L’abitante

Domenico Lombardini

l’oggetto fuori, segnalato dai sensi:
la sua presenza sostanziale rassicura.
l’attenzione volge poi ad oggetti interni,
invisibili ma apprezzabili, talvolta distintamente.
seguiva l’oscillazione: specularmente, si aveva la convinzione
di vedere ciò che si osservava.

L’abitante
(Inedito, 2012)

La forma

Entropia 1

la pioggia titilla: pace
fuori; qualcosa di ordinato,
riposto con mano ferma,
assicurato, allora c’è. di colpo,
pum! è caduto. ahi!, hai visto che
la cura non basta, tutto reclina
lungo il piano inclinato, avvalla
sotto gli occhi, e deve.
eppure ci provi, ché tutti lo fanno:
assecondare la morte? – si
gode a volte, ci si
contorce pur di calmare
il prurito inverecondo
che titilla i glomi: il godimento, la sua ricerca.
ché tutti lo fanno
(hýbris).

Entropia 2

sono lacci che mi legano;
non più capire, ma assecondare.
come può capire sé stesso?
sugli occhi un velo,
un’eco geometrica… come può
un sistema complesso capire sé stesso?

… e quello spazio crepato
sul soffitto? è affiorato
un po’ d’umido, là
stilla sul pavimento.
che buffo: si crepano
le mura e pure vene
analoghe sfioccano in proiezioni
insinuanti
pazienti e forti
nella cute, nel derma, nella carne,
crepati,
quasi morti.

chi resiste fa male; assecondare
nuoce come opporsi
alla natura, è uguale… fare: rimandato putrefare.

Osservazione 1

davanti lo schermo lo iato.
Io, il fuori e altro
che so e non so definire a un tempo
da dentro: un terzo me, frammisto in
colloide, agli occhi immobile,
in stasi. la gamma cromatica
policroma, in mescola e crasi,
dovrebbe risolversi per meglio
mostrarsi monocroma. sembra e non è
stante, immota…

Osservazione 2

si erano dette cose del tipo:
ci sarà tempo per (seguivano ipotesi e progetti); oppure,
se cercherai, troverai (mancavo pragmatica e teleologia);
infine: l’amore salva (si poteva dire tutto e il suo contrario).

si vide poi che il tempo non basta e l’amore consuma.
ma quella voce interna imperterrita continua,
inebetita dall’abitudine a crederci,
da nessi causali tanto chiari
(quanto fallaci).

Osservazione 3

un tavolo autoptico:
sul palmo è il nero del putrefatto,
prova sicura del caduco; docilmente
si mostrano a noi irrevocabili:
il privilegio di sentirci qui e ora;
e il compito di dimenticarlo.

*

si tratta di questo:
annullate sono le esperienze, rarificate
le risorse, inficiate le possibilità
di scambio empatico, reificato,
sprofondato in materia è il tutto;
ogni sentimento,
ogni gesto inchiodato alla sua responsabilità:
oltre lo sguardo di altri l’invidia, il sospetto
che altri stiano meglio, che dispongano del modo,
del quid per aggiogarla infine la vita.

*

quando slabbrati, al passo di
farfalle in fieri che
bozzoleranno, divoreranno, ecco
che la pietra ci approssimerà
al suo ordine cristallino, in
un’infezione che la materia
porta ai viventi, apparentandoseli,
collimando materia e vita
nel segno di un ordine
terribile, magnifico, insensato.

*

qualcosa crolla sotto i
sensi non raccolta: una sembianza,
non pena, non gioia. strano
proseguire a dire.
nulla si dice se non,
niente. forse qualcosa
crolla, traballa, non tiene;
come tavolo gambe incerte,
senza scampo
il poco, l’esiguo dico, inciampo
sul quel tanto che
inutilmente sottraggo
al tempo, quel poco, minutissimo che si concede
ridicolo e inerme, come pus, segreto
ormai manifesto: perché dietro le
risate sguaiate le lacrime,
sì, occultate,
gli arti disarticolati,
le vesciche purulente.
come burattini gettati a terra
o frenetici tuonanti
al sole e alle nuvole,
stupefatti sopra la putredine, inebriati:
Ah, straziante, meravigliosa bellezza del creato!…
ho freddo, perché sul margine estremo
noi mirmecoformi alziamo
la voce, gettiamo sugli altri acido
formico, quel fluido genito-cloacale
sbrodolato in giù, per le cosce, perché tutto
sia merda, sia morte, sia nascita.
ad maiorem Dei gloriam.

Qualcosa come abitare

sono qui; no; il corpo
sostanziato solo
dall’effetto che ha sul circostante,
dall’ombra che ne risulta sulla parete.
lo strabismo è normale,
come il passo naturalmente sghembo
che si colloca incerto sul discrimine
di mondi impermeabili, fra
la possibilità del dire e il suo opposto:
un intransigente dettato censorio,
una costitutiva afonia, un’afasia
sprofondata in un vuoto-troppo pieno,
nel piombare puntiforme e massivo
di un tempo invincibile,
non esperibile, di una sostanza immateriale.

Perimetri

Il perimetro del risentimento

la pupilla irritata è del risentimento,
la grazia del debitore,
l’attimo del serafino: penetrare
il momento è toccare un punto
di infinità, una ricorsività
che dall’amore va all’amore.
la fissità è del risentimento,
la grazia di chi, pronubo,
di fiore in fiore passa,
obliandosi, fiore dopo fiore.
domandare è del risentimento,
la grazia del silenzio,
di chi, paziente, non cerca
e inopinatamente trova;
anzi, è trovato.
la brama è del risentimento,
il coraggio dell’arreso,
di chi sa, semplicemente,
che tra il desiderio e l’oggetto
nessuna volontà, ma dono.

Il perimetro del necessario

il pane, le briciole,
l’acqua, le poche
stoviglie – protetti;
il necessario è grande,
perché grande è la vita
nuda; altissima la povertà.
il fondo con le unghie
grattare, le cose
riporre e curare:
ogni oggetto
reca segni di dolore.
tendersi nell’ascolto di quello,
che brucia la pelle, in brani
la sfibra. l’ordito
che traluce impressiona:
l’idea di un tessitore si è persa
nel doppio fondo, riemerge
talvolta in sbuffi di desiderio.
ma questo si infrange sul muro
ottuso della ragione; e allora
si rimane delusi, tuttavia protesi,
le labbra in avanti.

Il perimetro del desiderio

concrezione, precipitato di segni
da angoli inattesi del giorno
fanno capolino, si mostrano:
pretendono ascolto, rispondenze
ad aspettative incomprensibili.
e pur di rispondere alle pretese
di quell’oscuro interlocutore,
non chiediamo ragioni
e in balìa di un meccanismo
inintelligibile, ne assecondiamo le richieste.
il desiderio è il desiderio dell’altro
quali siano le nostre capacità
di raggiungerlo, insufficienti
per nascita,
cavati per natura come siamo,
ci esponiamo al pericolo.
e lungo il declivio
che porta alla morte,
sotto un cielo di stelle
l’un l’altro sideralmente lontanati,
desideranti nell’impossibilità
di raggiungerci,
amiamo. ma il desiderio
ripone nell’oggetto una
speranza disumana:
riempire un’assenza incolmabile,
confortare un lutto inconsolabile,
redimere una colpa imperdonabile.

Cronotopi

non si abita immemori.
benché dal racconto di altri
si possano inferire
nostri atti e loro motivazioni, questi
apparirebbero una traccia non condivisibile,
un’estraneità,
un’incommensurabilità
al nostro tratto;
un’incongruità.

*

il tempo è congruo al corpo;
ma quello di un corpo che cresce
pare agglutinare in un punto,
un segno non lascia.
questa infanzia fannullona di tutto,
ché tutto dimentica,
tuttavia superba
nel permettersi il lusso
di vivere il momento e non saperlo.

*

non mi attendevo nulla;
era solo carpire,
non capire, fare,
non predisporre,
in un luogo dato
(poteva anche essere un altro)
e non conosciuto.

***

5 pensieri riguardo “L’abitante”

  1. molto, molto bello questo pezzo:

    un tavolo autoptico:
    sul palmo è il nero del putrefatto,
    prova sicura del caduco; docilmente
    si mostrano a noi irrevocabili:
    il privilegio di sentirci qui e ora;
    e il compito di dimenticarlo.

    complimenti

  2. Domenico è un poeta straordinario: uno dei pochi che non si guardi l’ombelico e non cada neppure nel rischio inverso di parlare a vanvera dei massimi sistemi, come post- qualcosa (-ermetico, -lirico, -orfico). Sono quete poesie che dimostrano che la poesia ha davvero ancora quialcosa da dire.

    Mauro Ferrari

  3. Più che poesie in senso stretto, i testi di Lombardini appaiono come delle riflessioni poetiche (ma che del “poetico” hanno ben poco) dalla gelida e garbata esattezza. Vi è una lucidità profondissima nella sua non-espressione in-fantile. Non solo, poiché il tono è coerente e pur variegato nelle sue sfumature (tutto quel che di vivido e di labile resiste labile e ancor vivido mai si smentisce). Una lettura utile, anche se per palati fini, direi necessaria (al soave oblio dell’in-dimenticabile).

  4. Un morire filosofico e carnale, vissuto con assoluta fermezza. Una poesia, quella di Domenico, a ciglio asciutto, lucidissima e arcaica.

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