Repertorio delle voci (XXVI)

Chiavi storte

Manuel Cohen
Gianni Iasimone

La discesa dell’esule. Le chiavi di Gianni Iasimone.

“Quando si è giovani / e uno per avventatezza o incuria / segna senza badarvi il suo destino, / molti anni o pochi giorni / di vita irredimibile pagata tutta”
(M. Luzi, Il fiume, in Su fondamenti invisibili)

“Quando si è giovani e giusti / il sangue corre più veloce / e i grumi frenano nelle gallerie / delle strade ancora da percorrere, / incidenti all’alba della vita,”
(G. Iasimone, Caro al cielo)

Dopo Il mondo che credevo (2005), un notevole ed ampio poemetto in cui la lingua della poesia incontra l’oralità praticando un esercizio di immersione o di continuo meticciato nelle parlate contemporanee e nei modi di dire, tra argot e patois, nei temi e negli stilemi, o neo-stilemi di un ‘canto popolare’, come lo rimarcava Giovanni Nadiani nella bella prefazione, Gianni Iasimone torna alla scrittura in versi con un libro corposo in cui raccoglie centoquarantuno testi dalla gestazione lunga, e che coprono un arco temporale di oltre trentacinque anni.

Suddiviso in sette sezioni o sequenze, Chiavi storte, procede a ritroso nel tempo, discende talvolta, o precipita, si sofferma nelle stazioni più dolorose della vita, ai nodi e agli snodi di una vicenda esistenziale che si presenta, da subito e nel suo complesso, nei tratti distintivi della lirica e della poesia risentita o civile, e che si affida e si avvita a una, in vero più di una, ‘chiave’ di memoria: «Il ferro penetra nel legno. / Ancora un tentativo / un altro giro nella toppa / e il ritmo schiude / e il tempo di una volta / se la chiave / è quella giusta.» (Chiavi).

Cerca dunque, Iasimone, le ragioni più intime, e più vere, dell’essere, e dell’esserci ancora. Ecco allora, ad esempio, l’immersione memoriale della terza sezione, Una sola, dedicata alla madre scomparsa, o la regressione all’universo psichico e all’immaginario dell’infanzia e dell’adolescenza, nei testi dedicati al mondo d’origine: con un recupero visivo e linguistico dell’idioma di Pietravairano, la località dell’alto casertano in cui il nostro autore è nato nel 1958, e da dove è iniziato il suo viaggio. La memoria del luogo identitario si connota spesso di accenti etnografici: la raccolta delle noci, la mondatura delle botti per il mosto prima della vendemmia, come accadeva, nel Novecento, nella poesia di una grande voce del Sud: Rocco Scotellaro, o negli spaccati di vita domestica, rurale e meridionale; come pure dell’orgoglio per luoghi ‘marginali’ in cui è passata o si è riverberata la grande storia: i sanniti, la calata di Annibale, il terremoto dell’Irpina del 1980…

È probabilmente questa, tra le molte coordinate del testo e i temi, una chiave di lettura fondamentale con cui avventurarsi nel libro: Iasimone porta in sé gli stigmi di una deterritorializzazione fisica, di un distacco dalle radici e dalla lingua materna, come pure di uno spaesamento, al contempo, culturale, linguistico e semantico, comuni a molti, ma dai tratti di unicità, nella intima verità di chi è migrato e vive altrove. Costante infatti è quella tensione emotiva, al contempo, etica e ri-cognitiva, a vedersi, a sentirsi, spatriato, esule, sradicato: «Come un vecchio ulivo deportato in laguna / resisto agli attacchi della nordica salsedine / condensando l’esilio in nodi di luna.» (Esposizione); come non infrequenti risultano i richiami o le allusioni ad Ulisse, al suo peregrinare per terre e per mari: «Intanto resisti, carico della speranza. / La riva è vicina. / Esiste, / malgrado me, / malgrado questo mare.» (-51, Una zattera, un tronco fradicio).

Pagina dopo pagina, verso dopo verso, il lettore si ritrova alle prese con un libro di memoria sollecitante e attiva, fitto di domande ed inquietudini, in cui le chiavi sono storte, quasi mai adeguate alla ‘comprensione’ del mondo e alla sua folle corsa. Dove i sentimenti delusivi, piuttosto che nostalgici, tracimanti di vita e di vissuto suggeriscono una storia privata spesso coincidente con una storia pubblica: quella che un tempo, senza indugio, avremmo certamente detto ‘memoria collettiva’.

E di una vicenda in corso d’opera, comune a molti individui, quasi a fiutare nell’aria tutto il dramma e tutta la violenza della stagione presente e della depressione economica, ci dicono alcuni versi di concretezza allucinata e visionaria, in cui la percezione dell’epoca si fa stato d’animo, sensibilità, immaginario comune, quasi una Stimmung: «Fiocchi pazzi girano e scendono tutt’intorno / che precipita con essi alla velocità del saccheggio, / della bugia di chi ormai ti volge le spalle, // Compresi noi futuri barboni che, nonostante il tempo / e il vento che ringhia come un frustrato, reggiamo il passo / piuttosto bene, sul ghiaccio ai margini della crisi.» (Gelo nell’anima). Come non mancano gli addentellati di realtà, nella delusione venata di sarcasmo con cui viene letta la Storia nel suo senso più marcatamente destinale, di Geschichtlich piuttosto che di Historisch: «Da oggi si andrà in pensione a 70 anni, / e vivere neanche un giorno di più, / affinché la generosità d’animo / – la cosiddetta abnegazione – / e tutte le forze anche nascoste dei più, / possano conservare il potere dei pochi. / E alimentare la loro sempiterna festa.» (Delirio).

Sicché il dispatrio coincide spesso con una marcata disappartenenza, l’esilio si vena di disagio. L’insofferenza per il degrado del territorio e dei costumi e per l’aggressione alla natura, si fa esplicito dissenso civile e politico, si tramuta vieppiù in modalità operativa, in tenace resistenza, come suggerisce un testo esemplare e paradigmatico, Dis-senso: «La colata di cemento continua / sulle ultime forme di senso, / ma bisogna proteggersi, / dalla sabbia negli occhi, / resistere al deserto che avanza.», dove la rappresentazione icastica del paesaggio reale e morale devastato tocca le punte acuminate dell’universo orrendo di memoria pasoliniana: «Come le zone indistinte / dalla rassegnazione ancora non vinte, / tra il nuovo parcheggio / e il piazzale in disuso, / tra l’autostrada che si allarga / e la ferrovia veloce che incalza. / Il marciapiede non transitabile / e la pista ciclabile per le stelle / intermittente.», e che presenta alcuni tratti di similarità con la rappresentazione del paesaggio post-moderno e post-umano nella migliore poesia contemporanea: si pensi ai vari non-luoghi qui rappresentati (parcheggi, aree di risulta o in disuso, ferrovie, autostrade, marciapiedi e rotatorie) che sono analoghi, quando non proprio gli stessi, a quelli riscontrabili nei versi di Nadiani, di Baldini, di D’Elia o del più recente Buffoni: le molte aree degradate e di risulta di una sterminata periferia dell’impero. La vita ‘liquida’ degli uomini, ridotta ormai ad una putrescente palude.

Il sound cantabile di molti versi, di rime abbozzate, dei distici rimati ad esempio di Memoria di specie, o di quartine, affidando alla recursività di alcuni ritorni sonori, rendono in fresca musica una materia spinosa, trattata con la levità di un impasto colloquiale, amicale e confessional.

Le chiavi storte di Gianni Iasimone, rappresentano uno splendido attraversamento della vita nella scrittura, della contiguità che tuttavia, e nonostante il dilagante nulla, persiste in quel precipitato di passioni, furori, aspettative e idee che chiamiamo arte, letteratura, vita. L’umanesimo sensibile e autentico di questi versi, costituisce un sano, saldo antidoto ad una pratica del verso che, almeno ai piani ‘alti’, si fa per dire, dell’editoria italiana di establishment sembra contraddistinta da una sproporzionata e imbarazzante attitudine rinunciataria, minimalista e ombelicale, araldica e pulviscolare.     La discesa dell’uomo sradicato, la regressione e il recupero memoriale, la vera catabasi, a volte, nell’orrore quotidiano, in cui acquista centralità assoluta l’essere umano esiliato (anche sui generis, nella registrazione di un campionario minimo di diversità e follia: e, per inciso, sarebbe da chiedersi quanto peso la ‘tradizione’ romagnola da sempre attenta a registrare la presenza dei matti e dei diversi, da Guerrini a Guerra, da Baldini a Gabellini, acquisti peso nella formazione del nostro autore che ha studiato a Bologna e che vive nel riminese), e l’esercizio del ricordo privato di Iasimone, si pongono, naturaliter, a fondamento di una inedita resistenza, a una pratica di fede, laica e panica. Una fede, da intendersi, non tanto indirizzata alle magnifiche sorti, bensì rivolta alla natura, alla sua esemplarità, alla sua complessità di specie umana, animale e vegetale.

Ecco dunque, non infrequenti e non secondari, i riferimenti a vari animali, all’osservazione del mondo vegetale, a trarne quasi, come da un DNA rurale e contadino, insegnamenti e moniti per il presente e per il futuro: La rondine che rifugge dalle gabbie e vola a nidificare, la merla che difende il nido, l’asino e il mulo dal carattere deciso o caparbio che segna il sentiero, la natura che «si riprende il suo spazio».

Come in una lingua dell’oralità, ma come pure nella scrittura più classica e arcaica dell’Odissea e della Bibbia, la figura di significazione principale è la similitudine, quella che attesta, più di ogni altra, la contiguità, la consanguineità quasi, tra uomo e natura, quella che qui, più di altre, attesta la forza del gesto, l’intuito e l’intenzione: «le stagioni passano e non mi adatto, / non muto, come uno strano tasso.» (Esposizione).
(Prefazione a Chiavi storte)

 

Testi

 

-1 Gelo nell’anima

Fiocchi pazzi girano e scendono tutt’intorno
che precipita con essi alla velocità del saccheggio,
della bugia di chi ormai ti volge le spalle.

Compresi noi futuri barboni che, nonostante il tempo
e il vento che ringhia come un frustrato, reggiamo il passo
piuttosto bene, sul ghiaccio ai margini della crisi.

Più tosti che prima ma con ossa e carne a pezzi
dei giorni nostri e altri a venirci incontro
dentro con una coperta calda.

Un pugno di terra feconda,
una parola che non sia
trappola sotto la candida neve.

 

*

 

-6 Delirio

Da oggi si andrà in pensione a 70 anni,
e vivere neanche un giorno di più,
affinché la generosità d’animo
– la cosiddetta abnegazione –
e tutte le forze anche nascoste dei più,
possano conservare il potere dei pochi.
E alimentare la loro sempiterna festa.

 

*

 

 
-25 Questo tempo disumano
 
Con la voce roca
l’ultimo pastore raccoglie le pecore
sparse sul bordo del burrone.

Compresi i cani che fiutano
le stelle più remote che il cielo
rovescia con i suoi pallidi colori
sulle mani della terra.

Non una scia, una belante
scusa, alla tenebrosa
legge del macello.

 

*

 

-28 Dis-senso
 
La colata di cemento continua
sulle ultime forme di senso,
ma bisogna proteggersi
dalla sabbia negli occhi,
resistere al deserto che avanza.

Come le zone indistinte
dalla rassegnazione ancora non vinte,
tra il nuovo parcheggio
e il piazzale in disuso,
tra l’autostrada che si allarga
e la ferrovia veloce che incalza.
Il marciapiede non transitabile
e la pista ciclabile per le stelle
intermittente.

Resistere come una cicoria,
una farfalla e altre promettenti
piccole forme di vita, insieme
alla sabbia portata dal vento,
nel mondo ristretto, rifatto dentro
la smisurata circonferenza
dell’ultima replicante rotatoria.

Non servono occhiali,
tantomeno scafandri,
bastano esili ciglia.

 

*

 

-30 Chiavi
 
Nell’antro della notte
un asino sperduto
quel carattere che segna
sempre carico di fuoco
per aprire un varco
uno sterrato sentiero.

E le porte chiuse.

Il ferro penetra nel legno.
Ancora un tentativo
un altro giro nella toppa
e il ritmo schiude
e il tempo di una volta
se la chiave
è quella giusta.

 

*

 

-35 Martirio d’estate
 
Le querce non volano con le foglie,
hanno scelto il mulo per scendere
dai pendii dell’infanzia in fiamme.

E il cerbone tra i rovi sibilando,
con il merlo e la merla disperati
per i loro pulcini inermi,
non fugge dalla sua muta.

Anche la tartaruga più non corre,
sa che della sua carne non resterà
che immortale vento fra la corazza.

E la cenere salita al cielo
con milioni di barbagli
già scende in forma di calco
di stelle sulla terra.

 

*

 

-42 Esposizione
 
Come un vecchio ulivo deportato in laguna
resisto agli attacchi della nordica salsedine
condensando l’esilio in nodi di luna.

E la bora più che lo scirocco o grecale
mi scompiglia la chioma – scarne branche
del tronco ritorto sull’ampliata statale –

come mani fra i capelli non di olio unti,
ma di nuovi pidocchi – noti sfruttatori
finto trasparenti – di catrame bisunti.

Senza più radici né nome al secolo
noto, in piena luce su giusto pendio,
solo, in vaso, poca terra e senza scolo.

Neanche un ramarro, un piccolo sasso,
le stagioni passano e non mi adatto,
non muto, come uno strano tasso.

E ogni giorno una foglia abbandono
così esposto all’orgia dei clacson – ai fanali –
ma non è il gelido vento che non perdono.

 

Gianni Iasimone, Chiavi storte
Prefazione di Manuel Cohen
Faenza, Mobydick, 2012

 

***

3 pensieri su “Repertorio delle voci (XXVI)”

  1. Ancora un tentativo
    un altro giro nella toppa
    e il ritmo schiude
    e il tempo di una volta
    se la chiave
    è quella giusta

    …c’è ancora una possibilità, di ritrovare o ritrovarsi in un tempo, qualcosa che è stato, quasi l’idea di un “tempo ritrovato”… attraverso un suono che solo il poeta riesce a descrivere… Ecco, io direi che i versi di Iasimone sono in effetti un po’ come delle “chiavi storte” che provano ad aprire porte e portoni della nostra anima intorpidita.
    Grazie, Daniela
    Grazie, Daniela

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