intolerante superficie / superficie insofferente

Gabriel Magaña Merlo

Gabriel Magaña Merlo
Nanni Cagnone

Parole solitarie

    

Non vorrei mai lasciarvi senza pettegolezzi, perciò:

non sapevo dell’esistenza del poeta messicano Gabriel Magaña prima che Suzanne Jill Levine, a cui si deve la versione inglese de La nada en bruto, ne parlasse a Paul Vangelisti, e questi con me. Dopo aver letto quel poco ch’ero riuscito a trovare nel Web, ne parlai a mia volta con Emilio Mazzoli – ed ecco questo libro.
In seguito, Sandra – mi esposa – venne a sapere che Gabriel era un caro amico della sorella Karina allorché gli Holt vivevano a Guadalajara. Insomma, Sandra parlò con Karina che parlò con Gabriel, il quale mi scrisse. E io – come suor Gertrude – risposi.
     È piú o meno cosí la storia quotidiana della letteratura. Naturalmente si può farne a meno, se non si stravede per le verités hebdomadaires e si è capaci d’astrazione. E questo vale anche per la poesia di Magaña. Chi, timoroso d’offendere con le proprie fantasie i sentimenti altrui, non sappia andar oltre quella forma di passività che prende il nome di verosimiglianza, si tenga i pettegolezzi e lasci perdere Magaña.
     Le ciance precedenti servono a rammentare che la disinformazione generalmente benvoluta dai mass media non è solo politica. S’idolatrano alcuni e si occultano altri, la cui sommessa avventura ci piacerebbe. Trovarli è questione di fortuna, benché si possa propiziare la ricerca andando, e «curiosamente investigando», per neglette vie.
     Ripeterò cose oltremodo già dette agl’inguaribili: ci son poeti che raccontano sospirano inteneriscono si dolgono, fan resoconti floridi o plausibili del mondo – versificatori che azzardano metafore ma prendono le cose alla lettera – e altri non disposti a compiacere il mondo, che nella loro mente diviene eventuale – addio alla mozione degli affetti, addio alle news.
     Magaña vive a Guadalajara (oltre cinque milioni d’abitanti), ma persuaso del contrario, amoroso d’una «tierra no domesticada», e muove da principio sulla via della riluttanza denotativa, ove hanno un secondo silenzio le parole. Parole solitarie, se han disertato la loro tessitura per figurarsi intatte, pericolosamente sole.
     Si spargono dunque nella pagina come semi di maíz farebbero nei solchi, e – sparse come sono – dicono remota la frase. Si allontanano, quali disiecta membra, costellazioni dai volubili legami, gettate parole che certamente cadono, sperimentando il vuoto.
     Non curiosate banalmente nella loro disposizione, il cui padre putativo, per chi ignori la poesia figurata precedente, può essere la partitura di Un coup de dés. Esogamia del verbale, generosa illusione d’una lingua che – temendo di doversi completare – va in cerca di quel che in lei non può avverarsi, e trova sua sembianza.
     Però, alludendo a quell’«espacement de la lecture» e alle «subdivisions prismatiques de l’idée», Mallarmé disse una cosa acuminata: «Tout se passe, par raccourci, en hypothèse: on évite le récit».
     Qui, imprese ellittiche d’irradianti parole, a tentare una relazione tra l’uomo ancora arcaico, cosa tra le cose, e l’uomo odierno che fruga, con speranza pari a disagio, nell’inumano. Una posizione iniziale, essenzialmente percettiva. Ancor piú che un pensiero, un pensieroso sguardo.
     Abismo rugoso erguido desnudo, surgir hender asomar brotar aparecer alborecer, aspirar olfatear – predilette parole, la cui intonazione sembra far di lui un panteista, e della sua poesia una devozione.
     Che la positura di Gabriel sia quella d’un testimone di epifanie? Egli certamente è un abitante, uno che mai stanco dello sguardo si rivolge ai prodigi della superficie — subito invaso, viene vinto, poi si fa salvo con la gratitudine.
     M’innervosisce che i commentatori sian usi a citare versi dei commentati (se non altro, perché non si può provare alcunché tramite esempi), quindi non lo farò. Riprendo invece un’esortazione di Fredi Chiappelli: intendere un’immagine «by its activity instead of by description».
     Per giovarsi dei testi di Magaña, conviene porsi tra lèggere e guardare. Allora, oltre le sue figurate, decidue parole, potrà apparire l’involontaria solennità del mondo precedente, inabitato.

(Nanni Cagnone, Postfazione)

 

Gabriel Magaña Merlo
intolerante superficie / superficie insofferente
Cura e traduzione di Nanni Cagnone
Disegni di Luca Pancrazzi
Modena, Edizioni Galleria Mazzoli, 2013

 

Testi

 

borbotón de penumbra
anclado en la serenidad
del más allá virgen.
pronto estará socavando
el panteón de la palabra :
poema escrito sobre la página

 

            fiotti di penombra
            ormeggiati nella serenità
            del verginale inoltre.
            svelto starà svuotando
            il sepolcreto della parola :
            poesia scritta sulla pagina

 

*

 

inmenso
libre de espacio

donde
se derrama
                       el presentimiento
mortal
discordante

severo
contra los dioses

hasta consumar
el funeral
                       del cielo.

espíritu
liberto

un oscuro
nebuloso
tajante

tuyo y en ti

animado
por lo
                      inexplicable : tu cuerpo

 

immenso
privo di spazio

ove
si riversa
                      il presentimento
mortale
discordante

severo
con gli dèi

fino a ultimare
il funerale
                     del cielo.

spirito
liberto

un oscuro
annuvolato
imperioso

tuo e in te

animato
dall’
                    inspiegabile : tuo corpo

 

*

 

atrás del reverso de la primavera
brota la penumbra que nombra
despoblando mar, cielo, selva.
se desvanece
la corteza del paisaje.
las cosas recuperan
el esqueleto de su nombre

 

            dietro le spalle della primavera
            spunta la nominante penombra
            spopolando mare, cielo, selva.
            si dilegua
            la corteccia del paesaggio.
            le cose riprendono lo scheletro
            del loro nome

 

*

 

como tempestades huidas

palabras
mudar.

ojos
                en fuga
                              el abrazo
de la última
raíz.

polvo
desfiladeros

todo
                es innombrable

menos
mi libertad

al filo
el ocaso

 

come fugaci tempeste

mutare
parole.

occhi
              che fuggono
                              l’abbraccio
dell’ultima
radice.

polvere
forre

tutto
              è innominabile

tranne
la mia libertà

all’orlo
l’occaso

 

Disegno di Luca Pancrazzi

 

desnuda en su desnudez, la luz
reposa en aquel lirio blanco
que apenas sobrevivirá unos días.
cercana, al acecho
la oquedad del trasfondo :
un lugar donde capitula
el retrato de retratos

 

            ignuda in sua nudità, luce
            riposa in quel giglio bianco
            che sopravviverà per pochi giorni.
            accanto, in agguato
            il vuoto del piú fondo :
            luogo in cui s’arrende
            il ritratto di ritratti

 

*

 

su emboscada
permite atravesar el salón más desolado
y llegar a la penumbra
que vuelca todos los umbrales.
no se puede ir más lejos : da la cara
mostrando las espaldas
un día soleado de invierno

 

            grazie al suo agguato
            passar la piú desolata sala
            e giungere a la penombra
            che sovverte ogni soglia.
            non si può andar oltre : affronta
            dando le spalle
            un giorno assolato d’inverno

 

*

 

desnudez
del juego
que juega la noche
y sentencia el pensamiento
… cuanto más nocturnal
más luminosa

 

            nudità
            del gioco
            che notte gioca
            giudicando il pensiero
            … quanto piú notturna,
            tanto piú luminosa

 

*

 

ninguna hebra de sol fingido
puede tocarte.
claror genuino revela
tu primitiva oquedad en vilo
desentrañándote, entreverando
nostalgia devenir futuro

 

            non c’è filamento di falso sole
            che possa toccarti.
            vero chiarore disvela
            in aria tua primitiva cavità
            penetrandoti, mischiando
            nostalgia divenire avvenire

 

Gabriel Magaña Merlo

 

__________________________
Gabriel Magaña Merlo, Guadalajara (Jalisco, México), 1944.

Opere:
In albis: Poemas 1979-1990, 1991
Jasaduras, 1999
Apoyado en su tiempo de oscuridad, 2001
Fenestraje, 2004
La nada en bruto, 2005
Lejos alcanzado aquí, 2011
__________________________

 

***

1 commento su “intolerante superficie / superficie insofferente”

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