Immagini da un passato prossimo

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Nordio Zorzenon

Nato a Redipuglia nel 1934, Nordio Zorzenon ha lavorato a lungo presso l’Italcantieri di Monfalcone. Autore schivo e poco interessato alla notorietà, pubblicò nel 1971 per Mursia La tuta gialla, un romanzo di grande impatto che, grazie anche all’apprezzamento di alcuni importanti autori come Volponi e Tomizza, riscosse un notevole successo di critica e pubblico. La tuta gialla è uno dei pochi lavori nella letteratura della Venezia Giulia che affronta il tema della vita nel cantiere, ma soprattutto di come nei rapporti lavorativi non si riflettessero solo le differenze sociali, ma vi fossero evidenti strascichi delle scelte di campo operate ai tempi della Resistenza: ricordiamo infatti che nel territorio essa era composta in larga parte da operai provenienti dai cantieri navali, mentre la dirigenza dei cantieri stessi appariva legata alle scelte economiche e politiche del regime fascista. Alla ripresa della produzione dopo il termine del conflitto vennero a ritrovarsi nello stesso luogo di lavoro, ma con ruoli differenti, le stesse persone che in quel conflitto avevano combattuto spesso da fronti opposti.

Nonostante il successo de La tuta gialla e le conoscenze in ambito letterario, Nordio Zorzenon preferì non dare alle stampe nulla (se non qualche racconto edito su riviste locali) fino al 2003, quando, praticamente senza alcuna spinta pubblicitaria, venne edito da Manni Bonbaso, la sua opera seconda. Bonbaso è una raccolta di racconti per lo più brevi – a volte brevissimi – che compiono un ulteriore passi indietro nel tempo, negli anni che dal 1943 si spingono fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Attraverso una serie di fotogrammi ripresi in ambito familiare e domestico ed una lingua che spesso mescola italiano e dialetto, Bonbaso offre uno spaccato vivissimo dell’epoca visto o immaginato attraverso gli occhi di un ragazzino. Si compone così un quadro dove con una estrema naturalezza i piccoli gesti quotidiani incontrano la grande Storia, le tragedie, le vendette, e i germi delle divisioni etniche e politiche che avrebbero attraversato i decenni successivi.

Da quest’ultimo libro sono tratti i racconti che seguono. (ft)

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Nordio Zorzenon, Bonbaso
Lecce, Manni Editore, 2003
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Missionaria

Gli alleati se ne erano andati e arrivò la Madonna, anche lei da Begliano però di notte; e l’aria non sapeva più di carburan­te ma di incenso. Ancora una volta il paese se ne stava sullo stradone ma in ginocchio e le ragazze avevano il fazzoletto in testa. La Madonna era in piedi, le mani giunte in preghiera, la candida veste orlata di azzurro; un faro che accecava la colpiva dall’alto e lei sembrava chiudere gli occhi per difendersi. Poco prima del campo di aviazione, il prete di Begliano le die­de l’addio sollevando tre volte il turibolo e tre volte facendolo oscillare, quello di Ronchi le diede il benvenuto alla stessa maniera. Poi in quattro sollevarono il basamento e se lo issa­rono in spalla, i chierichetti scampanellarono e la Madonna si avviò: tanti passi faceva lei tanti ne faceva il faro. Il paese le andò dietro così lei era sempre la prima. Anzi, no: un centi­naio di metri più avanti avanzava un furgoncino che cantava l’Ave Maria, il tenore Beniamino Gigli. Quando il furgoncino pigliava fiato, il paese gli dava il cambio: «Siam peccatori – ma figli tuoi – o missionaria – prega per noi».

A Ronchi rimase tre giorni, le case la ospitarono in cucina o in tinello e pregavano con lei, la notte le accendevano can­dele tutt’attorno e lasciavano aperte le finestre. Ma c’era an­che chi non la voleva; in cortivo, per esempio, non venne. Un mese dopo, il papà di Giorgio che aveva contato le porte in cui era entrata e quelle dalle quali era rimasta fuori, disse che erano centocinque contro settantasei: in proporzione, la stes­sa differenza, punto più punto meno, con cui De Gasperi ave­va battuto Togliatti.

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scuola fascismo 2

Urdich

Nei primi banchi i lavatiestirati, poi i cosìcosì, in ultimo i cragnosi; ma al riposo ci mescolavamo e la maestra non diceva niente. I lavatiestirati indossavano un grembiule nero con col­letto bianco e fiocco azzurro e avevano le scarpe; i cosìcosì – la maggioranza – solo il grembiule e portavano gli zoccoli, i cragnosi non avevano niente, braghette corte e maglietta come a casa, i primi caldi in canottiera, scalzi anche l’inverno, i moc­coli al naso, i piedi pieni di broze. Man mano che dalla catte­dra si arrivava alla parete di fondo, le cere scurivano e anche i capelli: dal fior di latte al catrame. Ma i pidocchi facevano il percorso inverso ignorando tuttavia i cosìcosì come avviene in chi non sta né di qua né di là. E le mamme lavatestirate protestavano con la maestra e volevano sapere chi glieli aveva dati al suo che era un’indecenza e, se non saltava fuori, sareb­bero andate dal direttore.

Quando arrivava il federale, i cragnosi, che non erano neanche figli della lupa, venivano chiusi a chiave dentro l’aula mentre i lavatiestirati e i cosìcosì, tenendosi per mano, girava­no intorno all’albero piantato da Arnaldo, il fratello del Duce.

Un giorno la maestra, che era buona e ci conosceva uno per uno, andò in pensione. La nuova era giovane e in divisa; e veniva da fuori. Pretendeva che i cragnosi facessero il dettato come i lavatiestirati, anche Urdich che, oltre a essere un cra­gnoso, veniva dall’altipiano e non parlava come noi. Anzi, si meravigliava che si chiamasse ancora così e quando faceva l’appello diceva Urdizzi: lui non rispondeva e lei lo mandava in castigo dietro la lavagna. E quando nel dettato sbagliava la parola, un lavatoestirato doveva alzarsi dal banco, raggiunger­lo in fondo e gridargliela nell’orecchio: «In-vin-ci-bi-le!». «Ca-te-go-ri-ca-men-te!». «Sanzio-ni!». Stringeva gli occhi, si chiudeva nelle spalle come davanti a Dante quando allunga­va la tenaglia per cavare il dente. E al riposo non ci mescola­vamo più come una volta: i cragnosi se ne stavano per conto loro e lui, da come guardava i lavatiestirati, si capiva che pri­ma o dopo gliela avrebbe fatta pagare.

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Maurizio

Sapevamo che suo papà era ebreo – lo dicevano le mamme se parlavano di loro – ma non sapevamo cosa voleva dire, solo che doveva essere una cosa buona perché ne parlavano bene. Lui, il papà, era professore e insegnava a Trieste dove era na­to, lei, la mamma, era di Ronchi e la conoscevano tutti: la fi­glia del dottor Calligaris che aveva studiato e aveva preso il posto del papà in farmacia. Anche Maurizio studiava: il liceo che era una scuola difficile, più dell’avviamento e anche delle medie, e bisognava andare a Gorizia con la corriera; e lui pas­sava ogni anno, subito a giugno, e il prossimo sarebbe andato all’università.

Una notte portarono via il papà e il camion, appena parti­to, si fermò: salirono di nuovo e presero anche lui perché an­che lui era ebreo; che per i tedeschi e i repubblichini era una cosa cattiva.

Li portarono in una prigione di Trieste che era sempre me­glio della Germania, dicevano i grandi. Poi i partigiani fecero scoppiare una bomba e i tedeschi, per vendicarsi, andarono nella prigione, aprirono le porte delle celle, guardavano den­tro e gridavano «Tu!». Così fino a cinquanta. Li caricarono su un camion, li fecero scendere davanti a una casa vicino alla stazione e li impiccarono alle finestre.

Ermes che il giorno dopo era andato a vedere, raccontava che quella di Maurizio era al secondo piano, la quarta da sinistra.

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Rino

cardellino Adesso che non c’era il coprifuoco, Franco la prima cosa che disse fu: «Preparémose par andar a téndar». Ma ci manca­vano i richiami: gli ultimi giorni di guerra, dopo aver mangia­to al montan, al lùgaro, al verdon e al svarzelin e aver fatto giuramento che avrebbero risparmiata le altre due chebe, lui e i suoi si erano mangiati anche al fringuel e al gardelin. Ma don Ettore che era vecchio e mangiava poco, aveva un lùgaro e ogni mattina appendeva la cheba sul muro della canonica, la puliva, vi infilava la foglia di lattuga, riempiva d’acqua la va­schetta e basta; perché la scaiola ancora non si trovava e l’a­graria era chiusa da più di un anno. Il lùgaro però non si la­mentava e cantava lo stesso. Giorgio fu incaricato del rapi­mento, cheba compresa, e l’azione fu coronata da successo. Il più era fatto perché, per quanto riguardava il vischio, Franco aveva trovato dagli inglesi una roba simile che, garantiva, a­vrebbe dato un ottimo risultato. Per la frasca e le vis’ciade, nessun problema: nonostante la guerra fosse passata anche su di loro, gli alberi erano ancora in piedi e continuavano a but­tare. Una mattina alle cinque partimmo: io davanti e Fausto dietro portavamo al forciàs, Giorgio e Franco la frasca, Rudi la cheba col lùgaro, Alfio le vis’ciade nella pelle di coniglio. La zona di operazione fu scelta da Franco: nei pressi del cam­po di aviazione. Giorgio scavò la buca, tutti insieme levammo in verticale la frasca che era stata legata al forcìas, fermammo a terra i tiranti, sistemammo nell’erba la cheba del lùgaro che però, come stranito dalle facce nuove, rimaneva muto. «No te farà miga al mona?» lo avvertì Franco. Noi ci portammo a una trentina di metri, dietro l’argine di un canaletto, il sole spuntava alle nostre spalle e l’aria sapeva di mattina presto. Franco drizzava gli orecchi e ad un certo punto, piano come per non farsi sentire, disse: «Fringuei!». Levammo lo sguardo come con i liberator e vedemmo tre o quattro che passavano, alti però e distratti. Poi, dopo un po’, Franco esultò: «Lùga­ri!» E, rivolto alla cheba sotto la frasca: «Canta manigoldo! Canta se no te copo». Ma non si levò una nota e quelli di so­pra se ne andarono. Erano le dieci, sulla frasca non si era cala­ta nemmeno una parùssula e, tranne Franco sempre con le o­recchie all’erta e Giorgio che voleva essere come lui, eravamo stufi e non sapevamo come far passare il tempo. Allora io, Fausto e Alfio che ci eravamo appena sviluppati, ce lo menammo; e subito dopo se lo menarono anche Franco e Gior­gio. Rudi, che aveva un anno meno di noi, rimase a guardare. Poi il lùgaro di don Ettore ritrovò le corde vocali e si mise a cantare a squarciagola. In alto lo sentirono e due si buttarono in picchiata sulla frasca. Franco trattenne il respiro e con la mano ci ordinò di acquattarci dietro l’argine. Come le vis’cia­de piombarono a terra, grosse e pesanti, Franco gridò: «Fuori Giorgio». E Giorgio si mise a correre verso la frasca, la rag­giunse, si chinò, e tornò da noi sempre di corsa gridando: «Do gardelini». «Te xe mat?» non ci credeva Franco «Dà qua che vardo mi!». Erano proprio gardelini che, stranamente, a­vevano accolto il richiamo del lùgaro. Un colpo di fortuna perché adesso avevamo due richiami. «Fuori Rudi!». «Fuori Alfio!». «Fuori Fausto!». Portammo a casa sei lùgari e due gardelini. La volta dopo, dieci lùgari, due gardelini, un svar­zelin e quella dopo ancora otto lùgari, un fringuel, tre gardeli­ni, un rausal. I richiami erano al completo e li raddoppiammo, due per cheba. Ormai era un’industria: il dopopranzo corre­vamo dagli inglesi e li scambiavamo, gardelini soprattutto, con milk e banane oppure bussavamo alle porte e, se l’affare andava in porto, ci allungavano AM lire con le quali, la sera, andavamo all’Excelsior: quelli che ci rimanevano -un giorno solo di lùgari una trentina- finivano in padella.

Una mattina si aggregò Rino che era in banco con Rudi. Franco gli disse: «Varda e inpara». E quando ritenne di metter­lo alla prova, gridò: «Fuori Rino!». Un fringuel. Ma un’ala era rimasta libera dal vischio e gli consentiva di levarsi un po’ e di balzare in avanti, come una rana. Rino lo inseguì, due volte sembrò catturarlo, la terza con un tuffo ce la fece. Si voltò ver­so di noi, levò il pugno con dentro la preda in segno di vittoria e proprio in quell’istante saltò in aria; lui, la frasca, le chebe che pareva il terremoto e su di noi, come sparati col cannone, piovevano sassi e zolle di terra. Il boato era ancora nell’aria che Franco si rialzò e corse verso di lui, si guardò in giro e ci gridò: «No’l xe più. Xe sol ‘na scarpa. Che buso!». A sua vol­ta, Giorgio gli gridò: «Torna indrio! Xe le mine!». Quelle che i tedeschi avevano seminato nel campo di aviazione; e fatto scoppiare gli ultimi giorni per impedire agli aeroplani alleati di atterrare. Una settimana dopo, gli inglesi tornarono ad ispe­zionare il campo in lungo e in largo: ne trovarono altre due, le ultime. Ma erano dall’altra parte, a un chilometro dalla frasca.

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6 pensieri su “Immagini da un passato prossimo”

  1. Grazie per questi bellissimi racconti. Non avevo mai sentito parlare di Zorzenon, scrive veramente bene: non mi meraviglierebbe quindi sapere che La tuta gialla è introvabile… anche Bonbaso sembra fuori commercio. Peccato davvero.
    Un saluto

  2. La tuta gialla è un romanzo davvero splendido, che forse si può trovare in qualche biblioteca: all’epoca godette infatti di un discreto successo, anche commerciale.
    Per Bonbaso temo invece che di speranze ce ne siano poche, ed è un vero peccato.

    francesco t.

  3. Racconti che nella loro essenzialità restituiscono un periodo storico drammatico, il periodo più nero della storia italiana. Sulla scuola italiana, la propaganda fascista è stata deleteria. Il saluto fascista, le etichette messe ai bambini… la mente imprigionata diretta asservita… Basta aprire un quaderno di scuola elementare dell’epoca… : poemi come “La marcia su Roma”… , l’esaltazione della guerra, del duce, ecc. Un retaggio di cui non ci si libera mai… completamente. Negli anni 70 molti maestri italiani erano ancora impregnati di fascismo, di metodi fascisti…

  4. Dice l’internette che La tuta gialla sta in due biblioteche in tutto lo stivalaccio…

    Per quanto riguarda invece il commento di alfredoriponi, mi vedo abbastanza distante dalle sue valutazioni. Io in questi testi vedo soprattutto una grande qualità stilistica più che un apporto di natura storiografica… se fosse veramente la storiografia il manubrio di questi racconti (pubblicati nel 2003, cit francescotomada, quindi abbastanza fuori tempo massimo), penso che non glieli avrebbero manco pubblicati. Il valore documentario, di testimonianza, viene in un secondo momento, almeno secondo me. La cosa anzi che mi sorprende di queste prose è che la lingua reclama, come dire, “un’urgenza anacronistica”, c’è in sostanza uno scollamento tra come la letteratura ha solitamente raccontato quel periodo (la fotografia tradizionale) e questo stile così vivo che racconta in maniera diversa quegli anni e che somiglia molto per certi versi alle scritture antiletterarie, irregolari di questi anni nostri…

  5. Non era mia intenzione sminuire la qualità letteraria. Anche se l’autore era “dentro” quelle storie, essendo nato nel 1934. Forse è proprio della letteratura essere “intempestiva” ovvero in disaccordo con il presente… e le sue urgenze.

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