Monoliti

Mario Sironi, Composizione, 1957

Mirko Roglia

Poesie inedite (2011-2012)

Monoliti

Non parlano, emettono suoni,
travagliatori inerti – arsi fra meccaniche
e vapori di mercurio. Non parliamo,
diffidiamo le nostre lingue oscene, il covo
di sogni teniamo larvato – come inesistente
pura cenere di mozzicone espansa.

Mi parlò di quella poltiglia di conigli e sugo e bacche di ginepro
appena fuori dal cancello – aperto – che nessuno varcava:
una marmitta fumante e la folla stava
neotestamentaria allo stesso tempo di Mario
(licenziato e adesso ridotto male e con lui l’esigua famiglia)
rimasto in piedi allo sgranare delle bacche,
che si era portato i due figli dietro, a mangiare,
a parlare della fine della Gran Ciminiera.

C’è silenzio in questa gonfia cambusa,
arsa di sospetti, di spifferi caporaleschi: la completa
disfatta del vincolo dell’insazietà. Pochi denari
per lo scontro all’ultimo mutismo, all’orgoglio mai ferino:
ma biascicato, timido, genuflesso. Pochi denari e basta
la vittoria nello sguardo
del Rapace a godersi la tanatofilia
dell’arena, l’ultima sconfitta dei piccioni,
mangiatoia per monoliti più zoppi, più arsi,
più assiduamente stemprati.

 

Aurora

E guardavi solo le tue scarpe, seduta
su quel sudicio nostro gradino
mentre tutto esplodeva.
Se è stato giusto che invece io guardassi te,
nel silenzio assoluto della cassa tonante,
non si sa. Ma specchiarsi in te era un sollievo.

 

Fisso

Chiedo se è quella scheggia, nata da un vinaccio,
che ancora pungola. Garze non ne avevi,
avevi whisky e guaivi fra i calci.
Ho perso i nostri pavimenti di sciocchezze,
non sento più i nostri treni. Anch’io ho i tagli sulle braccia,
adesso, nei giorni mi si scrive la pelle
e la carne è stanca. Ma queste braccia fanno.

 

Atrofico

Sarà la secca ombra dei larici o il fischio
tenue della caffettiera
a ritessere quel singolo modo di parlare
al plurale, quando – non meno che a tutti – a me
ti rivolgevi, sottintendendo sostanze,
congrue sostanze appostate lì dietro, dove sagome
si scorgevano numerose. Sarà questo lichene
che invade ora betulle
o lo scolo della tumefatta collina, che si disgela
e piscia laghi. E il tuo plurale trafigge tutta la valle,
senza monossidi.
Più di fruste, ricatti, raccomandate,
più della testa bassa in giorni da undici ore.
Trafigge
immobile, pungiglione d’argento – divampa fra le membrane,
sconquassa cartilagini, erutta su endocrini grovigli.

È senza ombra questo corpo che passa, non disgrega
atomi già sciolti, cateratte non mutano se guada, si riaddormenta
su steli ritti di radicchio. Nel pietrisco
ha riscoperto, serrato invalicabile, il bauletto
lasciato. E nel ruvido ammasso dei monti, rocce liquefatte,
il suo plurale è spina,
più delle ingiustizie dei padroni, per cui insorgeremo.
Il suo è indolore coltello.

 

Roberto

Ti spezzi in fondo anche tu,
tu che parevi di sasso, bianco nelle stoffe di cucina
che ti chiamavamo Sassalbo come il monte là in cima.
Il volto ti s’incrina, spalanchi le labbra all’ennesima ingiuria
del capo – che pure non osi chiamare bastardo
e non vede le croste che hai sulle dita, le cento e più ustioni
della tua pelle squamosa, sconfitta da quarant’anni di pignatte,
inflitte a cadenza costante fra vapori d’arrosto
che intridono anche il sangue che sgorga e non sgorga
compresso dal lattice. Ti sei spezzato anche tu, come forse
altre volte]
che non ho condiviso ma ti ritorna sul viso
quel magone strozzato, deglutito per non essere espulso
dal carniere che pure ci sfama. Penserai – io lo credo – a tuo padre
nel campo,]
nel contado poco fuori Belluno, sfiancato
ma forse ancora intero, nella dignità della terra che qui
non abbiamo]
e a tua madre, di certo. Non importa se il capo poi torna
e poi prova assai quieto a cambiare discorso. Tu sorridi, si sa:
è lui che ci regge. Dimentichi in fretta e non smetti di fare
ma davvero giù in fondo la corda è più lisa
e un segno è rimasto, incancellabile traccia. Ma tu taci
forse soltanto perché pensi a tuo figlio sul banco di scuola
e non vuoi che alla sera riabbia un suo padre spezzato.

 

Padrone e due sottoposti

Tu sei un padrone e fai il padrone, incurante
di noi al di là delle nostre braccia
e meni al massimo dei tuoi limiti civili
per esercitare il ruolo di te stesso.

Il cioccolato me lo ha dato Roberto, non voleva
solo disfarsene perché a casa ha molti bambini, ma ha allungato
la mano]
e mi ha teso quella tavoletta mista uvetta e nocciole dicendo:
mangia]
per dimenticarselo subito, dimenticato
riflesso di se stesso ragazzo, la mani quasi lisce.

Lisce le tue palme padrone, callosi testicoli
ingrassati dalla veglia dei tuoi sottoposti, svegli a tal punto
da vedere le cose.

 

Otto

Un maneggio è scomoda casa, tutto un passare di donnole
nei fieni, contadine non giovani sfiancate fra giunchi
di maceri abbandonati, chine. Soffitta amara, ragnatele, raganelle
irridono nel buio e insetti fedeli, più puliti dell’uomo.
Dalla finestra (è un buco fra assi) la vede la donna ingrigita,
la vede nel lontano meriggio sgranato e il profumo è ancora quello
dei fiori pestati fra i sassi. Fra sassi pestati i suoi seni.

Un teschio all’angolo sta fisso nel vuoto. È ancora,
perduta la carne, sulla pelle della terra seccata, anemica
superficie, impassibile monito di mari incagliati.
Rimane piantato, prende immoto all’osso altre terre,
di deserti in avvicinamento sabbie, vaghi gorghi
stipulati in epoche primordiali, senza carta senza resti,
solo lascito l’odore pieno della merda di cavalla.

Si sciolgono altri, anche ridenti, nella crosta seccata,
indifferente superficie senz’occhi. Otto rimira, sul seggio
di vecchi rocchi d’abete, la contadina arruffata, ora distesa
ora piegata;]
mastica antiche parole, Otto venerato, fuggito dal Ghana
dopo dosaggio mirato di inferta tortura. Rigira la lingua,
involtata di lessico d’avi e chiama a sé lo spirito
del principe dei nembi, a dargli le nuove parole, a dargli
il sussurro del tuono.]

 

Notturno Bus 98

Hai perso venti chili tutti insieme, tisi
o altro e non lo dici e monti in cabina strizzando uno stecchino
fra i denti. Senti freddo stanotte, è un tempaccio
e tu un moscone che evita le gocce, fa lo slalom
come in Nigeria coi pasti.
Siamo in due sulla tua bestia rossa, vedo accendersi il quadro,
si scalda le ossa il drago e gli metti in moto le vene
mentre noi facciamo finta di dormire.

 

Adel

Adel ha una lunga scabrosa cicatrice,
gli corre lungo il braccio
e la sua schiena è striata di frustate.
I suoi padroni sono stati peggiori dei nostri,
mio amico e maestro fuggito che sei stato sua madre
e sua sposa,
lui è il barbaro, il saraceno
dell’antro dei perduti
ed è il vincitore – ci dicevamo
ma la sua carne porta i segni che non afferriamo.

 

Le rane gracidano, il poeta s’incupisce

In quella stessa strada mi aveva fermato una battona di Cork
mezza fatta, tutta ubriaca
a chiedermi coins o meglio l’uccello e dalle case usciva
odore di fritto e ovunque ti girassi vedevi braccia o gambe
o labbra dipinte a seccarsi o ancora dinoccolati tacchini,
in quella stessa strada che con il poeta Batisti feci
e con pochi soldi bevemmo distillati di puberi ciglia
e dalla strada entravano urla (scoprimmo poi un uomo
ucciso a martellate – il corpo riverso)
parlammo di Giorgio Chinaglia
ma alla rete dei Rangers l’altro uomo esultò rovesciandosi birra
sui calzoni.]
Ora Batisti sta dormendo fra i ratti
e un galagone sul divano canta in sua perenne memoria,
per quando il poeta sarà alla conta dei suoi residui domani.

 

Preghiera

Stanami una dea teutonica Cristo,
indici un simposio delle divinità
e donami la valchiria dai capezzoli d’amianto,
la sacra troia della tua monotonia evangelica,
affittamela per una giornata,
ventiquattrore in cui veda solo lei e lecchi lei sola
perché gli esseri umani mi ammorbano i minuti
e mi condiscono i pasti di mestruo e catarro.
Chiudimi se credi in una stiva da solo, coi ratti,
ormai li conosco, riesco a intenderne i bisogni
ma senza uomini –
la mia casa è piena di ratti
e di uomini-ratto, chi riesce a pensarla peggiore?

 

E quando poi arriva l’alba

E quando poi arriva l’alba
io rimango lì
come un soldato svizzero
e tu mi guardi senza fiatare, ma quale
spugna all’aceto vuoi dare, vuoi darmi
frigida creatura del Dharma?
Noi abbiamo mani lise, coglioni mandati
al macello,
noi la domenica stiamo sul divano
e quando poi arriva l’alba ci svegliamo.

 

Amico

Sono evase le imposizioni etiliche di ieri,
il prognatismo di un passante, è evaso lo scozzo
duro ad ogni vita strusciata d’angolo.
Colui che ci abita è riverso monocorde,
mollusco bivalve finalmente calloso.

Sono in salute queste membra sotto attacco. Sono
perduti di ieri i capoversi e gli stacchi della sciocchezza.
Vieni qui, timido dialetto delle mie corde,
lasciati mangiare e una volta soltanto lenisci
le vertebre serrate – bucate strizzate nella notte.

Beccheggiavo in una canzone solitaria, al limite di un capannone
di Sondrio divelta. Arrivi, questa canzone smodata contorta
bambina]
alle periferie senza doppio del metro e tu
ritrovarmi in un lampo d’ora benedetto dal vino
e insieme mischiare quella nostra cifrata cupezza del riso.

 

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Mirko Roglia nasce ad Acqui Terme nel 1987 ma presto scende dalle colline del Monferrato alla Bassa padana, con la famiglia. Studia Lettere a Bologna, lavora come giornalista su un quotidiano locale e partecipa al restauro del ponte Trepponti di Comacchio. Scrive poesia ma anche filastrocche e prose brevi. Non ha mai pubblicato se non in rete, specialmente sulla rivista Mumbleduepunti. Collabora con il progetto Lo spazio esposto, piazza di dialogo sulla poesia contemporanea. Attualmente lavora come cuoco a Londra.

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***

7 pensieri su “Monoliti”

  1. il riferimento alle meretrici angloirlandesi è basato sul testo stesso di Roglia e non può né deve consentirle di avanzare (villane) illazioni sulla mia ‘concezione delle donne’. era anche, sì, sintetico e amical-goliardico, perché sì. comunque mi sembra che quanto a cattivo gusto, mi perdoni, il suo commento batta il mio. ‘preservativo’?

  2. Giusto così, al tuo posto anch’io mi sarei risentito.

    Però, prova anche a considerare e a riflettere su un fatto: chi sa mai perché, ogni volta che ci si apre a una “comunicazione” di tipo goliardico, fosse pure amicale, il “soggetto” e le sue “modalità” di rappresentazione sono invariabilmente gli stessi…

    Ti saluto.

    fm

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