Insonnitudini

Jacek Yerka, Swimming lesson

Dorinda Di Prossimo

 

Insonnitudini
(inedito, 2012)

 

Insonnitudini

Scrivo tenendo conto del grigio che firma il giorno, la bava delle nuvole, le orbite della paura. Pure delle timidezze tengo conto, dei titoli delle tristezze. Il velo delle provviste accorcio, le settimane dell’avvento. Ferma, screpolata da sogni vani e indaffarati, semino rimedi contro lo sgarbo d’anni, lana tiepida che mi buffetta i capelli. Un silenzio che mi nomina regina del camino. Il fascio delle tue mani, a coté.

 

*

 

Pagina

S’alzava dal letto che ancora il fiato faceva fumo di freddo e s’appiccicava ai vetri. Lei e il suo alitare di stanze di caserma. Di camerate mi verrebbe da dire, se non ci fossero stati a fianco due fratelli e una tata che parlava un dislessico dialetto. S’alzava e controllava il buio, con pazienza di vecchi, guardava il buio, aspettava che uscisse da lì, la luce certa sulla ferrovia, e, a scendere, fin sull’orto d’insalate, sul garage coi regali, nascosti, pronti per Natale. Si stringeva una febbre sparpagliata tra il collo e le spalle. Tra i capelli e le dita. E. La luce si lasciava imboccare, si sdraiava come una melodia che strusciava i vetri. Così, smaltiva lei, inverno. E le paure. La neve fino a primavera. – Il buio- sua mamma diceva – è il posto dell’angelo custode –

 

*

 

Con su’ mare

Dopo una cert’ora arrivano i rumori. Prima, solo una testarda immobilità. Le persiane che accompagnano il sonno dei vicini, il biancore statico delle tende. Persino l’accendino non sfrigola quando stringo la prima sigaretta al buio. Al buio d’alba, nel nuovo orario d’insonnia autunnale. Poi. L’impercettibile vento. Ossia, una sommossa delicata d’aria. Un respiro di tetti che sanno il sole. Il nuvoloso sole che s’affaccia ad est. E la ragazza del piano di sopra mette i piedi nelle pantofole, e, forse, seduta ancora sul letto, si tocca i capelli. Forse s’attacca speranzelle sulle spalle. Le speranzelle delle cameriere straniere. Bionde, la coda di cavallo, una magrezza seduta sui fianchi, un plico di bollette assai meticolose, e, niente fiori sul balcone. Dopo questa certa ora, si sveglia la processione dei desideri. Quelli che piego come carta di cioccolatini consumati e digeriti. E tocco i libri, contemporaneamente alle mie ciocche bionde, fedelmente incartapecorita. Dopo il caffè, qualche petalo salvato sul balcone. Dopo la prima noia. O. Dispersione.

 

*

 

Rare fazioni

Mi dirai – Eccoti
mio struscio di pelle
pesca mia d’aria
anticipo di sole –

Dentro le rughe
mi porterai
dentro un turistico bacio

E ti dirò – Eccomi –
ragni a chiudere
il fragore del sale
sui molluschi
(tabernacolo il mare, i pesci che fiottano ancora)

Così,
sarà lume sui fianchi
piazza di fresco pane
La sera che ronza come un’ape
L’iride d’un violino, per esempio.

 

*

 

Sussistenze

Gargarismo d’utile pazienza,
il battesimo d’acqua sull’affanno.
Provo il giunco che vento azzanna,
l’illesa fatica della formica.
Sentirmi nella terraferma,
negare la fame che bestemmia.
I turaccioli della festa. Spazzare.

 

*

 

Pro memoria

Manco a saperlo
che perdevo carezze
come capelli d’autunno,
come mollette sulle spine
Manco a dirlo,
che fughe accompagnavi
Dissolvenza, scheletri di voci

 

*

 

Mattinalia

Ho un frammezzo di speranze
dopo il cuscino, il secco in gola
Dura appena il passo d’una ciglia
lo sbattere d’un ciocco sul balcone
Poi, mi legge solo la paura,
un taglio di freddo nel pigiama.
L’inverno del camino risucchia,
lo specchio del padre,
le commediole della madre.
Allorché mi tremava, quasi mi rassicurava.

 

*

 

In titolo primo

In qualche locandina, me, te
Quasi poesie, quasi foglie
sull’indice aperto
Medicamenti per dormiveglia
Per confidenze
Rive di qualche lacrima
Da cuocer seccare
Prima d’imboccare inverno.
Per inverno

 

*

 

Ri quadro

Resta l’occhio puro del mondo
nel piazzale multietnico dei dolori
Il bimbo scuro, coriandoli di sonno negli occhi,
il girotondo dei vecchi,
/ malinconie dai davanzali /

Qui matura ancora una luce semplice,
dissolvenza africana, orientale

Il cane miagola per uno spigolo d’osso
I gabbiani tremano, senza cielo danzare

 

*

 

N. B.

Mi passeggia un pensiero facilitato:
spolverare la casa, stendere le ragnatele.
Qualche mistero fasullo suggerisco
alle dita, una rispettabile pena:
ad esempio, quelle due macchie di baci
sulle scale, sui ciondoli del portachiave.
Così m’arriccio e m’inghirlando.
In soffitta il silenzio delle persiane
nella grassa terra le roselline da
lèggere, estive, mentre, il bianco
delle lenzuola, il vento. Un avvento.

 

*

 

Scomposizione

Chi s’ama s’aspetta a sera,
e, intanto, lucida l’aria,
getta sotto sale le sciabole;
frigge i dolori nel pentolino buono
e fumo li fa diventare,
acqua per gramigna.
Chi si ama, le mani buone indossa,
la pazienza imbandisce, l’osso dell’abbraccio.
L’amore musica la legna del camino, persino i fiori,
sul calice gemello d’un bacio ch’è spartito.
La chiave, poi, scioglie alla finestra.
Fino al domani, fino alla pietà del nuovo sole.

 

*

 

Alba

E certo che ho le dita intorpidite
il collo che accumula con cura
le sillabe del vetro, i salmi del naufragio.
Certo è il gruzzolo di fiori
che notte lascia attorno al vaso
o la bocca che migra dal sale all’allegria.
Senza forma si sta, come caduti sul davanzale.
A toccar ferro di ringhiera, a sbiadir nel meno male.

 

*

 

D’alba. Esercizi.

C’è un angolo, qui, sul balcone, per formiche sature di sole, per le orme di sale che mi trascino dal mare, per i persistenti malumori. C’è una secrezione di vita e di assenze. Le voci dei vicini cadono a sera come cicche lanciate nel vuoto, i gerani sfiatano senza colore. E, le virtù, i delitti delle buone intenzioni. Qui, sul balcone aspetto il riflusso del sonno, racimolo le innocenze. Quelle annaffiate al mattino, quando battezzo il nome del figlio infagottato di dolori, e di quello che prova a nuotare. Nel tuono d’una vittoria, in nome d’un padre. D’un accorto spirito. Santo.

 

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Biograffite

Vivo al mare. A Porto Recanati. Da anni. Dopo la collina, i figli e un lungo curriculum da prof. Mi sono dedicata alla scrittura e a qualche gioco di teatro per recuperare parole e gesti nascosti da qualche parte. Ho pubblicato tre raccolte di poesie. “Nel sottocuore” (Ed. Akkuaria), “Leggere sull’unghia” (Ed. Tempo al libro), “Quaderno millimetrato” (Ed. Incertieditori).

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***

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12 pensieri su “Insonnitudini”

  1. una brevissima nota “d’incontro”(?) (che “di lettura” chi ne ha avuto ancora il tempo?), prima di scaricarmi il quaderno che vedo già pubblicato, per vedere se la mie sensazioni a pelle siano confermate o, au contraire:…

    1)Mi piacerebbe sapere se quell'”insonnitudine” è attidune all’insonnia o inattitudine al sonno, se non entrambe, ché mi sembra una domanda non oziosa.
    2)Mi sembrano “scritture”(?) interessanti (non dico: “belle”, perchè si capirà dal proseguo di questa mia noterella), più le prose che i versi.

    I versi di tanto in tanto mi sembrano davvero vittima di un “turistico bacio” o dell'”occhio puro del mondo”.

    Le prose invece! quello che mi sembra davvero il giro di boa di qeste prose è il modo in cui la ricchezza lessicale e la trama metaforica manco minimamente celata non si traducano immediatamente in una fascinazione per il simbolismo o le immagini che questa stessa produce; che, al contrario, nascano da una salda scelta di allegoria: per di più da quel tipo di allegoria “al nero” che il nostro novecento letterario italiano ha frequentato e che oggi mi sembra una tradizione un po’ scansata o messa da parte (magari soltanto superata: ma non credo) Per esempio: Delfini per riportare una citazione nota, quando di sè (dei suoi contemporanei?) dice essere degli “iconoclasti immaginativi”; dove non è contraddizione tra i due termini. E in queste brevi prose mi sembra un principio in qualche modo rispettato: con le figure tracciate su fondo nero (malinconie, ugge, tristezze, timidezza, ecc. ecc.) pure se col proprio disegno solare o salino. Per il proprio angelo custode posto nel buio,

  2. quella virgola dopo buio, continua?
    E’ davvero interessante, Imago – anche l’accostare a quella tradizione un po’ “scansata” come dici la prosa di Di Prossimo. I versi, che conosco bene, hanno spesso e semmai la musicalità che è ritmo e trovata (a prova di suono e sentire, ascolto e proseguimento) – non celandosi a “l’occhio puro del mondo” né al “turistico bacio”, no, non evitandolo, dunque. I versi hanno il canto, che poi le prose non spezzano, continuano, a mio avviso, non tanto per l’orizzontalità della pagina, quanto per lo sviluppo, diciamo, di un tema, allegorico, immaginifico, anche scarno e arioso allo stesso tempo, ricco di prospettiva. Che poi “tema” non è – o se lo è, potrebbe chiamarsi “sentito”. saluti, Giampaolo

  3. No, non cntinua o non credo (per ora); magari quando mi sarò fatto un’idea “totale” del quaderno; un semplice errore di battitura, ma stavo facendo della “critica” impressionista (sempre più mi sembra la più credibile\praticabile), indi posso sentirmene non tanto in colpa ( ;) ).

    se capisco il punto della tua risposta – non è detto – comunque concordo: nel senso che ammetto la mia lettura possa essere un po’ “ideologica” a modo suo: ma il nodo sta nel fatto che, scriveva Savinio (un altro che in qualche misura nella tradizione scansata a cui pensavo potrebbe starci) la tradizione italiana “manca del nero”: che poi chiaramente non è del tutto vero, ma un po’ sì. voglio dire che la conseguenza è un gusto piuttosto trachant che ho al riguardo: per esempio ammirando molto le operette del Leopardi non ho mai capito troppo L’infinito, ma nemmeno Il canto in un pastore errante dell’asia…

    a dire che: quando avrò letto bene il quaderno mi toccherà di sicuro prendere in considerazione anche il bel consiglio che mi dai; ma che per sensibilità uno stacco tra le due forme proposte (la prosa e la poesia) c’è lo sento: anche fosse solo nella misura in cui il “tema”\”sentito” di cui parli sia ciò che provoca la chiusura “immediata” (voglio dire la preclude a un respiro più ampio – da raccontto?) dei pezzi: o quantomeno li costringa alla “prospettiva” a un proseguire verso l’esterno che non perciò cancella l’interruzione del finale punto fermo e anche un poco un poco il suono di una certa “rotondità”

    ciao,
    Marco

  4. Salve, caro Francesco! Salve, Amici!
    Scusatemi per l’assenza prolungata :-)

    Complimenti all’Autrice!

    Mi soffermo sulle poesie.

    A me sembra una poesia sussurrata, tenuta al tenue filo della espirazione.
    Avverto una pacatezza, un lento fluire dell’immaginazione che si modula in contesti acquarellati, dove, comunque, l’io poetante, strasicando una malinconica consapevolezza, cerca e trova speranza in un equilibrio più profondo: proprio dove resta il dire ammantato di candore.
    Ho provato a rileggere queste poesie in più modi e sono sicuro che il ritmo lento della partitura metrica è frutto di una soffusa orchestrazione che, talvolta, rasenta il cosciente bisbigliare.

    A presto, con sincera amicizia, sempre, Gaetano dall’Irpinia.

  5. Anch’io “vado per” le operette morali. Capisco, seguo quel “nero” della scrittura che dici. E seguo il tuo discorrere sulla prosa di Dorinda, pure concordando con te. So che il suo verseggiare ha la grazia e la musicalità di un “ciondo-lamento” – posso dire così? Ed è vero che le prose distendono e quasi sprofondano fino a toccarlo, abitandolo, il panorama – sia pure quello di una mano, della stessa mano che scrive, per tutte le sue vie e i sentire. Chissà cosa ne pensa l’autrice, Marco. Grazie per la possibilità di dialogare, così, su una scrittura che a mio avviso ha davvero di che far dire, come certi nostri novecenteschi “infiniti” amori letterari. Delfini, ad esempio…

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