Bruciare nel buio

Gao Xingjian

Sergio Baratto

“guardati dall’aridità del cuore ama la fonte mattutina
l’uccello dal nome ignoto la quercia d’inverno
la luce sul muro lo splendore del cielo
essi non hanno bisogno del tuo caldo respiro
ci sono soltanto per dire: nessuno ti consolerà”

(Zbigniew Herbert)

 

Testi tratti da:
Bruciare nel buio
(Inedito, 2007-2011)
Ora in La Biblioteca di RebStein
Vol. XXXVII, 2013

 

Da un’era all’altra

 

Premesso che ogni giorno tra la folla esplode un terrorista

Se il Redentore tornerà domani
tutti ci salverà con un sospiro
e redenta ogni cosa sarà pronta
in fulgore a cantare una canzone

i regimi crolleranno a ritroso
vergini eccitanti e piene di grazia
se ne andranno per le strade e le piazze
portando in bocca miracoli erotici

si scoprirà se è vero che le femmine
hanno un sovrappiù d’animella se
il suo nido è nella figa odorosa

io fuggirò mi scaverò una buca
e mi farò frumento o merda fertile
per il figlio nuovo che porto in grembo

 

*

 

Febbraio lo battezzò una neve

Febbraio lo battezzò una neve
che al crepuscolo era già una pioggia
triste come un medioevo giapponese

Introvabile il primo ministro
in uno dei suoi quindici castelli
si diceva intrattenesse tre gemelle
omozigoti del Sannio

scosciate. E le unghie dei piedi
dipinte di rossobruno
facevano capolino nelle foto
dei rotocalchi di grande consumo

sempre un po’ incarnite
e in apparenza circondate
da impressioni di formaggio
al vapore. Venite adoriamo

il Signore. La ragazza non deve
morire Il corpo è l’unica cosa
che abbiamo L’anima è soltanto
una trovata di marketing virale

 

Uroboro

 

Madre

Avresti mai pensato allora
che saresti rimasta sola a casa
sotto la luce bianca in cucina
a mangiare biscotti in silenzio
solo il rumore della masticazione
la deglutizione il bolo pastoso
la tele spenta la pioggia sugli oleandri

L’inverno hai sempre detto ti piace
il freddo igienico che viene sempre meno spesso

Domani andrai a suonare le campane
e penserai ai tuoi nipoti mai nati
non c’è speranza nel tuo mondo
pieno di pericoli e maledizioni
le liti coi vicini le maldicenze
le preghiere i santini
i vestiti rubati ai cinesi
il mercato del venerdì

L’avresti mai pensato allora
mentre portavi a spasso per nuovi quartieri
la noce di un altro figlio
e avevi gli anni di Cristo
e i colori erano ancora indecisi
tra un’era e l’altra

Nessuno ti ha mai detto come si fa
a crescere qual è il modo migliore
non hai imparato a decidere
non era scritto sui libri
per invecchiare invece non serve
alcun addestramento
e il corpo misura la fuga degli anni

I denti sono caduti
lenti come un impero romano
i tagli sul ventre si sono
moltiplicati
l’utero è andato
le vene varicose
la cellulite
la fatica lo sporco le macchinate
le pappe lo spezzatino
coi piselli le patate al sapore di terra
la pancera i cataloghi
il Drive In

La disgrazia del corpo e del tempo
ti è piovuta addosso
come una sera di fine novembre
io lo so io credo di sapere
cosa si prova

Ti ho spiata per anni
prima da sotto il tavolo
poi dall’alto quando
ti ho superata
non c’è voluto molto

Non hai mai capito
il mio sguardo da cane
fedele

 

*

 

Padre

Nei tuoi occhi
mi sono sempre tuffato
come in un cielo sicuro
e nel naso portavo il tuo odore
come una preghiera

E veleggiavi come un galeone
della Provvidenza quando il giorno
finiva in vapori di legumi
e la musica dei chitarristi serafini
non valeva lo schianto del cancello
e poi le scale e come un Dio
profumato di dolcezza arrivavi
scacciando il dolore a calci nel culo

Non chiedermi se possa un eroe
sfoggiare labbra sottili e sguardi lemuri
o timido portare con grazia
lo scherno degli uomini di mondo

 

*

 

Poi come un’illustrazione a china

Poi come un’illustrazione a china
con in testa un cappuccio floscio immaginario
esco sul mio ballatoio inventato all’alba

in ciabatte di vetro golfino
color merda e piedi da Céline
procedo cautamente reggendo
tra le mani il pitale fumante

e mentre i passeri rasoiano il cielo
rovescio l’eccedenza del mio amore
sui vasi di gerani porporini

 

*

 

Bilancio provvisorio

Ho affinato l’arte della bestemmia
ho smesso di sfidare il Signore
lo insulto e basta
lo scontento che rimane dopo è uguale
ma tutto è più veloce più pulito
e Lui non può fraintendere

È che sono stanco non ho più l’età
né il fiato per correrGli dietro
mi è rimasto il bisogno di tenerezza
sarebbe già abbastanza
sono certo che saprei persino
fare a meno del resto
spiegazioni risposte redenzioni
in fondo
andrà
come deve andare
in ogni caso

Un tempo era diverso
i parchi iridati scintillavano
al sole imbiondivano le fighe
le domande erano pretese
idem le promesse
adesso non più
d’altra parte forse
ho un altro tipo di letizia
mi si nasconde nel culo
e quando esce si traveste da padre.

 

L’estate bianca

 

Vista da qui la perfezione

Vista da qui la perfezione
non è un obiettivo sensato
meglio il crinale
più accessibile più ricco
in estate di odori e mirtilli
mai esigente già perfetto
col suo lago smeraldino i cavalli
al pascolo il vento che spinge
le nubi come un buon pastore
ci vanno a morire le mosche
gli scarabei spingono palle di merda
la ferocia è elementare si infratta
nell’erba tra i rovi massacri
di formiche atti di cannibalismo
formidabili scopate sadomaso
di mantidi uxoricide ragni neri
nessuno ti chiede niente uomo
se ci vai sta’ solo attento
a dove metti i piedi
poi stenditi al sole
e fa’ ciò che puoi

 

Le storie

«Proxima poetis, et quodam modo carmen solutum.»
Quintiliano, Institutio oratoria

 

480 a.C.

Ed è per questo che Serse singhiozza
dall’alta rupe sopra l’Ellesponto –
per ogni enorme folla in schiere innumeri
che lungo la piana marciando va
verso l’Ade – guardiani di cavalli
belle fighe baristi carpentieri
casalinghe scrittrici contadini
brokers opliti lici saci medi
passanti senza nome per stradine
lombarde del XXI secolo –
l’orma che lasci è sempre sulla sabbia
fradicia tra un onda e l’altra – da Abido
se anche tendi l’orecchio e te lo immagini
tutto intero tutto insieme è silente
come di notte una suora che incede
su vecchi piedi malfermi in preghiera –
il fragore di un lume che si spegne
è più feroce al cospetto dei troni
e delle dominazioni non siamo
nemmeno capaci di far cagnara

 

*

 

388

I catecumeni di Ambrogio
bruciano i templi la vecchia fede
muore il vecchio mondo
è infranto Dal selciato la testa
mozzata di Apollo Musagete
scruta i calzari dei penitenti
con occhi di vetro – che un tempo
ha raccolto con mani grandi
generazioni di voglie e dolori

Viene l’era dell’arte castigata

Senza storia il conflitto l’esito
scontato Svaniscono i mazdeisti
le croci puntellano il cielo il cielo
non crolla più sulla Gallia Comata

Se vedi una striscia di fumo
all’orizzonte verso Kallinikon
sappi che è il tempio giudeo
e che arde a meraviglia

Proclamo quod ego synagogam incenderim
certe quod ego illis mandaverim
ne esset locus in quo Christus negaretur
(*)

(*) «Io dichiaro di aver dato alle fiamme la sinagoga, sì, sono stato io ha dare loro mandato, perché non ci sia più alcun luogo in cui Cristo sia negato.»
Ambrogio, Epistola LX all’imperatore Teodosio.

 

*

 

1917

Versare il proprio sangue non serve a nulla
e allora versalo allora versarlo è tutto

Versare il proprio sangue non ingrassa i fiori
e allora annaffiali innaffiarli è tutto

Non si ha nient’altro non hai nient’altro
nessuna ragione nessuna risposta

Impassibili stanno gli dèi seduti su scranni
di folgori e merda – lucidi caudati immortali

Non si resta qui per molto tu non resti qui per molto
e allora restaci ostinato restaci a muso duro

 

*

 

1943

Noi qui a Stalingrado insieme combatto
noi qui tutti ognuno solo combatto

Si allunga l’osso la pelle si arriccia
sempre più gonfia la pancia annegata
sempre più flosce le tette bovine
le bombe spiovono senza rimbombo

E dov’è il mio nemico Non lo vedo
E chi è il mio nemico Non conosco
il suo nome Nessuno si fa avanti
a gridare Ehi rus bulbùl zdavàjsja

C’è questa donna dai lunghi capelli
che ha partorito una figlia in trincea
e quella donna ero io – quella figlia
era mia – ero io quella bambina

I palazzi sono nuovi e in rovina
le strade sgombre e ingombre
vuoti i frigo di roba pieni assenti
i cadaveri e allungati in stupore

Allora perché ho fatto questa figlia
Non lo so So solo che ogni sera
ci stringiamo nel suo letto e inventiamo
storie di bimbi avventure e pericoli

Ci consoliamo a vicenda nell’ora
interminabile della nostra vita
È stato così per me
sarà lo stesso per lei

Sempre uguali i modi di distrarsi
dal morire – sul Mamaev Kurgan
controvoglia noi qui insieme combatto
pieni d’amore e dolore – irredenti

 

***

2 pensieri riguardo “Bruciare nel buio”

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