Note di poetica astratta

Aron Demetz

Giorgio Bonacini

NOTE DI POETICA ASTRATTA
(e una poesia)

I

     All’inizio consideriamo le parole: quando pensano (o provano a pensare) il vero, si muovono all’interno di un sistema che ha a che fare, in modo determinante, con una zona franca della materia in cui ogni trasformazione sembra, se non attuabile, possibile.

     Tutto può, concettualmente, definirsi materia, e ogni contrapposizione, genericamente intesa sotto dualismi del tipo palpabile/impalpabile, sensibile/insensibile, visibile/invisibile, ecc., è priva di senso in termini concreti.

     La poesia allora, per quanto la si possa interpretare, non ha preferenze operative: è essa stessa, ogni volta, che prende forma e sostanza, che determina una selezione attraverso una sua considerazione fisica (anche in astratto) che permette di scrivere e di misurare la significatività dei testi.

     Se pensiamo al nostro linguaggio (che è anche una riflessione implicita sull’andamento e sui fantasmi del vivere) vediamo il modo in cui i suoi tratti “irriducibili” implodono all’interno di una assenza di potere.

     Credo che ciò possa rientrare (in pieno o anche solo lateralmente) in una di quelle idee, così apparentemente folli, che sono alla base di ogni patafisica: una sorta di felicità mentale in cui, alla scienza delle soluzioni immaginarie, bisogna aggiungere però una metodologia dell’indecisione.

     Così il procedimento slitta su zone deformate, in modo tale che l’unica contrapposizione valida è forse soltanto quella fra realtà e reale o ancora fra verità e vero, dove la poesia non si occupa, né potrebbe in alcun modo farlo, della realtà e della verità.

     Si preoccupa invece (o tenta di farlo) della loro insistenza, della loro presenza che deborda in luoghi e tempi non giustificati dalla fatica: di uno sguardo come attività materiale o dello sforzo di un io che non è mai, per fortuna, né curativo né rispondente solo a se stesso.

     Bisogna allora organizzare un nucleo di tensioni che siano, nello stesso tempo, impermeabili e traspiranti; per far sì che la scrittura fuoriesca e divenga un’indicazione esatta di ciò che chiamiamo vero e reale.

     E ciò può essere l’incarnato di una parola, la sudorazione fonica, l’esilio indefinito dell’esperienza individuale, inconciliabili con il carattere volontaristico di una dichiarazione di poetica: alla fine, ciò che resta e che veramente conta è “la nonparola / tesa / tra / parola e parola”.(1)

     Sono cosciente che tutto questo potrebbe fallire: ma se ciò che si crea è davvero reale allora è possibile far leva sui dintorni di una felicità anche sofferta, parziale, pacata e senza tregua, ma attentissima e precisa.

     Perciò una volta ho scritto che “gli oggetti hanno evidenza nel vivente, tra le cose”, perché è proprio in questi luoghi (dove la poesia prova ad addensarsi in povertà) che le cose resuscitano e si distinguono con una tale ricchezza e particolarità da non poter non stupire

     Reale: la parola unisce in sé tutte le manifestazioni dell’immaginario, le intermediazioni naturali, i ritmi logici, le condensazioni, gli addensamenti e i pregi di una disquisizione imperfetta.

     E’ lo sgretolarsi di un pensiero, a volte languido a volte scaltro, o l’incedere elusivo di un accenno, tanto più lieve quanto più determinante, che permette di ricordarsi in che modo e quando anche gli amori più invidiati (i più atmosferici, caotici, enigmatici) possano confondere gli oggetti con le cose.

     Le cose del pensiero e gli oggetti della mente non sono intercambiabili: sembrano fondersi nella linearità di una mente o nell’assolutezza del cuore, ma il loro distacco, ciò che li rende dissimili, è sempre visibile.

     Così questa diventa la condizione mitica in cui riconoscere la propria disposizione alla scrittura: nella ricerca incessante di un addolorante finimondo di euforia, di una contraddizione esorbitante a cui dedicarsi e in cui credere, ma dalla quale si ha la certezza ingenua di poter sempre sfuggire.

     L’ultima possibilità è dunque borbottare, inventarsi un linguaggio ventriloquo che finga d’essere falso e rovesci la lingua nelle meraviglie di un possibile giardino interminabile: qualcuno dovrà pur farci caso.

II

     Fare poesia è avere in mente che il corpo (anche il corpo delle cose) non è sempre un linguaggio catturabile, ma nemmeno una dimenticanza pura e semplice: il linguaggio del corpo esiste anche in funzione di un corpo di linguaggi da cui attingere per scrivere qualcosa: chiamarla “poesia” è solo una questione di modalità contingenti.

     Nel caso specifico (l’ingresso mentale, ma anche simbolico, nell’universo della poesia) è l’incertezza conoscitiva, l’indecidibilità di una risposta. Alla fine del percorso, che cosa so dell’immagine del mio corpo? Forse solo un sentimento di astrazione o la fluidità di un linguaggio martellante.

     La parola sale da una congiunzione all’altra e non si arresta: dimentica di essere al servizio di un pensiero. Posso chiedermi, però, se la poesia sia in grado di sopportare il peso di una dimensione fortemente cognitiva. In altre parole:qual è il senso della metafora nella logica di questo mondo?

     Wallace Stevens scrive (e dunque scopre) che “Agli antipodi della poesia, buio inverno, / quando gli alberi brillano di ciò che li spoglia, / il giorno evapora, come il suono udito da un malato.”(2) Io ne convengo, senza per questo dogmatizzare un senso o limitarmi a quella forma.

     Dunque il paradosso è estremo: la poesia può fare a meno del mondo, ma il mondo non può fare a meno della poesia. E ciò senza ironia, perché il mondo non lo sa e se ne infischia della mente poetica; e ancor di più si disinteressa del corpo poetico e della sua risoluzione nella parola. Ci si può ammalare, si può morire per questo?

     In ogni caso, pur nell’affaticamento, si affronta l’impresa (le impennate, l’instabilità di un appiglio…) perché il mondo della poesia è convincente: è un atteggiamento teorico, vivo, un modo di fare pensiero che non nasconde le sue difficoltà, ma le risolve in un’astuzia del corpo.

     Così come il silenzio è un’astuzia della parola, il mondo è un’astuzia della poesia. Qualcuno dice il contrario. E’ vero anche questo, ma nello stesso modo in cui, per una scala, la salita e la discesa sono la stessa cosa. Dipende dallo sguardo o, più naturalmente, dal salire e dallo scendere.

     Certo, si può essere ancora più sottili e riconoscere le disfunzioni di una simile idea: ma è la necessità di non salvarsi da niente a produrre i motivi del senso. In questo modo è possibile allora affrontare con lucidità anche il sentimentalismo, anche una certa pateticità.

     E se in tutto questo si parla di vivere, allora la sua pertinenza conduce lo scrivere ad una valenza poetica: l’apparente immobilità dei versi funziona perché scorpora ogni aggancio con la realtà (ma non con “il reale”, come già detto). Ciò che rimane è il giudizio: e questo ha a che fare con i fenomeni possibili, non solo quelli esistenti.

     In definitiva, il rapporto tra il corpo fisico presente e la fissità o fluidità del linguaggio appartiene sempre più alla metafora in sé, alla sua letteralità: che è la consistenza di una finzione recuperabile all’interno di una retorica culturale, non strettamente artistica.

     Ma c’è dell’atro: così come spesso non è convincente il racconto del sogno (meglio meditare sulla funzione del sonno), anche il corpo, nella sua estesa profondità, viene indicato enunciando “l’interiorità, senza concedere l’intimità”.(3) Ciò significa concentrarsi sulla poesia per rivelarne il pensiero, forse la fonte originaria, se mai esiste.

III

     La poesia, in questo modo, diventa una necessità della mente: una riflessione sul significato di un bisogno che ha a disposizione la sua materializzazione scritta. Ciò significa che la necessità della poesia è la poesia stessa, come atto di invenzione, di trasfigurazione, di riflessione e di conoscenza.

     Ci si può concentrare su un oggetto e condividerne l’incomunicabilità. In ciò è il significato di un’attività pensante: una perversione formale che non rinuncia mai alla scena, e in cui la condizione stessa della sua determinazione può portare a un malessere per troppa esattezza.

     E’ un concreto andamento di vagabondaggio, ma anche un’assoluta fermezza contemplativa in cui viene rafforzato il significato di un bisogno di esistenza: ed è qui che la necessità di scrivere diventa la cosa scritta, indipendentemente dalla sua nascita o dalle sue conclusioni.

     Certo, all’inizio è sempre una mancanza, un’ellissi soggettiva, ma tutto ciò che ne consegue non subisce né oppressioni né obblighi: nemmeno il fascino dell’ingenuità (che è una rete di sottigliezze innaturali e preziose) è in grado di determinare il segno della poesia.

     Bisogna distinguere però fra bisogno e necessità: bisogno di una scelta, ma necessità della sua separatezza. Può essere che non esista l’uno senza l’altra, ma quale venga prima e quale dopo è un problema irrilevante, impertinente. E’ l’immagine di una felice (e forse eccessiva) solidarietà.

     E se nessuno leggesse le mie poesie? Inutile fingere: la necessità di una corrispondenza esterna interagisce con il bisogno di scrivere. Perciò i versi alludono alla speranza di una loro lettura (forse un’appropriazione indebita): ma nessun poeta si illude che la poesia comunichi, è sufficiente che indichi.

     Che cosa chiedere allora alla necessità di un bisogno? Che illumini un sapere? Che dissemini l’io? Che ricrei una realtà? Niente di tutto questo. Semplicemente che la parola sopporti la metamorfosi: l’incedere ostensivo di una voce, tra il disagio del presente e il suo clamore.

     Pensare in poesia. Correggere il tiro dell’insignificanza, dove anche l’idea di vuoto non sopporta la sua uniformità. Rimbaud capì l’inutilità reale (non retorica) della poesia: ma per chi non è così visionario e sufficiente percepire alcune cose e scriverne. Nient’altro. Ribadire uno stato di necessità: la progressione immaginaria nel dinamismo o nella lentezza, nell’euforia o nell’ansia. Rifinire continuamente e distribuire l’esecuzione, la soddisfazione di un senso. E’ difficile dire a chi interessi tutto questo, ma credo che sia importante provarci.

     Non sempre però si è in grado di capire fino in fondo se i fondamenti della poesia siano il prodotto di una conseguenza di scrittura o cos’altro. Per fortuna le scorrerie interiori disturbano i significati, i luoghi comuni, la stupidità; ma non sempre la poesia aiuta a convivere con il disinteresse.

     Ancora una distinzione tra necessità e bisogno. Necessità della letteratura: di averla fra le mani, in modo cinico o adolescenziale, ma senza averne veramente bisogno. Dobbiamo qualcosa ai libri, possiamo anche crederci uno di loro, ma è una nuvola a inquietarci veramente.

     Che tipo di immaginazione, allora, estrarre dalla tecnica di una pagina o concedere alla sua sembianza? L’incongruente (e a volte tenera) sfaccettatura dei suoni e dei pensieri ci fa credere che solo la poesia della mente sia capace di ricomporre fisicamente l’illusione.

     Ma quando il bisogno di scrivere attua la sua stessa necessità, allora è giunto forse il momento di ritrarsi e concentrarsi su ciò che non si sa. Scrive Amelia Rosselli: “Se mai / tu vivi / estraneo // agli altri / dona / ricordi”.(4) E sono questi affioramenti, il loro sforzo costante, a obbligarci.

IV

     Se è vero che la differenza incolmabile tra poesia e mondo dimora (unitamente al caso), in una molteplicità di situazioni di non facile lettura e quindi non decifrate, allora ciò che serve è motivare l’intelletto verso una rete di connessioni (anche indecidibili o non specifiche), capaci di rimandare la poesia a un gomitolo di voci e di ascolti.

     Possiamo dire non sapere la fine e l’inizio, ma la conoscenza del percorso ci è nota: conduce all’abitazione dei propri versi. Ed è il suo raggiungimento a essere è materia di riflessione: una meditazione offensiva che a volte si riflette e prende l’aspetto di un’offensiva meditata.

     Ma il capovolgimento, se lo si intende alla lettera, vive nel trauma (ai lati della frattura, in fondo alla crepa, in mezzo a…) e, per vie traverse, non ancora contaminate o compromesse, si scioglie, perde consistenza, si trasforma in una schiuma di sapere e appare docile.

     Può essere che si cada in un tranello cognitivo, in un’apparenza diversa (non rimossa ma scandita, agglomerante, magmatica) ma, in ogni caso, non conviene, perché non serve, difendersi. E’ meglio ricostruire le circostanze (anche emotive) e le cause: allargare, in una poetica dell’intelletto, il grado di apertura, la capacità di assorbimento.

     L’occhio, puntato verso un altrove certamente utopico, sembra ricevere infinite possibilità (sotterranee o visibilmente dislocanti); in realtà può concedere al massimo l’esclusione da certe infelicità e, con il minor spreco possibile, una certa corrispondenza con lo sguardo visibile.

     E’ l’intelletto di ciò che affiora dal profondo. Niente di banalmente umorale, ma piuttosto una disposizione vitrea tesa a indicare la linea e l’effetto. La mente, il pensiero, il ragionamento bruciante o sognante, la conoscenza astratta e l’adesione completa a una scelta di poesia.

     Ma scrivere poesie (o fare poesia, in un’accezione più precisa e totalizzante) non è una gentilezza raffinata, né solo una propen sione al difforme: è un’attività, una tensione che si avvicina di più a una malattia, a un disturbo nelle banalità che affiorano, a una piegatura negli accordi che risalgono o ristagnano tra i suoni, fino al momento della loro pronuncia.

     Nella sua pretesa di affidabilità e salvaguardia la poesia, però, sembra non contraddire il suo “principio adolescente”: anche quando l’opera è veramente capitale. E ciò non significa affatto un’immaturità insita nella scrittura, ma la sua perenne e instancabile crescita.

     L’intelletto è un fanciullino cronico: la dolcezza caparbia di una insoddisfazione a cui è difficile dare torto. Ma quanto tutti saremo poeti cosa ne sarà dell’illusione di porre fine alla guerra e alla stupidità con la forza e la concentrazione della parola?

     Bisogna pensare che ciò che si scrive (non ciò che esprimiamo, ma ciò che imprimiamo) riproduce continuamente le disarticolazioni di un campo linguistico, visivo e sonoro. E’ la scelta paradossale di una “povertà della mente” che non sopporta le false corrispon denze, le realizzazioni consolidate, le esperienze che non hanno la possibilità di negarsi o annegarsi.

     Se questo è vero, allora la cosa scritta potrebbe catalizzare su di sé ogni sconsideratezza umana: per sgranarla, liquefarla e depu rarla finché non divenga fattibile una sua decantazione placida. E non dovrebbe far altro che servirsi, trasformandole, di subliminali incrostazioni.

     In fondo a tutto questo i resti di ciò che chiamiamo poeta servono a poco se li si considera l’inizio di una “nuova vita”: è la fine primigenia (ma quante saranno ormai?) a non avere termine, a circoscrivere e puntualizzare la distinzione tra fine assoluta e fine insoluta.

     Ma nessun potere, fortunatamente, guarda dalla parte del poema. E’ semplicemente, dal nostro punto di vista, “un fremere alla superficie del profondo”,(5) e io mi aspetto un pullulare di impotenze liberissime, esibite, ostentate al di là di ogni pensabile invenzione. Così la scrittura ci sarà: anche spremuta, aggrovigliata, affogata, ma inevitabilmente dentro.

V

     Bisogna, dunque, interrogarsi sul senso della poesia ad un livello più basso, più letteralmente terrestre. Com’è possibile la sua esistenza? Cos’è che rende così perfettamente sicuro (e immedia tamente sensibile) un avvenimento tanto lontano? Ho a disposi zione un suono: nient’altro.

     Penso a un tentativo d’amore continuamente esaltato e mai veramente raggiunto: come una prodezza infantile o una lingua che cerchi in ogni modo la disattenzione sociale. La lucidità di questo lavoro viene attestata da una perdita interiore: nessun destino si realizza in dimensione corporea.

     Ma in poesia ogni luogo è possibile: la riscoperta fisica di un’adolescenza, la realtà configurata nelle pieghe di se stessa, l’ombra che sforma e la paura. Non si sa fino a che punto si possa arrivare, ma e intuibile la geometria che ci sostiene: la stessa, suppongo, che sostiene ogni gesto, ogni poesia.

     Ha senso anche chiedersi di quanto tempo si dispone, quanta poesia (in termini veramente quantitativi) e possibile scrivere; e per questa via arrivare a un desiderio, forse non sempre legittimo: elargire tutto a piene mani, tutta l’irrequietezza, tutti i tremori e i timori in questa sola misura.

     Se la poesia è una specialità della mente, si ha la certezza (quasi morbosa) che l’attrito fra lei e il mondo non sia solamente pensiero, ma l’attuazione di un suo andamento fisico. E non è ancora ab bastanza: c’è una forma di vita, una crescita astratta, nella poesia della mente, che me la fa scegliere.

     E ciò perché non sono molte le parole che rendono liberi. Spesso ci opprime il ricordo di un senso obbligato, un linguaggio costretto ad essere quello che deve essere. Le parole che rendono liberi (e non ne trovo nessuna adesso, nemmeno la parola “poesia” mi sembra tale) non hanno contorno.

     Perciò quando le trovi tutto appare sospeso e sembra svolgersi in autonomia. Le sensazioni salgono (leggere o brutali) in direzione di un volto che è tutt’al più rumore, fruscio… un volto che cambia con l’aria. E non ci si interroga più sul senso della poesia, né sulle parole che hanno avuto libertà.

     Così il linguaggio naturale delle cose, tanto impenetrabile, è una metafora pensante, una correlazione perenne che prova a riconoscersi scrivendo. Ecco perché si ha spesso l’impressione che gli oggetti (anche la mente, quando è oggetto di linguaggio) parlino come se non fossero reali. Occorrerebbe allora nutrire il discorso di citazioni, sprecare le voci, la saliva altrui, ma è bene trattenersi. La parola è poca cosa, ma questo insufficiente scrivere e dire aiuta a non dover comunicare, ad abbandonare il rito consolatorio per dedicarsi solamente a questo unico, scabroso atto.

     Ma si può credere a un’adolescenza perenne, a una poesia continua? E nello stesso tempo mettere in mostra, con una volontà perfida e una determinazione quasi suicida, una lentezza impressionante, pensando a una reale consuetudine con il silenzio? Leopardi ci concederebbe il suo aiuto?

     Si ha l’impressione di non avere altro che il proprio linguaggio; ma é solo quando lo si indirizza verso la concretezza della poesia, che si avverte di aver raggiunto il limite. Senza mai possederlo però. Così come non si possiede la formazione di un muscolo o l’agilità delle palpebre.

     Alla fine si torna a noi: alla nostra collettività individuale, fatta di nomi e corpi, cancellazioni e impedimenti, battiti e respiri, scrittura e suoni, in un barlume di condivisione e consapevolezza dove ancora, nonostante il mondo, sedendo e mirando, immaginiamo interminati spazi e sentiamo sovrumani silenzi e proviamo profondissima quiete.

____________________________

Note

(1) Hilde Domin, Poesie, a cura di Gio Batta Bucciol, in IN FORMA DI PAROLE, numero secondo, 1990, p. 173
(2) Wallace Stevens, Il mondo come meditazione, a cura di Massimo Bacigalupo, Acquario, Palermo, 1986 p. 131
(3) Roland Barthes, La camera chiara, traduzione di Renzo Guidieri, Einaudi, Torino, 1980, p. 99
(4) Amelia Rosselli, Appunti sparsi e persi (1966-1977), Ælia Lælia Edizioni, Reggio Emilia, 1983, p. 77
(5) Henri Michaux, Brecce, a cura di Diana Grange Fiori, Adelphi, Milano, 1984, p. 264

____________________________

          In tutto era ridotto a poca cosa
          e a poco gli serviva il vandalismo
          delle lacrime – la scena in cui l’immagine
          istantanea si concentra, chiede spazio
          in due parole e impoverisce.

          Non è facile passare inosservati
          collaudare l’atrofia ferma
          dell’aria, sovvertire l’insorgenza
          di un malore, scardinare l’attenzione
          che sospende e dire tutto – salutare.

          Così rimuginava, scivolava
          attraversava refrattario i luoghi
          nudi – invalido alla forza del decollo
          condensato in una goccia di fastidio
          e una pronuncia surreale.

          Ma il suo fare esiste senza – chiude
          l’aria, e sminuito in quel torpore
          che contamina e costringe, addensa
          l’ombra di una vita in un insieme
          di valanghe che non c’è.

***

11 pensieri su “Note di poetica astratta”

  1. “e se il libro non fosse che infinito ricordo di una parola mancante? non altro che assenza che parla all’assenza” – forse avrebbe ragione Jabes, se non fosse che noi parliamo assieme, e di quel parlare esistiamo (questo solo per dire una mia picciol cosa: no, non credo che la poesia possa fare al meno del mondo…:)

  2. E’ una gioia sentire parole così precise e certo non facili sulla poesia. L'”addolorante finimondo” di cui parla Giorgio, la sua inesausta necessità di una “euforia” dell’anima, la sua ricerca di una libertà della mente che è della parola ma non solo della parola, mi spinge a pensare alla sua poesia, tanto astratta da essere perfettamente concreta, come a una versione ulteriore dell’avanguardia, un’avanguardia che è la nostra (non intima) profonda, sovversiva, indisciplinata ma rigorosa interiorità. Grazie delle tue parole e della tua poesia.
    Marco

  3. Vi chiedo di cancellare pure il mio commento con un altro nick.
    Lo riscrivo qui.

    “Ma il suo fare esiste senza – chiude
    l’aria, e sminuito in quel torpore
    che contamina e costringe, addensa
    l’ombra di una vita in un insieme
    di valanghe che non c’è.”

    Sento molto miei questi versi!
    Ho da riflettere molto su tutto quello che ho letto!
    Grazie.
    gb

  4. Grazie a Francesco per la sua generosità e grazie a tutti per le parole intorno a questi miei testi. Che sono veramente note di pensiero e non hanno, e non sarei nemmeino in grado di dar loro,
    l’organicità di una teoria o di una poetica rigorosa.
    Per Renata: se dico che la poesia può fare a meno del mondo, intendo la poesia che si pone come opposizione alla realtà di un mondo dato che fa di tutto per negarla…e allora un altro mondo a cui la poesia guarda e nutre è possibile….

    Un caro saluto.
    Giorgio

    1. “…e allora un altro mondo a cui la poesia guarda e nutre è possibile….”

      Sì. Riesco a sentire bene ciò che lei vuole dire, Giorgio.
      Grazie.
      Un saluto caro
      gb

  5. Lioni, 20-2-2013, ore14:20=
    Buongiorno a tutti:-) Grazie e complimenti a Giorgio Bonacina per queste sue “note” che oserei denominare “”critiche”” sulla poesia e per la densa e bella poesia a chiusura.
    Amici,
    in questo post c’è molta carne a cuocere, ovvero quella delle intime motivazioni e della sfida che sussiste in ogni poeta.
    Non ho obiezioni da fare, anzi trovo illuminanti molteplici concordanze e assunti che sussistono in chi cerca di fare poesia, cioè non solo di “esprimere” ma anche di “imprimere” essenze di pensiero oltre il simbolismo e l’architettazione/orchestrazione della parola (linguaggio), come bene dice l’Autore.
    Per me la “”parola impiegata in poesia è sempre rarefatta”” pur se barisfericamente magmatica.
    La poesia, secondo me, è sempre “necessità bisogno”.
    Essa scopre e “”consente di oltrepassare il limite dell’astrattezza del proprio io”” perchè non smette mai di indagare la realtà e perché vuole fare al meglio i conti con il nostro “io agente attraverso l’immaginazione”, assetato di conoscere e comunicare in “”un tempo immobile – (KAIROS)”” che resta sempre al presente, vale a dire mai pago di rinnovate e altrui coscientizzazioni esperienziali che ci consentono d’ intravvedere altri limiti enigmatici del tempo che viviamo e che, comunque, divengono, secondo me, “”e-utopici” – nel vero senso della parola!-.
    Cari saluti a tutti, Gaetano dall’Irpinia,

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