Segmenti & Controfigure

Antonio Scavone

Antonio Scavone

Lavoro a nero in una ricevitoria del lotto, il principale mi ha messo le mani addosso, ci sono andata a letto, la moglie ci ha scoperti, sono stata licenziata. A casa non trovo di meglio, dopo il divorzio mia madre si è messa con uno scansafatiche, dice che è malato di cuore e non può lavorare, io dico che è un opportunista. Lei non lo ama, lo sopporta, le fa compagnia, le rispondo che “Il marito della parrucchiera” lo hanno già fatto ed era troppo sdolcinato, mi ribatte che non posso capire io che un uomo lo concepisco solo come uno che ti mantiene. Forse ha ragione, è che a ventinove anni suonati, quindi trenta, non ho ancora terra da camminare e cielo da vedere come si dice di solito. Non ho mai voluto fare qualcosa che mi piacesse davvero perché qualcosa che mi piacesse o che tuttora mi piaccia davvero non c’è mai stata. E se c’è stata era di poco conto. Mia madre ha cominciato da sciampista, poi manicurista, infine parrucchiera e si mise in proprio a vent’anni, rilevando un salone da barbiere di un suo zio: col tempo e con sacrifici ristrutturò quel salone abbastanza squallido, lo chiamò col suo nome, “Acconciature Caterina”, cominciò a guadagnare, sposò mio padre a ventott’anni, mi ebbe a ventinove, ha divorziato tre anni fa, ora ne ha cinquantanove. Sono figlia unica, un altro figlio le morì di parto e da allora mia madre scoprì che non poteva più avere bambini, si amareggiò in silenzio, in solitudine, tirando avanti come ha sempre fatto: con coraggio e aspettative. Al suo posto mi sarei lasciata andare, se non altro per prendermi una pausa di riflessione, ma Caterina la parrucchiera non si perse d’animo: siamo fatte in modo diverso. Anche il divorzio da suo marito è stato vissuto con naturalezza e praticità, è come quando si perde un treno, è inutile disperarti, devi semplicemente aspettarne un altro. Forse mi sarei comportata anch’io così. Con mio padre non c’è mai stata una grande intesa: beveva e giocava: il sistema migliore per mandare in rovina un bar al corso: i clienti abituali lo abbandonarono e anche quelli di passaggio passavano oltre, non si fermavano più al “Bar del Corso”. Forse avrei dovuto sposare Gino il barista che in pratica gestiva l’attività di mio padre quando mio padre era ubriaco, ma Gino aveva altro per la testa, non certo me, non gli piacevo e non mi ha mai molestata, per lui non esistevo. Difatti, prima che il Bar del Corso andasse in malora, Gino si licenziò e ora lavora in una pasticceria dalle parti della stazione e si dice che l’abbia pure comprata. Come ci sia riuscito me lo sono sempre chiesto ma senza darmi risposte, forse rubava a mio padre, chissà. Dal canto suo, mio padre ci restò male quando Gino si licenziò e quella fu la sua ultima sbronza: mamma si era già separata e sapemmo che l’avevano ricoverato in una clinica specialistica per disintossicarlo, aveva un fegato così, e ci è rimasto un bel po’ di tempo. Quando fu dimesso se ne andò a vivere con i fratelli, grossisti di orto-frutta, e fu piazzato in ufficio a rispondere alle telefonate, fare un po’ il guardiano, stare lì come il fantoccio sorridente e innaturale di McDonald’s: non beve più, ma continua a giocare. Una famiglia particolare, la mia, senz’altro: quando ci penso mi dico che le cose erano scritte immodificabili da qualche parte, cioè che erano destinate. Sarò passionale ma credo che, in fondo, sia tutta colpa del destino, hai voglia a ribellarti, non ci riesci perché quando tutto è contro di te vuol dire una cosa sola: che il destino non ti vuole, ti ha scaricata, non rientri nei suoi giochi, insomma sei nessuna. E dire che un pensierino col principale della ricevitoria l’avevo fatto: la moglie ha il diabete e soffre di tiroide, poteva sparire da un momento all’altro e invece è sparito lui: è rimasto scioccato, non si aspettava di essere scoperto. Avevo pensato di tenermelo un po’, di godermi un po’ la vita, di sera per esempio, bar cinema ristorante, due-tre bottarelle gliel’avrei fatte dare ma almeno potevo pensare con più tranquillità non dico al mio avvenire ma al mio futuro, al mio futuro prossimo. Svanito anche quello, per il momento. Personalmente sono dell’idea che, in certi casi, futuro e presente siano la stessa cosa, falsi o trascurabili. Stavo per vincere la selezione per il “Grande Fratello” ma una tamarra che parlava spagnolo mi ha eliminata: un tizio della produzione s’è preso il numero del mio cellulare, ha detto che mi chiamerà per un altro programma, ho capito qual era l’altro programma ma lui non mi ha chiamata. Se non è destino, questo.
(Estratto da Segmenti Uno)

 

*

 

Dovrei amarla questa casa, o amarla di più, ora che ho acquisito il diritto di spartirne il destino insieme con gli altri eredi ma non provo alcun sentimento né di tenerezza né di compiacimento. Semmai, nutrivo avversione dieci anni fa, quando zia Elena proibiva a tutti, ma a me principalmente, di venire a farle visita, forse per punire le velleità e i fallimenti che andavo accumulando in quegli anni, ma ora… Ora sono diventato come gli altri nipoti, tutti più grandi di me e già benestanti: come Giacomo, affermato professore all’Orientale, o Luisa, arredatrice in via Calabritto, o Roberto, procuratore d’affari della specie più chiacchierata. Probabilmente sono rimasto il ragazzo che s’incantava ad osservarla da lontano, questa casa, dal mare per esempio, quando il rosso pompeiano della facciata si stagliava splendido nella cornice delle bouganville, tra Marechiaro e Posillipo. Proprio non riesco a consumare la più piccola emozione, il più tenue degli slanci e la ragione è fin troppo banale: questa casa non mi apparteneva quando avrei voluto e ne godrò i frutti ora che ha perduto la meraviglia e la molestia di un tempo. Vedo le teche, i divani, i parati di questo salone verde dove stiamo aspettando quelli dell’agenzia; avverto persino l’odore di vetustà che ancora emana dai mobili intarsiati, dai broccati delle tende, dagli stucchi degli infissi ma non mi applico a nulla. Mi guardo alla grande specchiera tra i due balconi e mi ritrovo spento e anonimo proprio ora che dovrei sentirmi uguale agli altri, esaltato da un lavoro che finalmente mi permette di vivere. Ma cosa dovrebbe esaltarmi, qui? Somiglio a certe statuine di Capodimonte conservate nella teca del presepe: curate nei particolari fino all’ossessione, sembrano messe lì come per additare una lezione di stile e di temperanza, loro così piccole, nella loro lillipuziana fissità, ai giganteschi e provvisori padroni della casa di zia Elena, gulliveriano museo di ridondanti anticaglie. “Gli manca solo la parola”, dice Roberto alle mie spalle indicando una di quelle statuine ma è a me che mancano la parola e l’intenzione di dire. Giacomo coglie questo mio momento di astrazione: si avvicina sornione, mi offre una sigaretta e allarga le labbra in quel suo mezzo sorriso allusivo. “Che hai, Sergio? Il passato ti ha scosso?” Annuisco piuttosto casualmente, evitando di approfondire ma Giacomo incalza, mi strattona il braccio bonariamente come per risollevare i miei piccoli smarrimenti. “Su, su! Non te la prendere. In fondo viviamo un’epoca oblomoviana” e accompagna le parole con un gesto lento: ha aperto le mani e le ha fatte dondolare nell’aria come sulle onde del mare, a simulare un torpore placido, irresistibile. Ha sorriso di nuovo, lisciandosi al suo solito modo la sua solita barba cespugliosa, mi ha dato dei colpetti sulla spalla come si fa con un meccanismo inceppato e s’è messo a passeggiare pensosamente, a capo chino, misurando gli esagoni di cotto del pavimento. Mi giro dalla parte di Luisa che sfoglia una rivista: si accorge del mio sguardo e mi dice che la rivista è vecchia, del 2009, poi la richiude e si lascia cadere sul divano annoiata, scoprendo le sue solite belle gambe lunghe. Mi soffermo ad osservare le gambe di Luisa ma Roberto mi distoglie con un “So che hai trovato lavoro, eh, Sergio?” e gli dico a fatica di sì. Mi chiede di mia moglie, dei bambini: “Non abbiamo figli” e lui non si scompone, si ravvìa i capelli con un “Ogni cosa ha la sua importanza, Sergio, non te la prendere, non ne vale la pena”. Ci manca solo Luisa ad ammonirmi di non dovermela prendere ma non può curarsi di me in questo momento: è impegnata in uno sbadiglio disarmante. Le porte del salone verde si aprono ed entrano Caputo, il titolare dell’agenzia, la sua segretaria e il dottor Turelli, il prossimo anzi imminente proprietario di “Villa Norma”. Caputo introduce Turelli, lo presenta e dà disposizioni per i posti: difatti ci sediamo ai posti che ci ha assegnato. Si sbrigano le faccende preliminari di un compromesso di compravendita: si esibiscono fogli catastali, atti di successione, carte d’identità, codici fiscali, titoli di credito, come in un gioco di passamano, in un silenzio severo e cerimonioso.
(Estratto da Controfigure 3 / L’erede)

 

Antonio Scavone
Segmenti & Controfigure
Con una lettera di Raffaele La Capria
Smasher Edizioni
Premio Letterario Ulteriora Mirari, 2012
Vincitore della sezione Monografie Prosa

 

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Un pensiero su “Segmenti & Controfigure”

  1. I brani da “Segmenti e Controfigure” qui presentati confermano un’antica intuizione che si è fatta ora convinzione: il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla non comune capacità di dare un significato nuovo al termine realismo: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria “comédie humanine”, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

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