Perché la notte non torni a cadere

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7 pensieri riguardo “Perché la notte non torni a cadere”

  1. *(Ho visto questo mese a Pirna un KZ in marcia : donne ebree e i loro bimbi, tutti tremendamente magri, con occhi scuri di grandezza assurda, lì vicino imprecanti carnefici SS a cavallo, gote rubizze, in spessi cappotti grigioverdi, alla malora !)*

    questo è in assoluto nella letteratura tedesca il primo accenno ai KZ (campi di concentramento). è tratto dal leviatano di arno schmidt. sia detto oggi alla memoria.

  2. Ricordo. M’arricordo.
    Ricordare non è mai dimenticare. Dimenticare è tradire. Anche se qualche volta mi sono esercitato a dimenticare. Ci ho provato, ma è stato peggio. Tradivo me e l’intera umanità.

    Ricordo. M’arricordo.
    Io, sapete, non sono uno soltanto. Ho la mia faccia di tante altre. Io, anzi noi, siamo vite a non finire. I nazisti e i fascisti d’ogni nazione si sono messi insieme e come obbiettivo, da allora a oggi, hanno come obbiettivo volerci finire nel forno, in polvere, del campo di concentramento. In polvere.

    Ricordo. M’arricordo.
    Io e la mia sorellina avevamo sette mesi nella pancia di mamma, ma per fortuna lei non ci ha mai lasciati. Ci accarezzava e ci parlava con voce dolce, allegra e sommessa, anche quando il caldo divenne insopportabile. Io sono Michele il pazzo, e forse, la malattia mi ha aiutato a vedere molto prima ciò che ci aspettava e così di notte, nudo e al freddo sono volato in cielo. Io sono Tatiana la prostituta, anche qui dentro il mio mestiere non mi ha lasciata disoccupata. Racimolo sempre del cibo. Il popolo qui è morto. A modo mio cerco di vivere. Ero l’ingegnere fuori di qui, mia moglie e i miei figli sono morti e adesso io sono soltanto uno spaventapasseri pelle e ossa.

    Ricordo. M’arricordo.
    Ho trent’anni e l’essere un ebreo di umile condizione non mi ha salvato. Mi hanno detto che sono l’ebreo più conosciuto del quartiere. E poi mi hanno rinfacciato che faccio schifo perché sono omosessuale. Nessuno crederà alle mie parole ormai nel vento e nell’oscurità del silenzio, i soldati, anche quelli alti in grado, hanno abusato di me perché bellissimo. Ma sempre schifoso. Ho i capelli lunghi e rossi, invece mia sorella Tatiana corti e neri, mentre mio fratello Sigfrido è biondo e ha gli occhi azzurri come quelli di qui. Una sera ci hanno portato dove alloggiavano i soldati, spalleggiati anche da uomini in abiti civili. C’era una grande tavolo e sopra ogni ben di Dio. Ci hanno detto che quella roba era anche per noi. Prima di farci sedere ci hanno due donne del campo hanno portato dei vestiti nuovi e puliti.

    – Spogliatevi. – ha detto una delle due donne.

    Noi non volevamo, ma l’altra donna ci minacciati con lo sguardo.
    I vestiti erano come quelli dei grandi, ma le taglie andavano bene. Ci hanno fatto mangiare e anche bere vino e nel vino c’era qualcosa, perché abbiamo iniziato a ridere e a fare ciò che volevano, ma stranamente eravamo noi a fare quello che loro desideravano. Era l’alba quando ci siamo svegliati pieni di sangue. E avevamo male in ogni parte del corpo. I soldati dormivano. Noi ci siamo messi a piangere e così ho visto una pistola appoggiata sul tavola e l’ho scaricata su noi tre. Avevo messo fine a una sofferenza che sarebbe continuata ogni notte.

    Ricordo. M’arricordo.
    Io sono la tenutaria della casa di appuntamenti. Non posso crederci che anche io sia qui. Conosco anche qualcuno qui nel campo. Erano anche loro tra i mie clienti. Eccoli laggiù i Spilberg padre e figlio. Il padre del ragazzo veniva da Gina perché le ricordava la moglie quand’era ancora viva. Il ragazzo, un ventenne brufoloso e timido come l’acqua ghiacciata, aspettava che suo padre finisse, perché anche lui preferiva Gina. E poi c’era Federico, lo sbandato del vicolo Speranzella, tra un furto e l’altro voleva soltanto Elena, di cui una volta era innamorato.

    Ricordo. M’arricordo.
    Dovete aver pazienza quando scrivo m’arricordo: è un termine del mio dialetto; parte del mio corpo. sono cresciuto con il latte della lingua madre: il dolore. E perciò parlata internazionale.

    Ricordo. M’arricordo.
    Ci presero e ci portarono via in un treno dai freddi vagoni. Il gelo nel sangue. Eravamo venti. E tutti piccoli. Tra il primo e l’ultimo ci differenziano quattro anni. Siamo una piccola gamma.

    Ricordo. M’arricordo.
    Mi chiamo Sergio. Io sono Anna. Mi chiamo David. Io sono Ester. Mi chiamo Giuseppe. Io sono Sara. Mi chiamo Igor. Io sono Cecilia. Mi chiamo Giacobbe. Io sono Ciro. Mi chiamo Simone. Io sono Maddalena. Mi chiamo Spartaco. Io sono Anastasia. Mi chiamo Giovanni. Io sono Isabella. Mi chiamo Sebastiano. Io sono Ipazia. Mi chiamo Alessandro. Io sono Maria. Ci seviziano. Ci fanno del male usando strumenti chirurgici per studiare come reagiamo. Ci offendono. Ci violentano a turno o insieme. Ci ammutoliscono nella polvere.

    Ricordo. M’arricordo.
    Ma i ricordi emergono non appena splende il sole o quando la notte scura cala nell’anima e nel corpo. Nonostante la lotta con l’oblio, nulla è assente. La goccia che cade dalla grondai. Il fruscio di una foglia. I passi sull’acciottolato. Il mare I nostri ricordi sono il dolore che come gobbe spuntano dentro e fuori di noi, ma che nessuno vuole vedere e toccare. Non ricordateci solo per ciò che siamo stati, ma per le vite che non abbiamo vissute e amate.

    Ricordo. M’arricordo.
    Il tempo del dolore che in voi sopravvissuti non passa mai. Quel tempo di allora e di oggi che ci tiene in pensieri di catene. E che non libera nemmeno noi. Qui, però, ognuno è noi tutti. Sempre.

  3. Che povere cose siamo diventate
    svuotate,
    nè più guardare avanti
    figure appese all’aria fredda
    spalle e gomiti appuntiti
    cose spaventate

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