La giostra della lingua il suolo d’algebra

Marina Pizzi

Marina Pizzi

“Bisogna saper lasciare”, diceva Derrida.

Tenendo conto di questo suggerimento Pizzi, in prima istanza, si lascia alle parole lasciandole al loro destino errabondo. In seconda istanza questo lasciare/lasciarsi, quasi paradossalmente, viaggia in simbiosi con un processo di appropriazione. Si potrebbe parlare di descotomizzazione, ovvero di un procedimento che permette all’autore non di eludere, nascondere e rimuovere cose, persone e situazioni che procurano disagio, rifiuto e dolore, bensì di svelarle in tutta la loro interezza e complessità.

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Fragilità del bene

Loredana Magazzeni

[…] Sulla trinità di tempo/terra/bene si fonda la raccolta di Loredana Magazzeni, poeta nata a Pescara, ma radicata a Bologna dopo l’università, che proprio in questa città è diventata anima del Gruppo ’98, nonché curatrice, traduttrice e organizzatrice instancabile di altri e soprattutto di altre. In questa laboriosità generosa c’è senz’altro un elemento del carattere di Magazzeni, ma anche più significativamente un tratto della sua poetica che, nutrita dalla vitalità icastica della poesia anglosassone da una parte e dalla linea vibrante delle autrici italiane e russe dall’altra, può prendere il nome, nel senso scheleriano, di “simpatia”, principio di condivisione e intersoggettività, un essere-perennemente-con-altri.

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Slobodan

Miljenko Jergović

Al termine delle guerre balcaniche – e forse per una sorta di tardivo scrupolo di coscienza collettivo – sono state pubblicate in Europa numerose opere di autori di quell’area geografica. Al di là del fondamentale valore di testimonianza, ciò ha permesso di scoprire alcuni lavori di grandissimo valore, che proseguono il percorso di una tradizione antica e attingono, purtroppo, alla tensione emotiva che deriva da circostanze drammatiche. Tra questi autori Miljenko Jergović occupa un ruolo di primissimo piano: fin dalla prima edizione di Le Marlboro di Sarajevo (Quodlibet, 1995) si è affermato come una delle voci che meglio hanno saputo descrivere la tragedia bosniaca, al punto tale da spingere Paolo Rumiz a definirlo “il nuovo Andrić”.

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Floema – Esplorazioni della parola

“…l’arte e l’epos greco […] continuano a suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili.”

Karl Marx: “L’arte greca e la società moderna
(Grundrisse, 1857-1858)

Nella società in cui viviamo, dove è più facile abbattere un albero per costruire un marciapiedi o un rondò, invece che girargli intorno, mantenendo l’erettile architettura, f l o e m a si propone di mostrare ciò che la sega, se meglio adoperata, poteva evitare: la sezione di un tronco.
Nessuna postura pseudofuturista o rivoluzionaria, sappiamo di essere piccoli e forse minoritari, ma ciò che ci spinge a ritagliarci uno spazio nel mare magnum della rete e della cultura nazionale e oltre è la necessità di mostrare che “si possono suonare le foglie”, e lo si può fare probabilmente anche grazie a ciò che sta dentro il tronco.

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Repertorio delle voci (XXVI)

Manuel Cohen
Gianni Iasimone

La discesa dell’esule. Le chiavi di Gianni Iasimone.

“Quando si è giovani / e uno per avventatezza o incuria / segna senza badarvi il suo destino, / molti anni o pochi giorni / di vita irredimibile pagata tutta”
(M. Luzi, Il fiume, in Su fondamenti invisibili)

“Quando si è giovani e giusti / il sangue corre più veloce / e i grumi frenano nelle gallerie / delle strade ancora da percorrere, / incidenti all’alba della vita,”
(G. Iasimone, Caro al cielo)

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Estensioni del tempo

Martina Campi

Della dilatazione
e della frattura

Prima ancora di parlare del tempo e dello spazio, di estensioni e fratture, bisogna almeno accennare alla casualità e alla fatalità. Casualità, fatalità, estensioni, fratture sono tutte nominazioni di azioni, «allo stesso tempo», compiute e incompiute, evase e inevase. Tutte queste azioni – che, beninteso, producono spazialità – possono essere ri-nominate con nomi diversi, magari  con sinonimi e contrari, con nomi-altri che possano creare un rinvio ad accezioni-altre e che possano far scendere in campo la complessità e la molteplicità non solo dell’io-pensante, ma anche del «tempo» che inquadra (incornicia, delimita) – anche storicamente, se vogliamo – i suoi parti artistici.

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Le quasi case

Guido Cupani

Già a partire dalla raccolta di esordio, Le Felicità (Samuele Editore, 2008, una recensione qui), la poesia di Guido Cupani si è rivelata come una delle più interessanti e personali del panorama dei nuovi autori. Di quel lavoro colpivano diversi aspetti: la padronanza dei mezzi espressivi, la misura di una scrittura che mirava molto di più alla sostanza che all’apparenza, ed un approccio che potremmo definire quasi “scientifico al contrario”. Infatti il giovane pordenonese – ricercatore in astrofisica – partiva spesso da una osservazione di tipo razionale, per poi trovare, nelle pieghe del reale, la spaccatura, la crepa dove germogliano i sentimenti, dalla gioia al dolore allo stupore.
Da allora la ricerca di Cupani ha compiuto, anche se il tempo trascorso è relativamente breve, notevoli passi in avanti. Come è evidente nei testi inediti che sono proposti in seguito, l’autore sembra avere abbandonato ogni appiglio derivante dal tentare di incanalare il vissuto in formule note, per quanto esse possano venire in seguito scardinate. Continua a leggere Le quasi case