Immarcescibile

Sventrità

Daniele Poletti

 


Immarcescibile
Poesie e Defixiones

(Inedito, 2012)

 

Alchene

Sono giallo di foglie tra gli ultimi verdi
presto di lampioni e finestre intendate
schizzate modulo di tre quadrati rettangolo
assolve la sincope del fare, piove, le campane
grisaglia chiuso in parete ospedaliera neppure
l’umidore del bitume, un asfalto di ore al solito punto.
Scorrono fiumi sotterranei con l’orecchio ai tombini
il tepore sicuro delle marmitte su cuore e fegato
al semaforo arrestato ancora insatura sospensione
assolve la sincope del fare. Salnitro in papilla
un emetico svelto per portarsi al palo ghiaccio
della luna innestata, presto di lampioni, lecca lecca
nella tenebraglia dell’ora solare i muscoli in disuso
sovesciano i colori. Aggrapparsi al ramo nei rami
occultà d’ali chi seppe capirne lo sviluppo e il taglio.

 

*

 

Chi non mangerà per non cacare
e bagnerà labbra stomaco pioggia
quello potrà dirsi un maestro.
Colui è negazione del lavoro.
Chi non proferirà parola a lungo
accompagnando frase con gesto
mentre l’incandescenza riverberosa della spenta
lampadina nell’ufficio dell’agenzia provinciale
quello potrà dirsi un maestro.
Colui sta nella negazione del superfluo.
Chi smemora, la duna col vento
l’onda uguale che muta dietro il dumeto
via dai cancelli arbitrari quello potrà
forse dirsi un maestro più di quanto lo sia
il crapulone il facondo l’affastellatore.
Argilla e pietra nel succo identico del ripetersi.

 

*

 

Visura

Spiovuto si cammina alla cieca
i riflessi strizzare d’occhi un arrugare
ai bozzali che duplicano il cielo
in sciepi, trovatura di nuvole
l’occultà degli incroci e delle strisce
pedonali. Con gesti armillari classifichi
le ombre per ripararci dall’ombra
hanno tagliato tutti i rami istituito
il catasto delle aree aduste non
vi sarà apocatastasi perché un giorno
fu detto che il sole è una stella
e se ne perse l’uso. Lo sgretolo
della luce nell’oggi vero di sempre
preme in basso la terra che porto
nelle tasche di nuovo il tentativo
di invertebrare il tempo. L’acqua
nel mortaio pestare le nuvole
il celeste intenso esiguo rinsecchito.

 

Peur mère père mer

Di aria rinchiusa il sedimento
delle spalle gli è morto da poco
il mare nelle fosse clavicole.
Erbatico con la falce in comodato
un aggiornare un annottare
una maceriata d’ossi
nell’esitenza di un grano non più
così uguale, ossàmen.
La vergogna è paura ripete
il fabbricatore a chi non lo ascoltasse
e per l’invarianza padre paura
mare madre dalla forra profonda
un motivo sacratissimo suggerito
dal taglio del dente, ossàmen.
Con le dita infreddate le tarsìe
dei marmi nella cappella dei principi,
tu che contrafforti le mie
costole da dentro per far sì che
non diventino ingranaggio, mangia
la malattia infeconda velàmine
bianco di fiato malanno.
Senza paura, mangiare non è vergogna.

 

Fermentato

Marciscono nel barattolo della confettura di more
i capelli nell’umido che ha sottratto un guadagno
sul tempo. Dalla strintura della madibola
un valloncello, verdi rami ramarri vene di mani
aperte, sdutto dal sebo barba traversigna seco
ma pronto a fiato corto pronto con le travestiture
dell’attesa, lo sfriggere dell’aglio l’asciugarsi del pavimento.
I rami divennero tronchi un suono l’amnesia
della motosega quello del muro demolito venti
fotogrammi al secondo, anamnesi di ciò che è lenta
spessa caduta snudati alberi e il passo dissuaso
affrettato dalla cena. Si infossano appena muori
l’affioramento del vomere piccola vela di rada la terra
vulturata qualcosa di frapposto tra terra e terra.
Se ne può fare un’equazione senza conoscere i principi
―La distanza da A alla sua ombra,
nell’evolversi della luce, è il reame della concupiscenza‖
Crescessero le unghie più lentamente gli incisivi
del coniglio produciamo frizioni di passaggi coitati
similitudini archivi di odori. Il bussare insistito anulare
seconda falange contro il vetro moscone l’ansito
il bussare e di là causa ignota. L’hanno trovato
due ore dopo si pensa già da due settimane

 

Intramoenia

Con l’intestino pieno di merda
ho lasciato i tendini abbassati
affinché ognuno entrasse ma sconosciuta
alle interiora di viso è alto
il linguaggio degli sgozzati.
E del cane che ne sarà, non lo vedrà
neppure finito distrofia
del tatto e del percorrere nei glifi
perduti del piede e della mano.
I lacrimatoi si invescicano
di piscio gli zigomi scaleni
una crisi vagale del cielo.
Con l’intestino pieno di merda
realizzazione dell’esserci il quotidiano
che ti scoppia in faccia il malmese
s’accavalla all’anno per un po’
dimentico di respirare di replezione.
Non lo vedrà che ne sarà del cane.

 

Defixiones
(crepuscociti)

 

defixiones termine utilizzato dagli epigrafisti per indicare le laminette di piombo, databili dalla seconda metà del VI secolo a.C. al pieno Cristianesimo, con iscrizioni inerenti a maledizioni di carattere privato rivolte ad una persona ritenuta pericolosa o nemica.

“Quando in sé stessi si è consumato il divorzio da sé stessi, diventa del tutto superfluo assistere alla propria fine”

(rielaborazione da Emile Cioran)

Queste defixiones crepuscolari non sono rivolte a qualcuno o qualcosa in particolare, rappresentano una condizione.

 

1.

Appressatomi in flemma di laude
i nervi si tesero
con quell’inverosimile
forma di cacio spappolai il cranio.
Non sporcò neppure per terra.

 

2.

Zigomi gonfi di sonno sulla bocca
serrata sbadigliosa disserrata
grado per grado
uno spalancarsi
squarcio
di gote
gonfie
era sbocciata una rosa di glottide.

 

6.

Distesa su un fianco riverberata
la coccolai
tra le braccia protesa al cielo come di domenica.
Leccai le cispe
del non ritorno morta sul catrame d’agosto.

 

7.

Petulato sibillo telefonico alla cornetta
è il diavolo
non c’è nessuno in casa
disorbite vomito bile nel cesso.

 

8.

Narciso. Le sue carni sudate.
Narcifluo pene carpito in semicerchio tra le gambe verso l’ano.
Sul bracciolo
a don do lo coitò
sangue ancora vergine.

 

12.

Rombo di un motore rauco senza fine nel russamento dell’uomo.
Meno aria
nei polmoni
dispnea
il rombo sempre più stridulo.

 

13.

Stai leggendo le righe della destra
di uno senza orecchie narici gambe genitali
con un occhio. E ti dico
sono fortunato
come spesso dissero a me.

 

14.

Duolo lancinante
del collo crescente
a destra e a sinistra torco
senza sollievo.
Obtorto collo muoio.

 

15.

La clava ti piomba addosso la clava ti piomba addosso
un ottavario di danza tribale.

 

16.

L’ulceroso giallore d’uovo schiacciato
sul cretto negro sandalo e sbigottito.
Nausea in 7/8
solitudine in 71 grammi.

 

17.

Fuori le ossa dalle tombe ingrassiamo
i cani con nuovi defunti.
Non c’è più posto per i cimiteri.

 

18.

Un dimenìo gemente
fa schifo quel lardo non merita
il mio seme
ne è inondato.

 

24.

Plastica smerdata sull’asfalto consunto
come il moscino sulla punta del mio pasto
, va tolto,

 

Tratto da:
La Biblioteca di RebStein
XXXVI, Gennaio 2013

 

(Qui una nota criica di Natàlia Castaldi)

 

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Daniele Poletti nasce a Viareggio nel 1975. Poesia e performance sono le attività che da più di quindici anni si intrecciano nella sua ricerca. L’esperienza performativa parte da letture pubbliche per arrivare a veri e propri progetti di teatro del corpo. Sul finire del 1995 pubblica, in edizione privata, la raccolta di poesie lineari Dama di Muschi, con i testi introduttivi del poeta visivo Arrigo Lora Totino e dall’artista Antonino Bove. Sue poesie e lavori concettuali sono apparsi su varie riviste e contenitori d’artista (“Offerta speciale”, “Risvolti”, “Geiger”, “l’immaginazione”, “BAU” tra le altre). Nel 2003 è presente nella raccolta collettanea di poesie L’ora d’aria dei cani, per i tipi di Mauro Baroni. Sempre per Baroni ha pubblicato il racconto breve Una giornata particolare. Sul finire del 2005 pubblica la raccolta di poesie “Ipotesi per un ipofisario”, Marco Del Bucchia Editore. Nell’aprile 2010 escono 10 sue poesie sulla rivista “l’immaginazione” (Manni editore) con una nota di Edoardo Sanguineti. È presente ne La vetrina dei poeti del blog Il fiore del deserto con una silloge presentata da Lorenzo Mari. Promotore del progetto culturale dia•foria.

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***

2 pensieri su “Immarcescibile”

  1. Daniele è un ottimo poeta e persona meravigliosa, che purtroppo, mio malgrado trascuro da tempo. questo post mi rende “orgogliosa” come per un figlio, anche se sorrido e mi rendo conto di esagerare con la mia età, pur se messa fin troppo alla prova.
    abbraccio Daniele, scusandomi per i silenzi
    e Francesco per avermi (immeritatamente) “rilanciata”

  2. qui si assiste all’ecchimosi della durezza del significante/significato che rende/ono palude/salute il sasso della parola. il salto nell’enigma fa da padrino al significato stracciato e invalso da corporalità quasi infantili. la fermezza del significato/significante fende crepaccio il gesso senza pietà. una vanessa potrebbe rischiare la vita. a parte alcune parole di sgradevole afflato, si sta in piedi. ottimo verso “Chi smemora, la duna col vento”

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