Le quasi case

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Guido Cupani

Già a partire dalla raccolta di esordio, Le Felicità (Samuele Editore, 2008, una recensione qui), la poesia di Guido Cupani si è rivelata come una delle più interessanti e personali del panorama dei nuovi autori. Di quel lavoro colpivano diversi aspetti: la padronanza dei mezzi espressivi, la misura di una scrittura che mirava molto di più alla sostanza che all’apparenza, ed un approccio che potremmo definire quasi “scientifico al contrario”. Infatti il giovane pordenonese – ricercatore in astrofisica – partiva spesso da una osservazione di tipo razionale, per poi trovare, nelle pieghe del reale, la spaccatura, la crepa dove germogliano i sentimenti, dalla gioia al dolore allo stupore.
Da allora la ricerca di Cupani ha compiuto, anche se il tempo trascorso è relativamente breve, notevoli passi in avanti. Come è evidente nei testi inediti che sono proposti in seguito, l’autore sembra avere abbandonato ogni appiglio derivante dal tentare di incanalare il vissuto in formule note, per quanto esse possano venire in seguito scardinate. Mentre prima si suggeriva “fino a qui posso capire, da oltre inizia l’ignoto (che forse è la parte più importante)”, adesso Cupani privilegia ancora un approccio empirico di osservazione del reale, ma lascia che le parole siano molto più libere, si guidino da sole fino al loro compimento. Ne deriva una poesia rastremata, leggera e densa al tempo stesso, in cui si aprono epifanie improvvise come porte per accedere ad una interiorità possibile. (ft)

 

Testi

 

Nuovo discorso da una montagna antica

Beati coloro che imparano
sull’autobus che scala il purgatorio mattinale
l’inutile di litigare per un posto – siamo tutti accatastati
nel sacchetto come articoli a basso costo
e non è meno scomodo occupare il corridoio
per chi scende o attendere davanti al predellino
per chi sale o ripiegarsi nello scatto delle porte
– beati coloro che lo imparano
senza alzare la voce
prima della sera del tempo prima delle macchie sulle mani
perché il regno dei cieli comincia un lunedì di traffico
e segni inconfondibili proclamano
che il capolinea è vicino

Beati coloro che si aggrappano

 

Dal deserto della preghiera

Ave Maria del pianerottolo
che hai una nuova lampadina per Natale
nella nicchia del muro fra due porte
proprio di fronte all’ascensore
accesa per caso o per errore

Santa Maria piccola dell’Anno Domini
duemilaundici prega per noi condomini
che saliamo e scendiamo le scale
anche oggi con gli occhi al pavimento sotto
i tuoi occhi di stucco in una piega delle ore
fino dall’ora della nostra morte

 

Metafisica delle pulizie

Quando il gesto si fa sintetico
come una parola consumata nel ripeterla.
Passare un piumino sul mobile troppo reale del sabato
è soltanto
levare qualcosa
da qualcos’altro.

Porre un predicato tra due nomi. Spostare cose
che altri sposteranno ancora. Perché questo è tutto.
Questo e incontrare due occhi nello specchio
prima che diventino anch’essi
cose
di qualcosa.

 

Inutilità della letteratura

Cercare ossigeno in un libro
nei giorni impermeabili alle parole.
Oggi ne ho lette a migliaia.
Sull’autobus, in pausa pranzo, allo sportello.
In piedi. Le mani ingombre di altre cose.

E fra tutte ricordo soltanto
portata 300 kilogrammi,
capienza 4 persone.

 

Dalla finestra

Come avrà fatto
l’estate
nel cortile dabbasso
a germogliare bambini?

 

Dal luogo in cui qualcosa continua a non succedere

Quanta pace
attorno al Museo della pace.

Sconvolgente
quel che può fare un’arma
di riconciliazione di massa.

Entro tre chilometri dall’epicentro
la ricostruzione è totale:
i ponti tutti interi
anche nel riflesso delle acque,
i tetti ricoperchiati,
i palazzi rasi al cielo.

Chissà per quanto tempo, dicono,
i prati di Hiroshima
fioriranno ancora a primavera.

Solo una vecchia cupola
ha resistito alla meglio
all’esplosione della vita.
Il suo monito è il silenzio

mentre scende un’innocua pioggia bianca
e le lancette segnano le otto e sedici
e bimbi sani come pesciolini
sciamano dal cortile della scuola
senza lasciare impronte sul selciato.

 

Il pranzo

Penso alla signora Orimen
che preparando un pranzo destinato
a milioni di occhi
avrà abbassato il fuoco
perché il riso non bruciasse.

Penso alla crosta secca e dolce
sul fondo della pentola
e all’acquolina in bocca di Shigeru.
Pensieri
per cui può poco la mia testa
ridotta anch’essa a un pezzo di carbone.

Oggi consumerò il mio pranzo come sempre.
Buona sorte, affondare le bacchette
in una ciotola che grazie al cielo
nessuno
ricorderà.

 

Le quasi case

Presto lasceremo questo appartamento non nostro
per un altro appartamento non nostro

Ricomincerà la trafila
spulciare scegliere chiamare visitare
indovinare se certe stanze aspettano proprio noi
presentire i chiodi che pianteremo i mobili da collocare
le pentole a bollire sul fuoco i libri rimescolati sugli scaffali
se quello è davvero il nostro letto
– capirlo dagli occhi dell’una negli occhi dell’altro

Ho perso il conto delle quasi case nel passato
ignoro quante ancora nel futuro
non so unire i puntini sulla mappa
che già vedo sorvolare i continenti
e che comincia da te e me
e che ogni volta finisce
da un’altra parte

 

***

5 pensieri su “Le quasi case”

  1. mi piacciono molto queste poesie.
    “Inutilità della letteratura”… è sentita molto da me.

    trovo molto giuste le parole di francescotomada.

    grazie
    gb

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