Fragilità del bene

Loredana Magazzeni

Loredana Magazzeni

[…] Sulla trinità di tempo/terra/bene si fonda la raccolta di Loredana Magazzeni, poeta nata a Pescara, ma radicata a Bologna dopo l’università, che proprio in questa città è diventata anima del Gruppo ’98, nonché curatrice, traduttrice e organizzatrice instancabile di altri e soprattutto di altre. In questa laboriosità generosa c’è senz’altro un elemento del carattere di Magazzeni, ma anche più significativamente un tratto della sua poetica che, nutrita dalla vitalità icastica della poesia anglosassone da una parte e dalla linea vibrante delle autrici italiane e russe dall’altra, può prendere il nome, nel senso scheleriano, di “simpatia”, principio di condivisione e intersoggettività, un essere-perennemente-con-altri.

I testi di questa raccolta sono, infatti, un continuo colloquio. Con il padre defunto, con i gesti della madre rimasti incisi nei geni, con il compagno di vita, con l’Appennino dei ricordi giovanili, ma soprattutto con tutto ciò che è loquace ed eloquente nella sfera della natura, riconoscendo che ci ha generato nella «reciproca docilità»: il coniglio «che annusa nel buio», il cipresso che «ha spaccato la neve come un tuono», l’alba «uragano di passeri», «la voce muta delle formiche». Piccole vite palpitanti, storie di resistenza energica ma disarmata, cui, a ben sentire, ci unisce un’alleanza, ristoratrice «come una tazza di tè» che «scalda il palmo».

Non a caso queste poesie emanano calore, avvolgono il lettore nel «magma di se stesso» o in ciò che «brucia nell’istante», in «silenziose braci» o in fuochi da custodire, mostrandogli un faro anche nelle regioni d’ombra che più lo spaventano: certo in primis la morte, ma pure innumerevoli altri sussulti del cuore che colgono di fronte alle domande radicali sulla conoscenza, sulla possibilità di redenzione dal tempo, e in particolare dalle devastazioni di questo tempo.

Per non perdersi nelle battaglie che ci toccano quotidianamente, bisogna, dice, soprattutto fare ordine, ridurre le questioni a tre coordinate che ci sono antropologicamente note e necessarie da sempre: la forma, la luce, l’armonia. Questo triplice problema, che in fondo non è altro che una personale definizione di kalokagathìa, di tutto ciò che è intrinsecamente-bello-e-buono, per un poeta vuol dire: 1) lavorare sulle parole finché musica e sintesi, immagine ed evocazione, non si condensano in un verso contemporaneamente necessario e “celestialmente naturale” (forma); 2) indagare la realtà, senza ritrarsi davanti alla sofferenza o alla piccolezza, ma cercando di individuare sempre la possibilità residua, l’apertura rimasta, il fiato avanzato per superare la salita (luce); 3) restare in ascolto, mantenersi in una condizione di ricettività e relazione, sfondare i limiti dell’io per collegarsi e rappresentare le altre vite (armonia). […]

(dalla prefazione di Maria Luisa Vezzali)

 

Testi

 

ed è chiaro che c’è una differenza
tra il volto tuo di quel preciso momento
penetrato dalla dimensione dell’altro
e la sorpresa di qualcosa che accadrà tuo malgrado
catturato dallo sguardo di qualcuno
mentre cammini su una strada che non ha vie d’uscita
e se hai le parole puoi salvare
cancellare quel sentimento fortissimo
l’irresistibile tentazione di afferrare la vita
rendendo vita qualche cosa
su cui è disegnata una specie di morte
la dimensione religiosa del sottrarre alla morte
ciò che brucia nell’istante dentro la tua rètina
nel senso di qualcosa come fiamma
che ha origine e comincia a morire
mentre sta ancora vivendo

 

*

 

Asciutta e morta come un salmo
assenza vestita di rose
che spinge le cose in salita
fino alla cruna dell’ago

che siano anni o solo sguardi
per il riposo della mia meraviglia
che venga il tempo custode
a indicarci una porta
a sollevare un battente
che vengano gli anni dalla lunga veste
a invitarci nel ballo
a ballare con noi.

 

*

 

Nel rito mattutino dell’ombretto
sugli occhi c’è mia madre
– era suo quel guardare che poi
ritornava a non abbandonarmi –

storie, stanze, visioni
non concluse stagioni,
dischiuso vaso di passioni,
trafitture di luce ad abbagliarmi.

Carne fatta parola dentro carni
sorelle, partiture gemelle.

E dove questo mio andare che non parla
porta – da quali mani a quali visi
torna a illuminarmi?

 

*

 

Le voci familiari come un’acqua
la sera increspa in solitudini concentriche

si allarga la tua risata immaginata
nella mia bocca
masticata d’uccelli

alla deriva con un volo prudente
su moli divaricati e distanti
ancore e ormeggi riposti
come la brocca dell’acqua

dentro il recinto dei giorni.

 

*

 

Labbra chiuse dentro la casa che pensa
questa pioggia di voci, dense come legami

ciò che ha memoria veglia assieme a noi
presso gli incroci dove stridono
quieti velami e aeree coincidenze

l’ombra ci asciuga in questa notte
leggera come un sipario
e i recitanti pensieri che promettono
doni dentro il mattino
sollevano visi pieni di sonno

il giorno cresce in ciò che unisce
separando – filo su filo – le tele di ragno.

 

*

 

Quando leggera è la casa del vento
nell’ondeggiante corsa del ritorno
irregolare e denso nel balzo delle tue
pietre-sentenze quasi sospesa l’aria
fibrilla ritornelli di storie sugli archivolti
immobili, la roccia metamorfica del tempo.

 

__________________________
Loredana Magazzeni, Fragilità del bene
Prefazione di Maria Luisa Vezzali
Postfazione di Giorgio Bonacini
Smasher Edizioni, 2012
__________________________

 

***

7 pensieri riguardo “Fragilità del bene”

  1. Calde, intime, intense queste poesie di Loredana Magazzeni, richiamano echi di memorie lontane e vicine in un canto velato di malinconia e delicatissime metafore. Avvincente anche la prefazione. Bello anche il blog

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