I fiori del male

Charles Baudelaire

Charles Baudelaire
Francesca Del Moro

Sono passati cinque anni da quando ho terminato la mia traduzione dei Fiori del male, ultimo atto del dottorato di ricerca in Scienza della Traduzione. Solo ora, riprendendola in mano per apportare gli ultimi ritocchi, mi sono resa conto di quanto questo lavoro abbia influenzato la mia poesia. Di quanto la voce di Baudelaire continui a suggerirmi le parole. Eppure ho da tempo smesso di passare le notti a combattere con le rime e le misure dei versi, ad arrabbiarmi contro qualche parola capricciosa, o con qualche bellissima espressione cui non riuscivo proprio a rendere giustizia nella traduzione italiana. Quei “Fiori malaticci”, le immagini delicate o potenti, i racconti epici o quotidiani, il linguaggio dolce o aspro, le scene grandiose o raccapriccianti che si alternano nel “libro” di Baudelaire, sono rimasti piantati dentro di me. […] Mi viene da pensare a Raboni, immaginando a quale risultato sarebbe giunto se la morte non lo avesse interrotto, quale perfetta identità avrebbe conquistato, lui che per tutta la vita aveva tradotto e ritradotto i Fiori del male senza riuscire a separarsene. Partendo dal verso libero per poi cominciare piano piano ad arrendersi alla necessità della rima, di una misura. Io la misura e la rima le ho scelte fin dall’inizio, come altri hanno fatto anche recentemente (bellissime le traduzioni di Bufalino e Antonio Prete) perché, rinunciandovi, mi sembrava di gettare in qualche modo la spugna. Non avrei potuto trascurare un elemento così importante, un aspetto che, all’epoca di Baudelaire, era connaturato al concetto stesso di poesia. Ho immaginato il poeta esercitarsi come uno schermitore “i casi della rima negli angoli fiutando”, l’ho seguito in questa sua lotta continua, l’ho sorpreso a inciampare “sulle parole come sopra i selciati” e l’ho visto trinfante “urtando a volte versi lungamente sognati”. […] Mi vengono in mente almeno cinque ragioni per tradurre il verso con il verso: l’esigenza di collocare l’autore tradotto nel suo contesto storico, all’interno di una tradizione con la quale il verso libero sancirà una rottura; l’opportunità di sottoporre il traduttore alla stessa sfida raccolta dall’autore, che consiste nell’affermare la propria unicità senza uscire dalla convenzione; la possibilità di giocare con uno strumento magnifico e duttile come la rima; la restituzione di una serie di conflitti che coinvolgono lo schema metrico e gli altri piani della poesia (sintattico, lessicale, semantico); la salvaguardia della musica che nasce nella poesia classica dal costante conflitto tra due livelli: il ritmo interno, libero, e la metrica esterna, codificata. […]

 

Testi

 

SPLEEN E IDEALE
LXXVIII. SPLEEN

Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l’horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;

Quand la terre est change en un cachot humide,
où l’Esperance, comme une chauve-souris,
s’en va battant les murs de son aile timide
et se cognant la tête à des plafonds pourris;

Quand la pluie étalant ses immenses trainees
D’une vaste prison imite les barreaux,
Et qu’un people muet d’infâmes araignées
Vient tender ses filets au fond de nos cerveaux,

Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
ainsi que des esprits errants et sans patrie
qui se mettent à geindre opiniâtrement.

-Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l’Espoir,
Vaincu, pleure, et l’Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crane incline plante son drapeau noir.

 

      Quando il cielo s’abbassa greve come un coperchio
      sull’anima che geme tra noie ininterrotte
      e poi dall’orizzonte, abbracciandone il cerchio,
      ci versa addosso un giorno più triste della notte;

      quando la terra è come una prigione oscura
      e dentro la Speranza, pipistrello smarrito,
      va sbattendo la timida ala contro le mura
      e si rompe la testa al soffitto marcito;

      quando la pioggia tesse i suoi immensi ricami
      ed imita di un carcere ben spazioso i cancelli,
      ecco arrivare un popolo muto di ragni infami
      a tendere le tele dentro i nostri cervelli,

      e campane di colpo saltano furibonde
      lanciando verso il cielo un ululato atroce
      simili a certe anime senza patria errabonde
      che si mettono a gemere con ostinata voce.

      E lunghi cortei funebri mi attraversano l’anima
      senza rulli né bande e piange, prigioniera,
      la Speranza, e l’Angoscia dispotica sul cranio
      mio chino, pianta atroce la sua bandiera nera.

 

*

 

SPLEEN E IDEALE
LXXXII. ORRORE SIMPATICO

De ce ciel bizarre et livide,
Tourmenté comme ton destin,
Quels pensers dans ton âme vide
Descendent? Réponds, libertin.

-Insatiablement avide
De l’obscur et de l’incertain,
Je ne geindrai pas comme Ovide
Chassé du paradis latin.

Cieux déchirés comme des grèves,
En vous se mire mon orgueil;
Vos vastes nuages en deuil

Sont les corbillards de mes rêves,
Et vos lueurs sont le reflet
De l’Enfer où mon Coeur se plaît.

 

      Dal cielo insolito e balordo,
      inquieto come il tuo destino,
      ti scendono nel cuore sordo
      pensieri. Quali, libertino?

      – Non gemerò, avido e ingordo
      dell’incerto e del sibillino,
      come Ovidio pianse il ricordo
      del perduto Eden latino.

      Cieli squarciati come greti,
      siete lo specchio del mio orgoglio,
      vaste nubi siete il convoglio

      funebre ai miei sogni segreti,
      e vedo nel vostro chiarore
      l’inferno ch’allieta il mio cuore.

 

*

 

LA MORTE
CXXIV. LA FINE DELLA GIORNATA

Sous une lumière blafarde
Court, danse et se tord sans raison
La vie, impudente et criarde.
Aussi, sitôt qu’à l’horizon

La nuit voluptuese monte,
Apaisant tout, même la faim,
Effaçant tout, meme la honte,
Le Poète se dit: Enfin!

Mon esprit, comme mes vertèbres,
Invoque ardemment le repos;
Le Coeur plein de songes funèbres,

Je vais me coucher sur le dos
Et me rouler dans vos rideaux,
Ô rafraîchissantes ténèbres!

 

      Sotto una luce scolorita
      danza, corre, si torce invano,
      sfrontata e querula la vita,
      come all’orizzonte lontano.

      La notte voluttuosa monta
      e tutto, anche la fame, acquieta,
      tutto annulla, perfino l’onta.
      Finalmente! dice il Poeta!

      La quiete chiedono imploranti
      a me lo spirito e le vertebre;
      e, di sogni funebri piena

      l’anima, steso sulla schiena,
      m’avvolgerò nelle coperte
      vostre, tenebre rinfrescanti!

 

*

 

POESIE CONDANNATE
VI. LE METAMORFOSI DEL VAMPIRO

La femme cependant, de sa bouche de fraise,
E se tordant ainsi qu’un serpent sur la braise,
Et pétrissant ses seins sur le fer de son busc,
Lassait couler ces mots tout imprgégnés de musc:
“Moi, j’ai la lèvre humide, et je sais la science
De perdre au fond d’un lit l’antique conscience.
Je sèche tous les pleurs sur mes seins triomphants,
Et fais rire les vieux du rire des enfants.
Je remplace, pour qui me voit nue et sans voiles,
La lune, le soleil, le ciel et les étoiles!
Je suis, mon cher savant, si docte aux voluptés,
ou lorsque j’abandonne aux morsures mon buste,
timide et libertine, et fragile et robuste,
que sur ces matelas qui se pâment d’émoi,
les anges impuissants se damneraient pour moi!”

Quand elle eut de mes os sucé toute la moelle,
Et que languissamment je me tournai vers elle
Pour lui rendre un baiser d’amour, je ne vis plus
Qu’une outre aux flancs gluants, toute pleine de pus!
Je fermai les deux yeux, dans ma froide épouvante,
Et quand je les rouvris à la clarté vivante,
À mes côtés, au lieu du mannequin puissant
Qui semblait avoir fait provision de sang,
Tremblaient confusément des débris de squelette,
Qui d’eux-mêmes rendaient le cri d’une girouette
Ou d’une enseigne, au bout d’une tringle de fer,
Que balance le vent pendant les nuits d’hiver.

 

      Dalla bocca di fragola, facendo contorsioni
      la donna come serpe caduta sui carboni,
      i seni contro il ferro del corsetto schiacciati,
      riversava discorsi di muschio permeati:
      “Le labbra mie sono umide e conosco la scienza
      di perdere in un letto la vetusta coscienza.
      Ogni lacrima asciugo sul seno trionfante
      e faccio sì che il vecchio rida come l’infante.
      Per chi mi vede nuda emergere dai veli
      rappresento la luna, le stelle, il sole e i cieli!
      Sono, caro sapiente, sì edotta nel piacere
      quando delle mie braccia l’uomo sente il potere,
      o timida e sfrenata, fragile e forte, il petto
      a lui abbandono e poi di morderlo permetto,
      che sopra i materassi in subbuglio, languenti,
      per me si dannerebbero cherubini impotenti!”.

      Quando tutto il midollo dall’ossa ebbe succhiato
      ed io languidamente a lei mi fui voltato
      per un bacio d’amore, non ebbi altra visione
      che un otre corpulento ormai in putrefazione.
      Chiusi tutti e due gli occhi, gelato dall’orrore,
      e quando li riaprii al vivido chiarore
      al mio fianco non vidi la forte marionetta
      che di sangue sembrava avere fatto incetta.
      Confusamente pezzi di scheletro fremevano
      e, come banderuole, da sé stessi stridevano,
      oppure come insegne in cima ai loro pali
      di ferro, lievi al vento nelle notti invernali.

 

Charles Baudelaire, I fiori del male
Traduzione metrica Francesca Del Moro
Le Càriti Editore, Firenze, 2010

 

***

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5 pensieri su “I fiori del male”

  1. i miei complimenti alla Autrice, che nn ho il piacere di conoscere, per attenta rilettura-riscrittura dei versi di C. Baudelaire che trovo tra le più alte espressioni della Storia della Poesia, vorrei inviarLe una mia imago da Lui, Baudelaire.. come posso?

  2. Splendido. Qui non ci sono le “compensazioni” di cui parlava Fortini, i necessari e forzati compromessi fra la resa del senso e quella della forma (essendo del resto, la poesia, come insegna Valéry, una perpetua esitazione fra il suono e il senso). Qui c’è davvero, direbbe Quasimodo, una resa “equilirica”, una corrispondenza pressoché perfetta, che arieggia addirittura le fluide oscillazioni prosodiche – giocate sulle sineresi, le sinalefi, la presenza-assenza delle vocali mute – dell’alessandrino, quella tensione interna che dal cuore e dall’anima del verso tradizionale (si pensi a Pascoli) sprigionerà poi il “nodo ritmico”, i “movimenti lirici dell’anima”, che pervadono il verso libero. La poesia, dice Dante, essendo “per legame musaico armonizzata”, non si può infrangere, scomporre e ricomporre, come avviene nella traduzione, senza venirne snaturata. In casi – rarissimi – come questo, invece, quel legame musaico si trasfonde e rivive, come reincarnato, nel testo d’arrivo. La traduzione non è, qui, “metapoesia analogica”, né “metapoesia mimetica” (per citare una dicotomia introdotta da alcuni traduttologi), non riecheggia o rispecchia, variamente alterandoli, i contorni dell’originale, né pretende di ricalcarli esattamente, in nome del feticcio della “fedeltà”: essa è semplicemente poesia, ed è metapoetica ed autoriflessiva nella stessa misura, esplicita o implicita, in cui lo è il testo originale – in cui lo è forse, inevitabilmente, ogni discorso letterario o filosofico, che sempre ripensa e ridiscute se stesso, i propri mezzi e domini, i propri intenti e riverberi.

  3. Fleurs du mal e petites poémès en prose: l’alternarsi della ricerca della prosa nella poesia e della poesia nella prosa nella produzione letteraria (oltre che critica, diaristica ed epistolare) di Baudelaire non deve essere sfuggita alla nostra traduttrice che si dimostra attenta studiosa del poeta.

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