Poesia Qualcuna

Imm. fot. di M. Damaggio

Massimiliano Damaggio

Testi tratti da:
Poesia Qualcuna
(Antologia 2013-1992)
Quaderni di RebStein“, XLII, Febbraio 2013

 

Soluzione salina
(2012)

per quale motivo, salire
queste scale, che conducono
alla ripartizione del dramma
collettivo? non erano scale, non erano
un dramma, era un gradino
di pietra, dura, dove sediamo, dove
guardiamo i molti altri, molto
stanchi, che passeggiano, a tratti
camminano spediti, fino a qui: dove
un dipendete pubblico mal pagato ci
tira una croce su nome, cognome e ci
dispone orizzontali e finalmente equi-
distanti, pacifici, geometrici:
vedi che vengono tutti gli altri?
a concimare le lattughe
innocenti, del prossimo,
perché sì, i simili masticano
i simili, i nomi defunti, dal
ricordo all’intestino, splendono,
così, tra i rifiuti organici,
in questo imbrunire insistente,
eccoci riuniti su un gradino, di
pietra, assente, dove gli atomi
si rincorrono, come uno sciame
sopra il letame dei nomi in disuso:
tutto si è decomposto, tutto
è precipitato come una soluzione
disciolta nel tempo, muriatico:
siamo gentili, accogliamo
questi visitatori, intimiditi
come una polvere, esistiti, vissuti
passati, prossimi, poi remoti, proprio
come un verbo: non più
declinabili

 

***

 

Preghiera
(2011)

Oggi la poesia deve essere una pietra.
Prendete e scagliatene tutti.
Questa è la mia pietra offerta in dono per voi.

Nel breve tragitto fra la mano e l’obbiettivo
una poesia sibila come una corda nel vento.
Beati quelli che ne verranno colpiti.

Ma come potrà una poesia, ci chiediamo
pagare la spesa, la luce e la chemioterapia?
Cosa potrà contro lo sportello bancario
contro il mutuo che vien di notte
con le scarpe tutte rotte?
Esatto: cosa potrà
se tu che stendi le lenzuola dei versi
incolonni parole sulla pagina bianca
perché, anche scritta, rimanga bianca
e poi alzi il braccio per scagliare una piuma
o peggio
per chiedere il permesso d’andare a pisciare?

 

*

 

Questa sera passo da piazza Omònia
dove le siringhe conficcate nell’asfalto
splendono come piccole candele votive
nel bagliore del mondo finanziario.

Sulla facciata del centro commerciale
una cascata di luci di natale:
lunghe colonne di consumatori
di droga e di beni
s’inginocchiano, pregano e offrono monete.

Tu mi dici: Io ti dico
che la lingua è potente
perché con essa si può dire di tutto.
Ma lo vedi da te, solo se scrivi SCONTI!
s’affacciano dai palazzi
il telegiornale ne parla.

E anche tu mi dici:
La poesia è come il pane, è di tutti.
Ma lo vedi da te, oggi il pane
è un’offerta sul volantino.

Prendete e compratene tutti
questo è il mio volantino
offerto in offerta per voi.

 

*

 

La pioggia scivola sui cassonetti
e scioglie l’immondizia che gocciola
muta
sulle mani di chi ci scava dentro.

Guardali, come ti dicevo
non mi sembra raccolgano poesia
non mi sembra che cerchino una pietra
e se la poesia fosse pietra
non potrebbero masticarla.

Nello specchio delle pozze
uomini obliqui come pali arrugginiti
malati di fame
siedono da anni sul marciapiede.

 

*

 

Ma quindi, allora, tutto ciò premesso:
che cosa deve essere oggi la poesia?

Oggi la poesia deve essere un seme.
Aprite in due i corpi di questi morti
e seminatene tutti
questo è il mio seme che crescerà dentro di voi.

Se il chicco di grano, caduto in terra
non muore, rimane solo;
se invece muore, produce molto frutto.

Oggi la poesia deve essere una preghiera.
Nient’altro che una preghiera
in forma di pietra
scagliata con la mano.

 

***

 

Bartolomeo Vanzetti
(1995)

new york, alle otto di sera
scendevo malinconicamente
le scale, trovai
un meschino
alloggio in una casa equivoca
decisi di dormire
sotto gli alberi,

trovai occupazione
al ristorante Mauquin
i rifiuti delle mense emanavano esalazioni intossicanti
dopo otto mesi
me ne andai per non contrarre la tisi
per cinque mesi, battei
i marciapiedi di
new york

un’agenzia,
mulberry st. cercava uomini
per lavori di spianamento
venni condotto con un branco
di altri cenci umani
in un baraccamento
fra i boschi, nelle vicinanze
di springfield, mass.
ove si costruiva un tronco
di ferrovia

poi lavorai in una
fabbrica di fili di ferro
poi in qualità
di bracciante
poi diventai pesci-
vendolo per amore
d’indipendenza lavorando
come un negro, tiravo avanti

il 24 dicembre fu l’ultimo
giorno che vendetti pesce

cominciai a lavorare
per il sig. petersani
a tagliare il ghiaccio, lavorai
alla electric house, a condurre
il carbone alle caldaie, lavorai
alla costruzione d’una conduttura
d’acqua, ricominciai
a vendere pesce, quando
potevo averne, quando
m’era impossibile procurarmene
scavavo molluschi
ma il profitto era lillipuziano

hai lavoro per me?
chiesi ad un foreman
no, non ho lavoro
neppure per i vecchi operai

compresi che le piaghe che
straziano l’umanità sono l’ignoranza
la degenerazione dei sentimenti
naturali

provai tutte
le sofferenze, le disillusioni, gli affanni
inevitabili di chi sbarca
ventenne, ignaro
della vita, un po’ sognatore

vidi tutte
le brutture, della vita, le ingiustizie
la corruzione, il traviamento
in cui
si agita l’umanità

cominciai a
studiare, amavo lo studio
con passione vera, allo studio, però,
aggiunsi una spietata, continua, inesorabile osservazione sugli
uomini sugli
animali sulle
piante

i monti, i mari
i fiumi chiamati
confini naturali
si sono formati antecedentemente
all’uomo

ritenni che chi
benefica o danneggia
un uomo
benefica o danneggia
la specie, cercai
la mia libertà nella libertà di tutti, compresi
che scopo supremo dell’uomo è la felicità, compresi
che ogni individuo ha due
io
quello reale, quello ideale:
la molla del progresso, ritenni
il diritto della libertà di coscienza, inalienabile

solo con la libertà, l’uomo
si eleva, si nobilita, si completa

la storia umana non è ancora
iniziata
ci troviamo all’ultimo periodo
della preistoria

recatomi a boston, la domenica del 2 maggio
il lunedì seguente
andai a trovare sacco
il 5 maggio fui
arrestato, mentre
insieme a sacco si ritornava da brockton,
dopo undici giorni
di processo, fui
dichiarato colpevole
il 16 agosto venivo
condannato a 15 anni
di galera, per un delitto
che non avevo commesso

a 33 anni sono
candidato a morte, né
mi meraviglierei che così non fosse

anime anemiche
controllano il funzionamento
planetario, e l’inscatolamento
preventivo

23 agosto 1927
sedia elettrica, il mio cuore
si
guasta, muoio

 

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Massimiliano Damaggio. Nato nel 1969. Vissuto a lungo ad Atene. Ora, fra Atene e Roma. Nel 1994 è selezionato da Majorino per rappresentare la città di Milano alla “VII Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo” di Lisbona. Dal 1996 al 1999 partecipa, sempre su invito di Majorino, a diverse letture poetiche. Nel 1998 è invitato dalla succitata Biennale a “6 Workshops per Sarajevo”. Nel 1999 è invitato alla “IX Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo di Roma”. Nello stesso anno, abbandona sia l’ambiente letterario che l’Italia e si trasferisce all’estero. Nel 2011 pubblica Poesia come pietra, Edizioni Ensemble, prefazione di Carlo Bordini. Nel 2012 pubblica l’ebook L’illusione del bipede, Clepsydra Edizioni. Diversi suoi testi sono stati pubblicati su riviste cartacee e online in Italia, Grecia, Cipro e Francia. Traduce dal greco moderno e dal brasiliano.

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***

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7 pensieri riguardo “Poesia Qualcuna”

  1. Sì, che la ricordo: è un poesia molto bella, fatta di sue radici e di ampio fogliame, di fiori anche (nascosti agli sguardi). E’ vibrante e forte, spalancata su corridoi e passaggi che gli umani lasciano, ma sono tracce create due volte, da parole che di metamorfizzano, e diventano versi, forme e fuochi di immagine, nitide e potenti metafore della vita “dal vero”.Un sorta di realismo lirico, e denso.Grazie.

    Maria Pia Quintavalla

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