Quell’abbraccio d’amore e di lotta

Georg Grosz

Giorgio Cesarano

Giorgio Cesarano, classe 1928, nato a Milano da famiglia appartenente alla piccola aristocrazia meridionale, è stato senz’ombra di dubbio uno degli esponenti principali e più interessanti della nostra poesia del secondo Novecento, “ora ingiustamente trascurato dai gretti modi vigenti” – come ebbe a dire Giancarlo Majorino nella prefazione al poemetto inedito Il Chiostro di Cambridge, stampato nel 2007 per le edizioni Il Faggio di Milano – e, più in generale, dalla scarsa cultura mnestica del nostro Paese.

L’avventura letteraria di Cesarano – irata, stratificata, ardua – prende le mosse nel lontano 1959 con la pubblicazione della raccolta di poesie giovanili L’erba bianca (edita da Schwarz Editore, con prefazione di Franco Fortini), per passare al fortunato La pura verità (pubblicato da Arnoldo Mondadori nel 1963 e premiato al premio letterario “Alte Ceccato” nel 1964), e al definitivo La tartaruga di Jastov del 1966 (editato sempre da Mondadori), con cui la vicenda poetica dell’autore – per sua stessa volontà – s’interrompe e, definitivamente, cessa.

Cesarano infatti ‘lascerà’ la vocazione e la pratica della poesia virando con forza, negli anni a seguire, verso quella Critica dell’utopia capitale – a suo avviso ineludibile ma destinata ahimé a rimanere incompiuta – che lo vedrà dapprima impegnato nelle piazze e nelle occupazioni coatte – come ben si desume dal racconto-testimonianza I giorni del dissenso (pubblicato da Mondadori nel 1968 e precedentemente edito sotto forma di cronaca dalla rivista “Nuovi argomenti” con il titolo “La notte del Corriere”) – e, successivamente, nell’analisi impietosa e sublime dell’ascesa inarrestabile di quel capitalismo che repentinamente andò sfaldando gli ideali rivoluzionari di mutamento ed emancipazione dalle pastoie della condizione umana appartenenti all’autore e ai suoi compagni.

Ciò che però andò sgretolandosi concretamente nella società di allora è divenuto, paradossalmente, ciò che solo successivamente si è potuto ravvisare come profetizzante e geniale nel cimento letterario post-poetico dell’autore milanese (senza nulla togliere al valore inestimabile dell’opera precedentemente suggellata): la veemenza veridica della sua scrittura tutta, nitida e vivissima ancor ora.

Le righe icastiche che Cesarano ha dedicato alla sua teoria critica sciorinano infatti un connubio perfettamente riuscito di razionalità e irrazionalità, passione e verità, acume analitico, lungimiranza e invettiva asperrima, esplicate in una foggia letteraria altamente poetica, permeata da un’oscura violenza e dominata dalla molteplicità di contraddittorie connivenze, dai paradossi e dagli ossimori, oltre che dal bagaglio culturale e dalla multiformità – dalla summa – delle esperienze dell’autore stesso. (Gabriele Gabbia)

(Leggi l’intera nota in “Quaderni di RebStein“, XLI, Febbraio 2013)

Poesie

(Da “La tartaruga di Jastov”, Mondadori, 1966)

Epitaffio

Gli altri che t’amano e io
– “è finita, finita, finita” –
gli altri che t’amano e tu e io
giustamente per sempre feroci,

noi che ci perdiamo sempre
apparendoci in lunghi corridoi,
noi siamo – tu bene della terra
inguaribile e noi di tanto niente

gli eroi vivi, le anime del niente –
siamo noi, gli altri che t’amano e io
– così finita finita finita –

i morti della vita, e tu la tersa
faccia che ci trattiene veri di dolore,
della sorte, della vita che è persa,

ultimo crampo di inguaribile amore.

*

Con educata e toscana voce per eufemismi
dici la tua imperfezione.
Dici dei due mariti dici dei genitori.
Mi spaccherei le mani per passarti
un grano verosimile d’amore.
Ma l’armoniosa cosa che sopra la tovaglia
(e in una sua intimità con l’aria buia
dove splende) risplende: l’armoniosa
testa, l’armoniosa viso – che mi commuove
e mi angustia e che mi frena
nella bocca il più delle parole – troppo
deboli, o troppo, ancora, intense
d’un mio dentro di me che quanto a me t’include
ma quanto al tuo sentirti qui di fronte
e al mio fissarti e nominarti altra
da me, esclusa, e con tutta la tua
vita – ecco la fitta
illogica che addolora i miei occhi:
il non averti fatta
io, non averti io generata come questa cosa
amabilmente intima dell’aria
buia e dei suoi suoni, dei quali, remissivo
patisco d’essere fin sulla pelle vestito e fino
alla pelle dentro nudo
in un gelo lampante, irrefutabile.

*

Fermo qui vicinissimo
amandoti con molto mio,
mentre tuo, tutto il tuo
– ferma qui vicinissima –
diminuire, rimpicciolirti,
con strazio non so (piccolo?)
mi sgorga per te via.

*

Con la testa sul mio cuscino
dormivi nei tuoi capelli
sanguiformi nell’alba

– ora ti guardo mentre perdi luce
piangendo nei tuoi capelli all’addio,
sul campo è l’ora dei pipistrelli –

debole come ora e tradito
da tanta mia spesa dolcezza
non sapevo vedere di te
che il nero, la cupa forma che mi assorbe

Con la testa sul mio cuscino
e questo che reggo sul mio gomito, mio
corpo, dai segni ancora di palestra e degli
strapiombi d’asfissia

a soffi il mare
vive per un momento in una
tenda spettrale

aveva i tuoi occhi
la ragazza che in questo stesso hotel
d’ironico nome Victoria

quand’ebbero gli anni principio d’amore
venne diritta, vita.

Gli occhi che ora si sognano, tuoi, chiusi
di me che discendendo li raggiungo.

Solo allungassi la mano
verso il soccorso della voce della
chiara serena Nina tutta certa.

Ma questo che reggo sul gomito, mio
corpo discende nel tuo sonno.

*

Come in margine al campo,
come all’angolo
tra siepe e fosso, in auto, e dove
la palta è calva è pesta è da topi è da carogne
di gatti è da cristi sfiancati da ammazzati
“io qui”
(mentre ci si abbracciava e tu
con le lagrime io con la voglia
d’avere finalmente una furibonda
voglia, non dolce, in quel momento
sospeso fra un dirotto stupro e adesso
mi piego di gola sul volante adesso
me ne frego e piango me ne frego e schianto)

“io qui” potrebbe girarmi di dire “se dovessi
scegliere di farla finita” cosa che non dico
e mi duole come a te secondo te la bocca
delle viscere e mando a memoria
luce smorta ancora tutte le foglie
persino una rasente
rondine, ma se è già inverno
ma se è già niente, già niente, ma se
basta. Tu alzi uno sguardo
di cuoio e “amore tu mi dai tanto”
dici “ e caro non sono capace di dare
niente” mi vedi partire
“non sono capace di vivere” immobile a un palmo
mi vedi che taglio la corda che me ne vado
“non sono capace di vivere senza te”
filando seduto morto a un palmo da te.

*

Come prevedevo (e c’erano
già tutti i segni: questa doppia corsia
attrezzata per nulla che non parte
e non conduce
e i suoni persi né di noi né d’altri
e gli sterpi dove giacere più morti
che vivi)

te ne vai portando via così
via te bambina te su quella nave
che nei sogni tutta illuminata cola
a picco in acque buie dove tu nuoti ed io
ti salvo; il ponte ove uno,
gentiluomo, forse come me barbuto (oppure
è a tuo padre che somiglio?) all’ombra
oblunga della lancia ti rovesciò
bambina e ti
(per gli erotici
libri che io amo come
scene così sono persino dolci)
vai con nel ventre o non so nel cranio chiusa
quella tua sprofondata verginità di tante
volte stuprata infante stesa nei capelli
– dicevi a braccia larghe “ti voglio così bene” –
via intatta come la piccola ebrea
perquisita spogliata spinta nella via
tutta conclusa in un nero d’occhi
così intrepidi così infelici.

*

(Da “Romanzi naturali”, a cura di Giovanni Raboni, Guanda, 1980)

(Buchmesse)

Erompe, si sprigiona la vampa, la fiamma delle
crêpes suzette e in altra lustra pagina
rosola nel suo fuoco s’indora lambito un
bonzo e ancora
in nuove gabbie (le più eleganti) grafiche s’allineano
i corpi non sai più se di pesci di vittime
di prodotto di sterminii d’atroci buongusti
di lampeggianti esauste verità
oh amico, amico e come s’allineano
le righe frante presto di milioni di versi
come ti si rinserra la gola s’asciuga l’occhio
l’avvilimento sprofonda nel muto te
infante che ammattisce tra giardini e patiboli
oh amico le paratie degli stand sono un implacabile
labirinto che ti riconduce stanchissimo sempre a te
che ora, accanto a me, tra i tuoi quasi chiusi occhi
l’immagine per un attimo colpisce
di un altissimo magro avido sdegnoso
d’affamato troppo veloce passo e odioso e losco
e giovane e rabbioso e d’incomprensibile
lingua ma muto ma volto altrove ma senza uno sguardo
per noi, di corsa, forse risibile: profeta.

***

10 pensieri riguardo “Quell’abbraccio d’amore e di lotta”

  1. fabio teti è sempre più veloce di me! e gabriele gabbia mi parla da anni ormai di cesarano, cesarano, cesarano… giusto riparlarne qui!
    Lorenzo

    1. Amo Giorgio Cesarano!
      E’ un grande piacere per me poter leggere sempre di più su questo autore.
      Le auguro un buon fine settimana.
      gb

  2. Sono veramente poesie bellisssime: con squarci di fini rivelazioni e pietà che risplende e attimi numinosi e assieme di canzoni della parola che insiste a scavare la pietà: molto belle, molto.
    grazie

  3. Grazie.
    La pietà è ampiamente riscontrabile nell’opera dello scrittore in questione.
    E’ questa pietà che lo rende così particolare anche e… non solo.
    Un sorriso
    gb

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