Si minore (il libro)

Ercolani

Marco Ercolani

Da dove provengono le visioni che ci consegnano questi nuovi versi di Marco Ercolani? Esse sembrano venirci incontro un attimo prima del loro dissolvimento, colte nel loro passaggio segreto, in quella zona di confine – prossima e familiare insieme  – in cui poesia ed esistenza si sfiorano e poi si tramutano l’una nell’altra, per dileguarsi infine nell’ombra totale.

Con la sua scrittura punteggiata dal silenzio, Ercolani ci avvicina all’Altro che è in noi, senza tuttavia sminuirlo, anzi conservandone la dimensione più propria e perturbante, l’enigma profondo che l’accompagna, in uno sguardo lucido e frontale. Ciò che ci sorprende è una visione netta e al contempo lieve, perché reca in sé la perentorietà del sogno, la sua illuminazione improvvisa ma anche la sua ineluttabile ombra.

Come in una sorta di taccuino di un’anima che si scopre sempre altra, straniera a se medesima eppure viva e palpitante, il poeta apre l’occhio e tende l’orecchio a quanto accade nel doppio regno del suo essere, in quel bordo, in quella regione estrema che sta tra la parola e il silenzio, tra la veglia e il sonno, tra la vita e il nulla.  E nelle annotazioni del proprio tempo vissuto, dell’intimità della propria esperienza, gli sembra di scoprire le tracce disperse di un altro tempo privo di tempo, indecifrabile e indicibile, arcaico, le cui insegne altro non sono che la testimonianza incommensurabile del tragico, la cifra ultima del nostro destino.

Qualcosa è accaduto, qualcosa ha cancellato e ancora cancellerà.

Quello che resta è l’indeterminatezza dei soggetti che si muovono in queste pagine, ombre che si cercano o fuggono, che scrivono contro le parole, che non sanno ritornare, che cercano scampo per un’altra esistenza.

Chi sono?

La loro identità è paradossale perché risiede nella loro ambiguità, nel loro essere senza-nome, nel loro accendersi improvviso e nel loro altrettanto repentino rabbuiarsi.

Ercolani, registrando la luce e la notte che trascolorano da questa soglia, si inoltra nello spaesamento dell’ossimoro, capovolge l’ordine del mondo, libera “lame di versi”, apre squarci sapienziali, con la traiettoria di uno sguardo che si spinge oltre se stesso, in un approssimarsi  ineluttabile dietro il quale incombe l’ultimo orizzonte (“Come potremo? È un sogno, la terra,/ del nulla che verrà”).

E in questo scenario minacciato dal vuoto, le figure umane cercano la loro realtà, la loro consistenza, non solo nel mondo visibile, ma anche – e soprattutto – oltre.

L’amore, la scrittura, il sogno, che le poesie evocano, assumono la funzione di esperienze fondamentali, estreme, proprio perché rivelatrici d’altro. Come ponti ultimi consentono il passaggio verso l’ignoto che siamo, verso quelle regioni umbratili, incerte o improvvisamente palpitanti, che contraddicono il mondo così come noi crediamo di conoscerlo.

È questo il “si minore inudibile” con cui Marco Ercolani cerca la sintonia, prima del silenzio. Quel si minore che ci accompagna durante l’esistenza e a cui sovente non prestiamo ascolto, o che vogliamo rimuovere perché troppo perturbante, emblematicamente simile a quelle “cose familiari come estranee macerie / nell’acqua nera”, in un testo che prende spunto dalla recente alluvione che ha colpito Genova.

Le figure presenti in questi versi rivelano così, a poco a poco, i segni della nostra incessante inquietudine, divengono ciò che siamo ma che spesso non vogliamo riconoscere. Questo perché l’esperienza vissuta, annotata nella forma della poesia, si fa sempre Altro da sé, si carica di valenze ulteriori, necessarie. E la parola poetica è il sigillo di questo processo.

C’è dunque, immancabilmente, qualcosa di tutti noi, nei pronomi personali che sottendono i verbi dei vari componimenti. Così riconosciamo lo stringersi appassionato e improvviso degli amanti, “pelle contro pelle,/ ombra contro ombra”, “nel fuoco liquido”, quasi a sciogliere il mondo, a farlo sparire, perché “nessun amore è intimo”. Anche noi, nella lettura, sentiamo bruciare il desiderio di un’altra memoria, di una vita che resta e non sprofonda, grazie ad “epigrafi chiare”, “nomi che visitano cose/ suoni che sciolgono pietre per sempre”. Pure noi scriviamo il sogno, notte dopo notte, e a volte impariamo a vedere, “il pensiero trasformato in sonno”, entriamo nel “regno dei dormienti”, prima dell’ultima chiamata (“I morti, quando scriverò l’ultimo libro,/ mi chiameranno”).

Ecco, dunque, la scrittura, “l’arcaica manìa”, l’atto che cerca il respiro, il ritmo di un’altra lingua che vorrebbe “parlare per sillabe e per fuochi, / senza i confini del quaderno”. La poesia che nasce tra veglia e sonno, come “deriva di bellezza / dolore dell’origine, scia”, nella consapevolezza dell’illeggibilità completa dell’infinito. O, ancora, come “lieve terrore”, “compagna segreta”.

Non c’è immobilità in questi versi, ma un movimento lento che di sezione in sezione ci accompagna. Un trascorrere. Un mutare. Un cercare. Pur nella condanna della solitudine. Pur nell’abisso che si apre intorno, come nell’ultima sezione, nella quale si fa riferimento al XIII canto dell’Odissea e al tremendo incantesimo di Poseidone, che trasformò la nave dei Feaci in roccia, radicandola nel mare.

Perché nulla appare definitivo e si aspetta sempre qualcosa di ulteriore. Come afferma Eraclito, riferendosi alle infinite profondità del nostro essere: “Per quanto a lungo viaggerai, i confini dell’anima non potrai scoprirli tanto è profondo il logos che le è proprio” (fr. 45): è questo il nostro enigma, questo l’incessante movimento del destino che ci accompagna.

C’è quindi un luogo che sembra irraggiungibile, un percorso interrotto, un ritorno mancato (“Intanto / lunghe macerie si specchiano nell’acqua/ intanto noi/ non siamo più ritornati”). Una separazione, una distanza incolmabile, una vertigine, che inevitabilmente segnano ogni atto umano, ma al contempo c’è una misteriosa scia “a forma di nave” da inseguire, quando l’io superstite  è un “lampo disseminato nelle onde/ infranto e lucente”.

Qualcuno è sopravvissuto, un po’ come tutti noi, ed invecchia “senza il ritmo dei flutti,/ in pacifica terra ignota”, sapendo che ciò che resta della sua storia è quell’abisso, quello strapiombo che fissa prima di precipitare nel sonno, come un’ “ultima luce degli occhi”, come un “libro ulteriore”.
(Prefazione di Mauro Germani)

 

Testi

 

Maestri del tempo,
mentre le dita si stringono con fitte piccole
e la luce pulsa nei muri. Le pietre
trattengono l’aria, diventano parole.
Comincia il regno delle illusioni, vasto come le manie.
Aria senza aria della paura.
Mare: per l’illusione dell’acqua.
Qualcosa di arcaico e di nuovo scintilla.
Finta fiamma, fuoco reale.

 

*

 

Incantata, di pietra,
lascia che lui le prenda
le mani, un soffio, è sciolta.

Perfetta la luce dell’ombra.
Nel nero della bocca, nel fuoco liquido.

 

*

 

Sprofonda nei bellissimi giorni.
Nessun punto della sua pelle che non gli appartenga.
Molte vite per accarezzare quelle ore.
Nei giorni splendidi si dice che le voci tremino,
e le dita. E gli occhi cambino colore.
Nel sonno futuro un si minore, inudibile.

 

*

 

Aveva guardato il buio così a lungo
che tutte le note della notte vibrarono
e allora la luce dell’ombra
fu al centro del prato
quercia.
Luce senza lutto.
Buio lontano dagli occhi.

Riscrivono le loro vite a matita.
Raccontano prima le ombre.
Fluida la parola, ma segreta.
Il deserto nella bocca, sulla nuca.

E, per testimoni, i veggenti.

 

*

 

Inorridisco all’erba di domani
perché potrei non vederla. Vorrei
nell’ultimo ampio cielo sparire,
lasciare i prati notturni.
Tu, se vuoi, comincia, per me,
a dormire.
Le stelle, fittissime,
non illuminano nulla.
Oggi scriviamo contro le parole, impariamo
a vedere.

 

*

 

Ritrovo
il regno dei dormienti e il loro affanno
dolce (l’universo
stretto
traghettato
trasfigurato),
quell’essere notte nera e bianca
prima dell’ultimo buio.
Non ho più dentro di me discorsi antichi
come questa fiamma scura dietro il teatro in rovina.
Nell’erba incombe una luce pericolosa e perfetta
da non sopportarne la fine.
I morti, quando scriverò l’ultimo libro,
mi chiameranno.

 

*

 

Per anni abbiamo lavorato e scritto
tenendo ferme le mura:
stoffe da tessere nei sassi,
tele amate e non viste,
opere bizzarre di altri Frenhofer.
Poi la materia si è sciolta,
assurdi monoliti ora sono
polvere, mondo aereo:
la pietra ospita la nostra freccia,
non ancora scoccata.

 

*

 

Come potremo? È un sogno, la terra,
del nulla che verrà

Cosa potremo? avremmo desiderato
ma tutto resta polvere
pietra sottile
sogno rigoroso
al centro delle correnti

Avremmo sognato
che nulla era morto e tutto fluiva
e ci fossero solo canti
sugli alberi neri
canti storditi rapiti mai
finiti

Lo spazio della parola:
scuotere il corpo dalle corde
l’origine vista come fuoco
incredibile e vero

 

Marco Ercolani, Si minore
Prefazione di Mauro Germani
Smasher Edizioni, 2012
Premio Letterario Ulteriora Mirari, 2012
Vincitore della sezione Monografie Poesia

 

***

13 pensieri su “Si minore (il libro)”

  1. Grazie, Enzo. Grazie, Francesco. Questo piccolo libro è un segno visibile di come gli amici e lettori, anche se rari, siano vicini alla mia ricerca di una vita intera: sulla soglia fra sonno e veglia, fra luce e buio. Questo libriccino, quasi non voluto, quasi sfuggito dalle mani, lo bisbiglia, in minore.

  2. Lo spazio della parola:
    scuotere il corpo dalle corde
    l’origine vista come fuoco
    incredibile e vero

    Mi sembrano questi testi frammenti abbandonati tra le onde di un mare inquieto, specchio dell’abisso che noi siamo. La parola scuote il nostro essere riconducendolo al suo originario principio di mutazione continua, di incessante divenire.

    Un saluto,

    Rosaria Di Donato

  3. Grazie a Claudia, Roberto, Rosaria.
    Sono lieto che i miei versi abbiano attratto la vostra attenzione: sono proprio frammenti abbandonati a un mutevole divenire. La mia accortezza, da artigiano della scrittura, è fare che la parola sia il più “leggera” possibile.
    m

  4. caro Marco, mi chiedo cosa sia la parola leggera (nella tua poesia). sarà poi mai, sarà poi sempre, leggera la parola in poesia? io, la trovo pesante, di una pesantezza da farci/farmi sentire me (leggero, inutile?). è allora qui il gioco della poesia (della tua, anche), una presunta leggerezza della parola, che (in realtà) dètta l’obbligo al lettore di divenire leggero, perché questi versi sono di una pesante forza: “Come potremo? È un sogno, la terra, / del nulla che verrà”. così ti ritrovo, ritrovo il tuo scrivere in una frase di Jabès: “Separare il libro dal libro: una maniera per riaccendere il desiderio delle pagine”, con questa frase penso al tuo scrivere, e anche qui, in questo ‘Si minore’ mi sembra possa continuare questo desiderio.

    un abbraccio

  5. Sì, Alessandro, è vero, come fa la parola a essere “leggera”? Tenta di esserlo, di non rinforzare la sua retorica, ne sceglie una più sfuggente, ma poi le parole sono pietre, e Jabès ha ragione quando parla di separare il libro dal libro, di riaccendere il desiderio delle pagine. Io da scrivente sento quanto sia vero. Ma, e lo sanno anche i tuoi libri, la trasparenza della lingua, il suo musicale rarefarsi, di fronte al duro abisso, è fondamentale.
    Un abbraccio.
    M

  6. Sento in queste note in si minore i passi del meraviglioso e del terribile. Marco evoca le illusioni a noi offerte da una forza vitale misteriosa, e insieme la vertigine finale. trame in cui mi riconosco. voglio leggere l’intero libro. grazie del sussulto,Marco! con un caro saluto a Francesco e agli amici della dimora,
    annamaria

  7. Grazie, Carla. Grazie, Annamaria.
    Sì, l’idea di un “sussulto” o di una “sonata” mi piace. Il libro si è venuto componendo per macchie astratte, ipnotiche, ed è così che parla ai suoi lettori.
    m

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