Camera fissa

Marco Ercolani, Camera fissa

Marco Ercolani

Alla fine degli anni Settanta, a Genova, un uomo si getta dal quinto piano di un palazzo, intenzionato a togliersi la vita, e cade sopra un casuale passante, che muore di colpo. L’aspirante suicida, pur ferito, si salva. Questo episodio paradossale, in cui la morte volontaria non si realizza solo per un capriccio del caso, mi suggerisce, tra il 1980 e il 1981, l’idea di Camera fissa: un breve romanzo noir che sviluppa, tra sogni e fantasie, la complicata strategia di vendetta della vittima che nella finzione del mio racconto sopravvive, contro il nemico che lo ha paralizzato. Il titolo del libro, Camera fissa, vuole alludere sia alla forzata immobilità del protagonista sia al suo mestiere di filmaker.

Camera fissa

“Stramazzò davanti a me. Vi dico che stramazzò davanti a me, così vicino come è vicino questo tavolo contro il quale mi stringo. «Sei matto?» gridai. La mezzanotte era passata da un pezzo, uscivo da un ricevimento, desideravo fare ancora quattro passi da solo, ed ecco costui che mi stramazza davanti ai piedi. A sollevarlo non ce la facevo, tanto era gigantesco, né potevo abbandonarlo lì in terra, in quel posto dove non passava anima viva.” (F. Kafka)

Un quadrato di stanza

Un quadrato di stanza è lo spazio che gli occhi mi permettono di vedere. Un tavolo rettangolare, due tende verdi, la finestra sul vicolo. A quanto oltrepassa questi confini sono cieco. Intuisco lo squallido imbuto del vicolo, le corde a cui sono appese ombre di gonne, camicie, calzoni: appartengono a esseri che, fra poche ore, usciranno di casa e muoveranno regolarmente le loro gambe verso un luogo. Io li invidio fino all’odio. Chiudo gli occhi, cerco di calmarmi, grazie alla temporanea cecità delle tenebre. Ma poi devo riaprirli. La testa non può né sollevarsi né abbassarsi. Il fremito delle palpebre è la sola vita che mi è concessa. Supplico una bufera che trascini uomini e cose, strade e luci, finestre e balconi, nel raggio dei miei occhi. Vorrei che un giorno l’amorosa violenza di questa bufera diventasse reale.
Invece guardo il mio tavolo. Mi ricordo chinato su dei fogli, ma libero di alzarmi, lasciare la sedia, uscire. Guardo la carta che non posso usare, la matita con cui non scriverò, lo schermo del computer sempre acceso. Ricordo un quadro, a sinistra del tavolo. Ma cosa raffigurava? Pietro saprebbe rispondermi, se la mia bocca potesse formulare la domanda. Ma con le labbra farfuglio sillabe incomprensibili. Pietro è l’anziano fratello di mia madre, un uomo alto, asciutto, robusto. In passato ha tentato due volte di uccidersi. Ha vissuto sempre solo. Avrà sessantanove anni fra due mesi. È l’unico essere umano a intuire che la mia intelligenza è integra. Quando entra nella mia stanza, il mattino presto, socchiude la finestra, perché sa che amo sentire i primi rumori del vicolo. Mi alza da letto, mi riveste e mi adagia con dolcezza sulla sedia, dopo averla spostata verso la finestra. Quando esce, porta con sé le lenzuola e le federe da cambiare. Vorrei che le mie mani potessero accarezzare le sue. È semplice, paterno. Ma, quando sento il rumore della porta che scatta alle mie spalle, so che rimango solo, avvinghiato alla sedia con la coperta che scende giù, dalle braccia alle ginocchia al pavimento. Il vicolo manda suoni diversi, risa di studenti, grida di ambulanti, chiacchiere di massaie – suoni che non saprò mai a chi appartengano.

Vicolo

Ma vivo. Le mie narici respirano, benché non percepiscano profumi. Gli occhi, concentrati sul vetro della finestra o sulle corde della biancheria, sono un sismografo attento alla minima oscillazione. Ogni più lieve colpo di vento, ogni movimento indotto nelle cose o provocato dalle cose, mi tortura. La vibrazione di oggetti inanimati – indumenti, corde, tende, lenzuola – è la mia massima disperazione. Essere una manica che oscilla ai soffi del vento. Desiderarsi tenda, quando la finestra si spalanca, gonfiata dall’aria, frusciante…
Guardo il vicolo, felice che stia scendendo la notte. Con la notte gli uomini dormono, immobili sotto le lenzuola; i cani cessano di correre; le auto non stridono sull’asfalto. La notte fascia le cose. Odio i passanti notturni, che fanno scempio delle ore consacrate al riposo. Perché non dormono? Perché, nelle ore della notte, non restano immobili, assomigliandomi?

Kammerspiele

È giorno solo da pochi minuti. Sento il passo silenzioso, il respiro leggero di mia madre. Le rughe delle sue palpebre entrano nel mio campo visivo; la bocca mi sorride, mite; le mani mi percorrono il volto. Disprezzo la tenerezza di queste effusioni. Sarei felice se non entrasse più nella mia stanza e non dovessi subire il contatto delle sue dita. Tutto, nella dolcezza di lei, mi disgusta. Le mie mani inerti fremono dal desiderio di schiaffeggiarla. Mia madre sciupa le ore sacre della notte, quelle in cui sogno con sollievo i corpi degli uomini paralizzati dal sonno. Se mi amasse come un figlio deve essere amato, dormirebbe nel suo letto, senza guardare la televisione fino a notte alta, gli occhi sbarrati sull’ennesimo dvd. Western, neri, melodrammi, musicals, commedie: divora da sola tutti i film che una volta vedevamo insieme.
Ora non lo sopporterei più. La mia vita stessa è un Kammerspiele. Non potrei sopportare l’immagine di corpi in movimento, anche nella finzione di uno schermo. Impazzirei. Quando mia madre mi ha proposto di vedere ancora film insieme, ho spalancato gli occhi. Meravigliata e offesa, si è coperta il viso con le mani. Da allora se ne sta regolarmente di sopra, in camera da letto, sola, il video perennemente acceso. Le mie orecchie colgono frammenti di dialoghi, musiche romantiche, sparatorie concitate. Ma non le sono vicino. Non condividiamo più nulla.

Sogno

Inforcato il cavallo, galoppo nel vicolo, a briglia sciolte, l’aria sulla faccia, sfiorando con i capelli le finestre più basse. All’improvviso, sbucato dall’ultima casa, mi sbarra la strada uno sconosciuto. Tendo le redini e il cavallo frena la corsa, sollevando impaurito gli zoccoli anteriori; la criniera mi sbatte per un attimo sulla faccia, accecandomi. Trattengo a stento l’animale che vuole disarcionarmi e urlo contro chi mi ostacola il cammino. Se fossi stato sbalzato di sella avrei anche potuto uccidermi. L’uomo sorride, immobile al centro della strada; ha una pistola nella mano sinistra. Quando il mio cavallo si è completamente placato, lui si avvicina, mira alla sua tempia sinistra e spara. Quello si abbatte a terra, trascinandomi sotto di sé. Le mie gambe restano bloccate. L’uomo, senza smettere di sorridere, gira le spalle e sparisce.
Io grido, perché qualcuno liberi le mie gambe dalla morsa che le imprigiona. Nello stesso momento in cui grido molte mani appaiono, chiudono gli scuri delle finestre, scompaiono. Un silenzio di tomba scende sul vicolo deserto dove, schiacciato sotto la carcassa di un cavallo, comincio, lentamente, a sanguinare…

Pensieri

Mi sveglio felice di pensare ancora. Posso chiudere gli occhi e dimenticare con la violenza del pensiero la rigidità che blocca le mie membra come una camicia di forza. Se il mio cervello si fosse leso il giorno dell’incidente, ora sarei solo un vegetale da sfamare e da lavare, un oggetto inanimato che le parole di mia sorella e le carezze di mia madre potrebbero modellare a loro piacimento. Non è così.
Ma Anna, da quel giorno, mi guarda solo come un corpo dilaniato, un relitto da vegliare. Così, lentamente, imparo a odiarla. Disprezzo la sua pietà di infermiera. Lacrime di collera mi offuscano la vista: un velo che non ho il potere di rimuovere. E se nessuno si accorgesse delle mie lacrime? Se pensassero solo a una secrezione fisiologica delle mie ghiandole lacrimali? Eppure chiedo aiuto con tutto il mio essere.

Marco Ercolani, Camera fissa
Collana “Proposte”
Nuova Magenta Editrice, 2012

***

8 pensieri riguardo “Camera fissa”

  1. Grazie, Francesco, dell’ospitalità. Questo è un libro che ritorna da anni antichi, come un revenant. Era stato letto e commentato favorevolmente da Antonio Porta, proprio nel 1981. In questi anni l’ho sempre rivisto e corretto. E ora la vittoria al Premio Morselli ha permesso la sua pubblicazione. E’ un atto d’amore al cinema, ma anche un libro autobiografico dei miei ventisette anni. Marco

  2. Grazie!
    Il libro è il regalo più grande che chiunque possa farmi!
    Grazie, Marco Ercolani!
    Grazie, Francesco.

    Appena posso leggerò questo libro!
    gb

  3. Grazie, Roberto e Gabriele. In realtà questi piccoli frammenti sono solo allusivi del clima del racconto. In questo caso è necessaria la lettura del libro intero per godere lo svolgimento della (anche se minima) trama.
    M

  4. Grazie, Antonio. Mi farà piacere fartelo conoscere. Anche se non mi faccio spesso vivo nel tuo blog, ti seguo, e soprattutto scopro interessi selettivi e affini.
    m

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