Intus

intus

Fiorangela Oneroso

Quando ci si pone dinanzi a un’opera che abbraccia, in senso propriamente circolare, un intero mondo di ordini, insiemi e sistemi, non si può pretendere di limitarsi ad una sola modalità d’approccio e di veicolare quindi una chiave di lettura univoca. Ben consci di questo, i più cauteli non avranno nessuna difficoltà a dichiararsi mancanti e non avranno altra scelta se non quella di viaggiare sui sentieri dell’inesaustività. Ma se si vuole parlarne (o se ci si vuole far parlare da essa) bisogna comunque articolare un pensiero e dargli voce. Per questo mi sono trovato a ragionare, anche e soprattutto, per suggestioni che rinviano ognuna ad altro, a un qualcosa che rischia il fissaggio di una doppia consistenza di ciò che, per semplicità (e in termini essenzialmente riduttivi), definiremo ignoto o inconoscibile. L’inconoscibile ci pre-esiste e ci sopravvive: è questa la sua doppia essenza o consistenza, per quanto entrambe le peculiarità si rivelino a noi nella loro inconsistenza di fondo.

Se voce c’è (e in quest’opera le voci si moltiplicano in un andirivieni poematico, a tratti, invidiabile, per armonia e consequenzialità), essa ha bisogno di un ritmo e di un respiro, di un respiro ritmato, di un ritmo che tenga conto del respiro, delle diverse contrazioni e dilatazioni (es-tensioni) del respiro, e quindi anche di aperture e chiusure. Sì, perché Intus (il «dentro» o, se preferite, l’indagine del dentro) è, anche e  essenzialmente, «apertura», apertura al nulla di cui non c’è ricordo diretto (non vissuto consapevolmente almeno), ma di cui persistono le tracce. Apertura all’origine, o meglio all’idea di un’origine che può darsi solo a condizione della sua inverificabilità. Ma la lingua, si sa, deve tentare il passo più lungo della gamba, deve accordare il passo a un respiro, deve ritmare i respiri affinché anche i passi possano veicolare un ritmo, non necessariamente regolare ma comunque riconoscibile, un ritmo che consenta all’ospite di «porsi all’ascolto».

Qual è il ritmo che qui si vagheggia?

È presto detto: il ritmo della «migrazione».

Migrazione della parola da stato a stato (da canto a canto), da luogo a luogo (da altro a altro). Stati e luoghi infiniti e infinitesimi, estesi e insieme contratti, tendenzialmente e necessariamente inaccessibili. Migrazione della parola nell’inallocabilità di ogni luogo. Perché non c’è qui nessuna volontà di possessione. Forse un’urgenza: quella di sfiorare l’intoccabilità delle cose, di rendersi prossimo ai massimi sistemi, e di farlo dichiarando di esserne succube, non inerme ma comunque soggiacente. L’uomo è il «minimo sistema», un grano di polvere in balìa degli  elementi che lo sovrastano e lo trasportano, che lo conducono in un altrove che è e resta sempre da definire. Migrazione dell’umanità quindi (ma anche dell’animalità che le è propria), da punto a punto, senza poter toccare i punti, senza impadronirsi dei luoghi, senza un senso che possa arrogarsi il diritto di dichiararsi ultimo e definitivo.

Migrare qui vuol dire anche liberare a sé una voce per comunicare con la finitezza dell’infinito. Ciò che è infinito, e quindi inquantificabile, è a tutti gli effetti finito. Questo perché non esiste una chiave d’accesso all’infinità. La liberazione (la migrazione) della voce di Intus canta quindi la «finitezza». Si finisce. Ma per farlo deve aprirsi e sfinirsi. Si costringe all’erranza, ma è conscia che il suo gesto non potrà mai rendersi palpabile. Noli me tangere, non mi toccare: è questo quello che sembra dirci questa voce. Ma, attenzione, questo non è un divieto, ma un invito a stabilire un tipo di contatto basato, come già accennato, essenzialmente sull’ascolto. Ascolto di cosa? Per l’appunto ascolto della cose e della loro rifondazione in chiave poetica, con particolare attenzione alla delocazione dall’esistenziale al metafisico, senza timori di sconfinare nella regolarità e nelle griglie di un approccio a tratti matematico o comunque idealizzato in una sorta di geometria superiore, quella che regola le cose e che non svela mai i suoi segreti.

Questo Intus, questo procedere verso l’interno aprendosi, significa anche «fare-vuoto». Ma il fare-vuoto (che qui si veicola sempre all’insegna di una doppia esistenza e consistenza: in-sé / fuori-di-sé) ha una sua specifica utilità: lasciare spazio all’ospite. Ci troviamo quindi a creare un collegamento, non solo virtuale, tra il fare-vuoto e il fare-spazio. E difatti i più attenti non potranno fare a meno di trovarsi a tu per tu con una serie di spazialità e di spazializzazioni, di moti e di rotazioni pervasi da voci che ne cantano l’impalpabilità e l’inaccessibilità. Il fare-vuoto e il fare-spazio generano quindi una serie di voci, e l’ospite è come idealmente invitato a chiamarsi alla luce (o meglio alle luci) di quelle voci. Luce dell’interno, quindi anche luce oscura. Luce di una super-presenza, tanto inquantificabile da rendersi solo attraverso l’assenza. Ecco: quel fare-vuoto-in-sé genera un’assenza che (venendo «in presenza», e scusate il solo apparente paradosso) può solo veicolare il nulla  di una cosa che ci ha preceduto. E non basta, bisogna aggiungere anche la luce dell’esterno, quindi abbacinamento e sovraesposizioni. Quel fare-spazio-fuori-di-sé genera un’essenza (sempre molteplice, mai univoca) che può solo veicolare il nulla di una cosa che ci sopravviverà. Intus è la voce di quel nulla (che possiamo chiamare anche tutto) che si chiama a sé e ci chiama verso l’impossibilità di una decodificazione che valga come assioma per il divenire o che ci spieghi natura ed essenza dell’origine, verso la molteplicità di ciò che si situa sempre un passo avanti, sia all’errante (il migrante) che all’ospite, molteplicità di ciò che talvolta sembra quasi offrirsi al contatto, ma che finirà sempre per sfuggire alla presa. (Enzo Campi)

Testi

 

Stupora sempre l’esondo del tuono
che occlude anfratti inaccessi
e accelerando dilaga
e propende nell’unitario globale
esacerbando instabili inavanti
di verdi squame invariate
avariate avanzate
dai baccanali ingordi del passato.
E infine questo è tutto:
bofonchia, gracchia, erutta
con difformi suoni
e implosive ustioni
l’ultimo fuoco incongruo
d’inonusto vigore.

*

Cupa luce pallida luce piena
luce perpetua mite sacra dorata
inconsumata, indecisa, succinta,
velata talvolta adorata porge
tracce labili e liete
onde lucenti isolate
in brevi tratti dispersi
sfiora i celesti parimenti
nei suoi vapori eterei

*

Quale dolce allegrezza
incute alla fierezza del fuoco
lo strascico slanciante
della fiamma librante
nel lembo che allude dispersivo
all’estinguere fervente
del calore
con minaccia crepitante scintillante
di rinsecco
tiepidendo disperdendo
nella gaia volta tonda
l’immensità elevata.

*

Quel colpo di terrore,
quel noto bagliore
nel pulsante vuoto,
vede svela induce
esattamente e solo chiude
con pochi scatti d’atti
il suo bersaglio fiero
che l’anelito uguaglia
avido d’eccesso
nel suo andamento intero.

*

Imponenti potenti
contendono rissosi approdi
l’un l’altro intimando
e bande salse e malate schierando:
nei fondali inquieti
anelli lucenti
si accendono in caldi sprazzi
e levigati altri
in mantelli a brandelli
intimamente avvolti.

*

Leggeri colpi accorpati
abbattono confusi emissari
di fibre disprosiche e rare
nella penuria di veri bersagli.
Non vale ricorrere ai noti ripari,
ai quinquenni emergenti,
alle infide lotte corsare,
ai digitali minoro,
a piste falsate e raggirate,
per evitare
questo penultimo agguato.

*

Disorienta
il sistema di ritorno dal distante
dei tramortiti ritorti.
Ancora bruciano
nelle cinture recinte
coloro,
gli avvertiti del versante avvampato,
i riluttanti rassegnati
votati
al non compimento del transitante.

*

E quanti frettolosi incontri
per trovare defunto
il felino rugoso
per tempo troppo esteso
trascorso lungo i fossi
i dossi i canaloni grevi
elementare imputridire intorno
della materia vivente
di non inerti corpi
e a destra e a manca
tante finte frodi
a repulsare
quel fluido inerziale
che l’interno moto
ininterrottamente
ha preso posizione, finalmente.

*

Sugge il fluire dell’ampiezza conclusiva
e pullula confuso
nelle sue fisime informi
nei suoi sistemati filtraggi
sul terminale inondo
che mette a punto i finali.
Da quei movimenti retratti
governa lo sfacelo imminente
e i lacci degli abbracci disfa
disdice disanima dissipa
sul trasandare, esitando,
reticente nel movimento estremo
e attende inerme nella sua nudezza
l’ipotetico diafano nido che vagheggia
nell’albatro vibratile
nel turbamento inappellabile dell’immanenza
nei grafemi privi di senso
nei gorghi del fulgore puro
prima che ogni luce si spenga.

*

Fiorangela Oneroso
Intus
A cura di Flavio Ermini
Verona, Anterem Edizioni, 2011

*

Fiorangela Oneroso è ordinario di Psicologia Generale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno. Si è da sempre occupata di questioni teoriche ed epistemologiche riguardanti il rapporto tra il campo delle scienze e quello della creatività artistica. Nell’ambito specifico delle teorie psicoanalitiche ha studiato in particolare il pensiero di Ignacio Matte Blanco, teorico della bi-logica, per gli aspetti che riguardano la riflessione sui nessi tra pensiero razionale e pensiero emozionale e sulle relative forme di conoscenza. Per ciò che attiene l’influenza delle emozioni nei processi conoscitivi ha esplorato problematiche inerenti al campo dell’arte e della letteratura alla luce delle diverse estetiche e delle diverse poetiche. Fra i suoi lavori più recenti: Mente e pensiero (2004), premio Gradiva; Emozioni e reversibilità: l’origine e la coscienza del tempo (2007); Il tempo e l’estasi (2009); Nei giardini della letteratura (2009). Nel 2010 ha pubblicato con Anterem Edizioni il volume di poesie Inoltre. È in corso di stampa con Liguori il suo saggio La ragione alata. Bi-logica e arte nel pensiero di Ignacio Matte Blanco.

***

3 pensieri riguardo “Intus”

  1. questa ricercatrice è acuta e dal pensiero complesso, peraltro, mi sembra di capire, relativamentre contigua al mio fare.. rigrazio e. campi per segnalazione a me preziosa..
    r.m.

  2. Mentre leggevo la presentazione di questi testi, peraltro molto ben articolata, mi sono detta: ma questa è l’analisi del profondo, ciò che talora accade nell’analisi del profondo. E così durante la lettura dei bellissimi testi poetici… poi ho letto le note biografiche dell’autrice e ho avuto conferma di non essermi sbagliata!
    Grazie per questo suggerimento di lettura.

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