpo
gonfia il suo volume di luce,
nell’incubazione del fuoco vive
il riciclo dell’ombra, il punto interno
dove non arriva l’orizzonte al centro
nel sentiero distante, nel bivio incolore
dell’esserci, derivando la morte dal sonno
quando si avvera lo spavento della carne:
il tributo della pelle che esplode sottovuoto
dalla sagoma che procede nella voce dentro
in quell’orma fantasma, nella presenza fredda
che misura la precisione d’eco, la stratificazione.

 

Ricordando che:

“Di un oggetto si scruta
la verticale profonda
(la luce che attraverso
la fredda fiamma dell’oblio
non separa dall’ombra)
-la metrica della materia-
in una geometria di polvere
restaurare dal vuoto perimetrale
l’irregolare fossile del tempo
nella geologia dello sguardo.”

 

*

 

II.

La lingua è un attracco, un porto franco
dove la parola deriva; la sponda bianca
il verso a spirale, l’onda del senso come
un sonno avvolge il pensiero, lo distende.
Allora svegliarsi è nuotare: il corpo/bolla
si infrange nel dettame, schiuma silenzio,
perciò resistere nell’acqua è un rumore
nell’apnea del discorso, un annegare lento.

 

*

 

III.

Il secondo è un nodo che lega
un niente al gesto della morte,
una mediazione di luce opaca
che protesta la forza dell’ombra:
quindi converte un’immagine l’ora
in battito interiore, e l’altra bomba
deflagrando si espande a specchio
nel riflesso, dilata la traccia di tutto.

 

Ricordando che:

“L’ombra è una clonazione malriuscita
dell’anima che si proietta all’indietro
anticipando il passo vuoto dell’inerzia

nel simulare il fantasma predecessore
che complicandosi nella materia spenta
non avanza quel progetto della crescita

quando nel limite del passo in disavanzo
-nel proprio non andare incontro al corpo-
oscura il gene della forma nella spoliazione”

 

*

 

IV.

È un calore l’ombra quando soffia
nel freddo dello sguardo lontano:
e quindi la pelle si contorna di nero
si riempie d’umido il corpo, fa la muffa
mentre la luce è un’aspirapolvere rotta,
e la pulizia provvisoria l’occhio spaccato
che osservando sporca, insudicia l’altro.

 

Ricordando che:

“Il calore è un riempimento, una gradazione interna
che si riversa nello spacco, la lente d’ingrandimento
riflettendo la chiralità dell’ombra –nella luce del tempo-

e dunque è una fiamma invisibile, un ardere in strati:
dove la bollitura diventa il respiro, l’argine umido nel lato
che squama –sulla pellicola del corpo- l’erosione del giorno.”

 

*

 

V.

Lo zero è una condotta minima, l’apertura
del cerchio, un quadrante di luce confinata
tra la sospensione del nero; è una richiesta
inoltrata al vuoto, una postilla data al silenzio,
e dunque uno zero è la moltiplicazione umana
la radice degli eventi, l’albero di ogni perdita:
una voce scomposta in rumori, una sottrazione
dove gli addendi ombrano il risultato, la somma
dell’azione, dell’origine senza più un movimento.

 

Ricordando che:

“Lo zero: proprio un uovo trasparente
sbattuto, a fare uno zabaione il giorno

l’anello di congiunzione, buco a legare
tra un aggiungere e la sua negazione;

un occhio bianco sulla pagina osservando
nel moto circolare il limitare d’altri punti

dall’esaurirsi della propria ellisse sorgendo
l’anfora concava di un vuoto sapienziale

nell’ondulare d’una sottile sfera sul foglio:
un’aureola d’inchiostro come protezione.”

 

*

 

VI.

L’infinito è un perimetro privato,
l’antico che si addensa nel nuovo,
un testamento al rovescio, la nemesi
dell’azione nello specchio, uno spasmo;
la contrazione dell’attesa, l’avvenimento
multiplo di ogni cosa data, l’estinzione
anticipata di un altro futuro, il principio
di sfiato, la dizione balbuziente, la data
scaduta di gestazione, l’orientamento
cinetico di una depressione cosmica:
la scatola rotta di una vita moltiplicata.

 

 

*

 

VII.

La morfologia della morte è scritta
sui muri della pelle quando si incide
dentro l’altra forma, la traccia nera
nel calco imperfetto della proiezione
dove rimane obliqua l’uscita, la strada
sbarrata dell’oltre, e nel bivio interrotto
l’intermittenza del passo, la cancellazione.

 

Ricordando che:

“Si disegna come uno schermo il corpo
con il tempo penna a marcarne i tratti
la pellicola della carne gomma sbiadire
le infinite linee zigrinate delle stagioni
che non si è riusciti a trattenere, anni
ricalcati alle spalle, come da bambini
quando ricopiando l’immagine del vuoto
la si riscriveva sul tracciato della fantasia
rigirando su se stessi il filo dell’ombra
-l’illustrazione della morte in grassetto-
evidenziando i lineamenti del perdono
nella violenza della percezione e perenne
la traccia sfumata della memoria a scolorare.”

 

*

 

VIII.

Come spiegare la geometria del sonno:
nell’angolo retto di un sospiro non torna
a sé il corpo, si reinventa una posizione
una trama contraria; una tomba invisibile
che annerisce al risveglio, che chiude al tatto
e diventa il sonno quindi una scatola nera
un cubo rovescio che addormenta nel lato
umano dell’occhio, la vertigine del pensiero.

 

Ricordando che:

“Anche la mente si ricopre di squarci
laddove dell’aria si ignora l’assenza,
il formicolio dei morti sotto il sangue,
quando la chimica dell’adolescenza offre
al sole l’angolo dell’occhio meno bruciato.”

 

*

 

IX.

Una pressione sul lato del giorno
è il sigillo della percezione, l’angolo
dove non si chiude l’occhio, la parola
cubica, la scatola stracolma di futuro:
e allora le cianfrusaglie si ritrovano
tutte al centro, smussando lo spazio
ai ricordi luccicanti; e la polvere sui lati
rimane zitta -nell’attesa di cose nuovementre
la garanzia del vuoto impacchetta
col collante della vita, l’infanzia giocattolo.

 

Ricordando che:

“Eccessivamente dal sonno si battezza la pietra,
nel fuoco familiare degli eventi brucia spegnendo
la forma opaca del giorno, la fuliggine del meriggio:

e allora è un rogo la notte, uno scavo nel bioritmo
quando la fiamma del domani arde senza splendere
e dura colpisce la sequenza gialla, l’onda vermiglia

della sera attraverso lo spoglio liquescente dell’aria
-nel tizzone centrale del risveglio- dal lapillo d’alba
dove diventa falò la vista, nell’esalazione del futuro.”

 

*

 

X.

Nel ritardo si scorgono le altrui ombre
avvicinarsi lente ai sigilli della memoria
correre per i binari paralleli del respiro
stringendo in mano la rottura della luce,
il capovolgimento dell’anatomia, il sacro
mistero della porta socchiusa; e ancora
l’apertura della maniglia interna, scorre
l’altra mano, tira via la chiave del giorno
dove la serratura resta una specie bianca
di flessibilità del paradiso, una sconosciuta
solidarietà a spirale, il gene interno marcio
della differenza; e come un batterio succhia
attacca l’aria vuota, ammorba la proiezione
dell’epidermide invisibile, e infetta nel calco
di quella forma cieca, dove contrae l’occhio
la conversione orale, l’analogia del mistero.

 

__________________________
Antonio Bux (pseudonimo di Fernando Antonio Buccelli) nasce a Foggia il 16 ottobre del 1982. Dopo aver terminato gli studi, coltiva esperienze lavorative in varie città italiane ed estere, ma soprattutto a Firenze e Barcellona, dove risiede dal 2007. Sue poesie sono apparse in numerose antologie e in diverse riviste di poesia sia nazionali che internazionali, dato che molti suoi componimenti sono stati tradotti in spagnolo, francese, inglese, tedesco e serbo. Hanno parlato e commentato positivamente sulla sua poesia molti tra i più importanti autori e riconosciuti critici del settore. Si occupa costantemente di traduzione dallo spagnolo di autori e poeti sia iberici che latinoamericani. Ha curato la traduzione del libro “Ventanas a ninguna parte” dell’autore spagnolo Javier Vicedo Alós, oltre che a tradurre poesie scelte di autori tra i quali Leopoldo Maria Panero, Dário Jaramillo, Álvaro Garcia, Antonio Cabrera, Jaime Saenz, Pedro Salinas e tanti altri ancora. È autore del libro “Disgrafie” (Ed. Oédipus, in fase di pubblicazione). Attualmente sta lavorando ad una raccolta di racconti e alle traduzioni di un’antologia di nuove voci della poesia spagnola contemporanea.
__________________________

 

***

21 pensieri riguardo “Raíces de zero”

  1. Un grazie doveroso a Francesco Marotta, per il post, i complimenti e le belle parole spese sia in privato che pubblicamente sul mio lavoro. Ricevere i consensi di un autore che stimo molto è per me motivo d’orgoglio e un onore.

    Un abbraccio

    Antonio Bux

  2. Ottimo lavoro, Bux!

    Grazie alla Dimora e a Francesco per questa sequenza di ritmo che pulsa essenza nello scorrere dal buio interiore all’ombra del mondo, chè luce non trova la parola se non con acuta ricerca nel perimetro della nostra esistenza oscura che qui si esprime in modalità scientifico-poetica e rigorosa, ma altamente godibile sotto il profilo della poesia e della profondità del pensiero.

    Ancora complimenti!

    Francesca

  3. Ti ringrazio Francesca. In certi passaggi di questa corposa Trilogia, ho azzardato, mescolando appunto un sovraccarico testuale, alla preponderanza delle immagini, cercando di contenere tutto geometricamente, anche cartograficamente parlando. Ho azzardato dicevo, il corto circuito mentale, però il libro è talmente vasto che andrebbe letto, siccome attraversa varie situazioni e forme differenti. Questo capitolo della terza raccolta è un passaggio ossessivo, un catalogo dove ho cercato comunque di mantenere un certo ritmo (appunto dal titolo) per spiegare a mio modo la prepotenza dell’oscurità sul tentativo di riemergere di una luce a voce spenta. Son contento ti sia piaciuto. Grazie ancora, un caro saluto

    Bux

  4. altro che enumeracion caotica qui tutto è pesato e controllato come raramente ho visto in poesia. e chi pensa che la poesia è qualcosa di istintivo si sbaglia di grosso. questa è pura ingegneria della parola e questo fa davvero onore ad un giovane come antonio. saluti anche a francesco marotta il cui gusto trovo talmente affine che rasenta la telepatia.

  5. Caro Diego, sei sempre molto buono con me :-) meriti un premio :)
    Ho cercato di bilanciare, esattamente. Vivo ultimamente la scrittura come appunto una precisa equazione dentro campi strutturali ben precisi. A volte può essere un limite questo, ma lavorandoci sopra diventa un ottimo esercizio per ottimizzare e stimolare il pensiero. L’istinto c’è sempre ed è la prima stesura, però poi con l’abitudine all’esercizio dentro schemi prestabiliti si tende a circuire il proprio magma verbale. Certo. E ti ringrazio ancora una volta per la tua bella nota.

    Un abbraccio mio caro

  6. trovo efficace la struttura in controcanto di questa parte postata da Francesco; è una scrittura che ha dietro molto lavoro e solidi agganci con poetiche contemporanee (dall’apparente glacialità geometrica al ruotare del corpo-carne-occhio,dal basso continuo e mono-tono, che tuttavia si spezza col controcanto del “ricordando che”, al tentativo di mutuare una lingua ‘scientifica’ che dia uno statuto di oggettività), ad majora

  7. Grazie Viola. Mi fa piacere tu abbia colto il motivo strutturale, che tra l’altro compone l’intero lavoro, del controcanto in virgolettato che cerca di “bilanciare” osteggiando e alternando un avvicinamento lirico rispetto a testi più “rigidi”. E anche la mono tonalità ossessiva che cogli, nello spezzato continuo riproposto. Certo, per concludere, la poesia che tende a spiegare, in realtà non è altro che una finta oggettività, come ben sappiamo. Mi piace, quando parlo di questo, ricordare sempre Walter Benjamin citando questa sua: “La vera spiegazione (Deutung), afferra l’estrema superficie delle cose, la loro più pura materialità (Sinnlichkeit); spiegazione (Deutung) è superamento del senso”. Dunque, con tutte le attenuanti e i limiti del caso, il mio proposito è pur sempre quello di appunto un superamento del senso, attraverso una meccanica monocorde e quasi “inconscia”, seppur ragionata, dove traspare una cadenza ritmica robotica, che attraverso questa oscillazione tra staticità e dinamismo, tenda a scavalcare la presunta oggettività del sistema pensante.

    Spero che questo splendido whisky che sto sorseggiando nel mentre, non mi abbia dato troppo alla testa e dunque spero di non aver detto troppe corbellerie :-)

    Un caro abbraccio anche a te

  8. Leggendo e rileggendo Antonio non posso che citare un passo di Rodari quando scrive:“ Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Altri movimenti invisibili si propagano in profondità. Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta, suoni, immagini, analogie, ricordi, significati e sogni”.

  9. Scusate il ritardo, rotolavo tra le cose e i pensieri. Dunque arrivo:

    @gabriele: sai della stima, che è reciproca, e ti ringrazio per i complimenti. Anche io concordo con te, ritenendo forse il più potente e meglio riuscito il secondo testo qui proposto, lo uso spesso in letture, difatti.
    un abbraccio.

    @giuseppe: grazie anche a te caro, aspetto presto un tuo giudizio, un caro saluto.

    @marco: questo passaggio di Rodari è significativo; mi ci sento molto in quel sassolino. Reazione a catena, centrifuga emotiva.
    Approfitto per ringraziarti pubblicamente per aver creduto in me e per la rapida realizzazione del libro e per la qualità dei materiali scelti e la serietà. E per il coraggio di questa tua avventura che spero darà i suoi frutti. Senza falsi proclami, credo che ci siano poche realtà oneste e intraprendenti come la tua casa editrice, attualmente, nel panorama poetico nazionale. Sarò sempre grato a te per avermi dato questa possibilità. Un abbraccio.

    @Enrico: grazie a te e rinnovo il mio grazie ancora una volta a Francesco e la dimora tutta, per avermi dato questo prezioso spazio, e per l’attenzione.

    Torno alla mia magione di niente, carico delle vostre parole emollienti :-))))

    Un abbraccioBux

  10. complimenti Antonio perchè se pur in robotica cadenza , in questi testi colgo un planare con ali distese che la struttura linguistica , non limita, anzi potenzia con un notevole effetto emotivo a cascata

  11. vedo con piacere l’uscita del libro di Antonio, e la cosa mi fa molto piacere. sia per lui, sia per la (sua) poesia che merita senza dubbio tutta la nostra attenzione. la capacità della scrittura, la sua ‘abbondanza’, lo sguardo sfaccettato che Antonio ha, rendono coinvolgente il suo dire. c’è da aggiungere, anche e proprio per la sua mole composita, che se quell’ ‘infinito è un perimetro privato’ il suo libro deve essere soppesato con estrema cautela.
    sono certo che siamo di fronte a un poeta che, oltre questo libro, ci regalerà una buonissima poesia futura.
    complimenti per il libro.

    un abbraccio

    1. @roberto matarazzo: grazie…abbiamo parlato qualche volta per mail non ricordi? :-) Comunque se vuoi sono su Facebook, purtroppo per un problema di presunta attività di spammer mi avevano bloccato l’account e ho dovuto poi cambiare il nome, perché per dimostrare la mia identità ho addirittura dovuto mandare foto del mio documento, che riporta il mio vero cognome dato che Bux l’ho scelto come nom de plume. Prima dunque era Antonio Bux solamente, adesso invece compare il mio cognome reale, dunque Antonio Buccelli (e Antonio Bux solo tra parentesi). La mail invece è: redellemosche@gmail.com

      come ti dicevo avevamo già avuto modo di scambiare due chiacchiere….aspetto una tua mail allora o un messaggio. Un abbraccio e grazie. Antonio

  12. @alessandro: hey ale, que tal todo? :-)
    sì, questo libro è uscito a fine novembre. è un libro molto corposo che ho preparato in un annetto diciamo…grosso modo. Mi fa molto piacere il tuo commento perché sai la stima che provo per te e per la tua scrittura. Mi fa piacere tu colga le diverse sfaccettature, nell’abbondanza del tutto. speriamo dunque di vederci presto, magari a Madrid, anche se ora sono parcheggiato momentaneamente in Italia. Te mando un abrazote.

    A presto e ancora grazie, di cuore.

    Antonio

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