D’altro canto

Laura Caccia

Laura Caccia

Testi

Come può contraddirsi il dolore,
suscitare diffidenze a cui si annodano
omissioni, stupori  Quando
ogni prospettiva si smarrisce

tra le insegne incessanti delle storie
in primo piano Un a capo
imprevisto, a dispetto delle rive,
si sgretola nell’entroterra

dove gli occhi rifrangono figure
in tempo reale  Tra incontri
e metamorfosi, una lacerazione
alle prese con la propria

estraneità fa crescere
i suoi nomi  Come il  mare o l’esilio,
lo sciabordio che colma
ogni anfratto e non vi pone radici

*

Se pure ogni possibile errore,
il corrompersi dapprima
delle strade scavate a mani nude
e la distanza tra le parole

Perché il dolore reclami
lo squarcio e il suo cercare, l’esordio
vegliato a passa d’uomo
Niente di più illegittimo e chiaro,

il sentire dei corpi, ciò
che un movimento rivela nell’aria
che si tende  Lo sciabordio
intorno e al fondo, nel sorgere

che sopraggiunge dalla sua
ossessione  Tieni a mente
ogni cosa  Le colture dell’ignoto,
il verso della seminagione

*

Ora la voce ha convocato il nulla
e si avvia  Così insensata
da non riconoscersi, contaminata
e lieve  Inaugurando assenze

in ciascun emergere  Coloro
che anticipano la realtà
credono di custodirne il segreto
appena prima che sia

respiro e cosmo  Vicino è senso
insensato, metà verso,
metà esproprio  Mentre periferie
sterminate si incamminano

tra meridiani di bufera
e l’alterità di uno stupore accanto
Travalicano i tetti, i binari
urbani  Nomi per più mattini

*

Corrompe il suono perturbante
nel suo apparire, in una dismisura
che si fa occasione e nascita  Di tutto
il visibile esposto, del dire

sgretolato dalla nostra attualità
muovendoci a vista su stami
d’acque  Con ogni approssimazione
si compie la somiglianza

inascoltata  Negazioni
e ritorni, inventari per l’esistere,
di ciò che non è ancora o si dissolve
Quello che l’alterità

non tiene a mente, né all’ombra
dei cieli materie incustodite
Quando accatastiamo ostaggi
e lo smarrirsi tra le incrinature

*

Il senso rientrando in sé
mostra la sua fatica, tra le apparenze
all’unisono, le numerose eternità
Nelle città riflesse la luce

si fa deserto, ogni moltitudine
prossimità  Un risarcimento di anime
mattutine, sciami e dissensi,
dettagli di altrove

Troppe questioni intorno
al nulla  Sul punto di iniziare ad essere
ogni altro che prende affitto
in noi  Arnie di sensi persi

di vista, germogliati intorno
all’indugio che spaesa la vicinanza
A sorprendere ora la notte
che salpa dalle nostre mani

*

Estuari di polvere l’altra metà
degli eventi, sui campi di montaggio
in cui si inoltra lo sguardo
che trattieni  Di tutte le imperfezioni

e di ciascuna meraviglia
questa profondità interminata,
la sua fonte di luce nell’approccio
al finito non può tornare

indietro  Ostinata tra gli steli
ugualmente aperti in questa notte
asciutta dove le cose
non si riconoscono, le domande

si inquietano  Neppure trasalire
ai margini di meridiani
in viso tra le folle  Moltitudini
di voci per ogni adesso

*

[…] La voce dell’autrice si costruisce in versi che sembrano percorrere un labirinto ricorsivo, un andamento di circonvoluzioni piane, senza stacchi: così come è senza fratture la visione a cui è data “tutta la leggerezza che occorre” per transitare verso l’inconosciuto. E più la percezione si avvicina alla fonte di ciò che risuona nella mente, più il dire aumenta il suo sforzo per sostenere il senso che sembra non appartenere nemmeno alle cose. Ma se così è, allora il sentimento che anima i segni deve portare necessariamente a una voce che convoca il nulla. Tuttavia chi scrive sa che è la poesia a riconoscere e a dare nuova identità al suono che si è perso, con un respiro che, anche se flebile, non è mai compromesso con i dati apparenti. È sempre un’opposizione alla realtà, un contrasto che intreccia silenzio e voce senza appartenere né all’uno né all’altra, né a entrambi: ma al loro imprimersi ed esporsi, in vista di una vita reale e perturbata da un esproprio che porta stupore contro le anticipazioni del senso comune […]

(dalla Prefazione di Giorgio Bonacini)

*

[…] Il poeta, come un restauratore, legge i lacerti, i segni lasciati scoperti dalla violenza del tempo, e li riconsegna, nella loro semanticità sospesa eppure feconda, all’intergrità della pagina scritta. Con entusiasmo. Così facendo tiene viva la lingua, la preserva dal suo depotenziamento storico e mediatico. Per fare questo, scrive l’autrice nella seconda sezione, egli deve turbare la voce, incresparla, inoculandole “l’insensato”, che non è il privo di senso, ma l’eccedersi d’ogni ente spazializzato, il dissiparsi dell’”incustodito”, che così affiora, rivitalizzando la semplice presenza. L’ignoto custodito, compresso e umiliato nella significazione ordinaria, viene liberato dal canto del poeta gioioso, il quale lo innerva nel corpo testuale, lo fa entrare in circolo. È appunto questo il modo in cui il poeta salva dalla deriva l’ignoto: metabolizzandolo, senza incatenarlo, nella lingua, nella quadratura dello stile. Di più non possiamo sperare perché “nessuna / cesura può dar conto / dell’origine o trarci in salvo”, ci riferisce la Caccia, in improvvise frasi apodittiche, in lampi, che mostrano per un momento un’immagine nitida, ma non meno inquietante, della verità sui viventi […]

(dalla Postfazione di Stefano Guglielmin)

*

Laura Caccia
D’altro canto
Prefazione di Giorgio Bonacini
Postfazione di Stefano Guglielmin
Verona, Anterem Edizioni
(Vincitore Premio Montano, Sezione “Raccolta Inedita”, 2012)

***

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