Letteratura Necessaria – Voci del Novecento (VII)

Antonio Porta

Antonio Porta

 

Testi

 

[da L’enigma naturale (epigrammi),
in malebolge, rivista di letteratura, anno 1, nr. 1, 1964]

 

1.

Ogni giorno trova l’uscio bruciato,
un paio di scarpe, una presa di
tabacco, in margine, l’annichilimento,
una giornata di sollievo, contro un
pilastro di marmo, il fuoco è su di lui,
sepolto sotto i suoi fiori, poteva ancora,
se non l’avesse uccisa, che cosa
proporre, l’Europa intelligente, «la
libertà è il mio credo?», quando parla
ai cavalli e si illude chi pensa, il
graffio, non si farà, più, il gozzo

 

*

 

2.

non appena si tolse la vita, sofferente,
con i guanti senza dita rifiutava la grazia,
vicino alla foresta, nel buio del corpo non
ricomincia a parlare, «sì, io sono un cincillà»,
superstite dell’estate, dopo la pioggia
di merda, ha un volto di bambino grigio
azzurro, dietro la porta a vetri, eretto,
con la coda di volpe, continua a telefonare

 

*

 

11.

tatto tra politica e mafia, concussione
e corruzione, troppi personaggi, troppi
tradimenti, potere economico, fuga
di capitali, nel lago, ve lo rimettono
di plastica, la catastrofe anticipata
battistrada dei commerci, dei nostri ricchi,
del dio fatto in casa, lo rieleggono, per lo zucchero
sugli occhi, per correre, contro il lancio degli aghi

 

*

 

12.

ionesco si trasforma in balletto, trafitto,
dostoievskij è pericoloso, esperto
in anatomia, père humilié, con due amanti
tra i piedi, sono tutti divisi e si legge
sempre meno, all’insegna dell’orrore,
in una squallida saletta, trionfa l’avarizia,
usano chiodi, condannano a morte i bambini

 

***

 

[da as if it were a rhythm(come se fosse un ritmo),
traduzione di Paul Vangelisti, The Red Hill Press, USA, 1978]

 

Aprire

 

1.

Dietro la porta nulla, dietro la tenda,
l’impronta impressa sulla parete, sotto,
l’auto, la finestra, si ferma, dietro la tenda,
un vento che la scuote, sul soffitto nero
una macchia più scura, impronta della mano,
alzandosi si è appoggiato, nulla, premendo,
un fazzoletto di seta, il lampadario oscilla,
un nodo, la luce, macchia d’inchiostro,
sul pavimento, sopra la tenda, la paglietta che raschia,
sul pavimento, sopra la tenda, la paglietta che raschia,
sul pavimento gocce di sudore, alzandosi,
la macchia non scompare, dietro la tenda,
la seta nera del fazzoletto, luccica sul soffitto,
la mano si appoggia, il fuoco della mano,
sulla poltrona un nodo di seta, luccica,
ferita dal chiodo, il sangue sulla parete,
la seta del fazzoletto agita una mano.

 

    Nothing behind the door, behind the curtain,
    the fingerprint stuck on the wall, under it,
    the car, the window, he pauses, behind the curtain,
    a wind that shakes it, a more obscure
    stain on the black ceiling, a handprint
    he leaned on rising, nothing, pressing,
    a silk handkerchief, the chandelier floats slowly,
    a knot, the light, the onk-spot,
    on the floor, above the curtain, steel-wool scraping,
    on the floor drops of sweat, rising,
    the stain won’t rub out, behind the curtain,
    the black silk of the handkerchief, shines on the ceiling,
    the hand comes to rest, the fire in the hand,
    a silk knot on the armchair, it shines,
    wounded, blood on the walla now,
    the scarf’s silk is waving a hand.

 

*

 

2.

Le calze infila, nere, e sfila, con i denti,
la spaccata, il doppio salto, in un istante, la calza maglia,
all’indietro, capriola, poi la spaccata, i seni
premono il pavimento, dietro i capelli, dietro la porta,
non c’è, c’è il salto all’indietro, le cuciture,
l’impronta della mano, all’indietro, sul soffitto,
la ruota, delle gambe e delle braccia, di fianco,
dei seni, gli occhi, bianchi, contro il soffitto,
dietro la porta, calze di seta appese, la capriola.

 

    She slips on the stockings, black, slips them off, with her teeth,
    the splits, the double-somersault, in an instant, the rights,
    backwards, caper, then the splits, the breasts
    push against the floor, behind the air, behind the door,
    it isn’t there, there is the backward somersault, the seams,
    the handprint, backwards on the ceiling,
    the weel, of legs and arms, sideways,
    of breasts, the eyes, white, against the ceiling,
    behind the door, silk stocking, hanging, the caper.

 

*

 

5.

Ruota delle gambe, la tela sbatte nel vento,
quell’uomo, le gambe aderiscono alla corsa,
la corda si flette, verso il molo, sulla sabbia,
sopra le reti, asciugano, le scarpe di tela,
il molo di cemento, battono la corsa,
non c’è che mare, sempre più oscuro, il cemento,
nella tenda, sfilava le calze con i denti,
la punta, ha premuto un istante, a lungo,
le calze distese sull’acqua, sul ventre.

 

    Wheel of legs, the cloth slaps in the wind,
    that man, legs follow the course,
    the rope coiled, toward the breakwater, acrosso the sand,
    on the nets, drying, the cloth shoes,
    the cement breakwater, they continue beating,
    there is nothing but the sca, always more obscure, the cement,
    in the curtain, slipping on the stockings with her teeth,
    the point, has compressed an instant, a long time,
    the stockings spread out on the water, on the belly.

 

***

 

[da Poesie 1956-1998, Mondadori, 1998]

 

La palpebra rovesciata

 

1.

Il naso sfalda per divenire saliva il labbro
alzandosi sopra i denti liquefa la curva masticata
con le radici spugnose che mordono sulla guancia,
ragnatela venosa: nel tendersi incrina la mascella,
lo zigomo s’impunta e preme con la tensione dell’occhio
contratto nell’orbita del nervo fino in gola
percorsa nel groviglio delle corde dal battito incessante.

 

*

 

2.

Il succo delle radici striscia lentamente per le vene,
raggiungendo le foglie fa agitare, con la scorza che gonfia
cresce la polpa del legno, dilata le sue fibre
e gli anelli che annerano e incrinano pietrificati e un taglio
netto guizza sul tronco maturo come colpito da una scure.

 

*

 

3.

I bruchi attaccano le foglie premono col muso,
rodono l’orlo vegetale mordono le vene dure
e lo scheletro resiste. Sbavano il tronco, deviano,
scricchiola la fibra meno tenera, ingurgitano il verde
inarcano le schiene bianche, l’occhio fisso nell’incavo:
fan piombare gli escrementi giù dai rami, si gonfiano,
riposano sullo scheletro sgusciato, distesi sul vuoto masticato.

 

*

 

4.

Le fibre della tela distesa lungo i vetri sulla strada
rigata da molecole di nafta lentamente calano
e inguainano il ferro e il legno, roteano nel soffio dell’aria
caldo gonfiano la molle superficie, graffia e lacera la trama,
i fili si torcono e il foro si spalanca, nello squarcio
condensa viscido molecolare, la vetrata aderisce al cancro della tela.

 

*

 

Rapporti umani

 

XI

“Della mia vita, in un certo giorno,
non seppi più nulla, soltanto quello
che rivelò il barbiere domandando dei
miei figli e m’accorsi di non averne mai
saputo, guardandomi bene negli occhi sopra
la schiuma e i riflessi del rasoio.
Uscii e impolverai le scarpe tra le
pietre, e proseguii, le stringhe
slacciate, sulla via di casa, il
gocciolìo del sudore: entrando qualcosa
accadde, non ricordo; dietro il portone,
immobile tra i cristalli, l’ostilità di
mia moglie e mi chiesi chi era.
Per togliere la polvere, chinato, si recidevano
le stringhe, la fronte mi sanguinava, tra i
cristalli spezzati, le stringhe tra i  capelli,
e premevo, frugando tra le schegge, scrivendo
nella polvere, la lingua mi si tagliava,
lambendo, il sangue colava dagli occhi, sulle tempie,
i figli non sanno nulla…”

 

***

9 pensieri su “Letteratura Necessaria – Voci del Novecento (VII)”

  1. Grazie per la riproposta. Grazie a Francesco e, nel tempo lungo della poesia, ad Antonio. Avevo dimenticato “l’enigma naturale”, e ora lo leggo/rileggo con gioia. Già all’origine questa poesia chiedeva un ascolto assoluto, per la perentorietà potente della voce.

  2. Grazie ad Enzo, che si fa visibile promotore delle voci del Novecento poetico, e auguri per il futuro libro su Emilio Villa.

  3. L’Enigma naturale e Non sono poi tanto bestie entrambi epigrammi, sono nate come poesie visive, testo ritagliato dai giornali, assemblato e solo dopo reso poesia con il ritmo del dire le parole della quotidianità. Le Poesie visive con parole sono state pubblicate lo scorso anno come catalogo della mostra a Modena col titolo POESIE IN FORMA DI COSA (cfr. pagina AP su Facebook). Sono pubblicate anche i Collage del 1960, un materiale visivo, una materia che si concretizza in parole come epigrammi, come poesie dell’oggetto.
    Più tardi Antonio Porta ha di nuovo rielaborato gli epigrammi, così come facevano alcuni degli amici poeti de I Novissimi e si è trasformato in testo teatrale, portato in scena a Roma, applaudito a lungo, così scrive il critico che però confessa di non capire perché.

    Antonio ha spezzato e raccolto tracce del linguaggio dai quotidiani, lo ha fermarlo sulla pagina come poesia visiva da guardare e poi da leggere sulla carta del libro e poi da ascoltare dalla voce dal palco di un teatro.

    Grazie a tutti
    Rosemary

    1. grazie a lei Rosemary. il suo intervento e le sue precisazioni sono qui particolarmente graditi. sto cercando di compiere, sia in rete che dal vivo, nelle “azioni” del progetto “Letteratura Necessaria”, una sorta di escursione “mirata” sulle voci del novecento. una delle modalità di veicolazione della cosa poetica che perseguiamo è quella che è stata definita del “baratto”, in cui per l’appunto barattiamo i testi dei “padri” con quelli dei “figli”, corredandoli, quando è possibile, anche di note critiche.
      giovedì 21, in occasione della giornata mondiale della poesia, nell’ambito della manifestazione “cose salve” a Reggio Emilia, leggerò 3 cose da salvare: “cento villa” di Nanni Balestrini (dedicata a Emilio Villa), la “poesia dedicata a Spatola” di Amelia Rosselli e “Come è scomparso Mallarmé” di Porta.
      di nuovo grazie!

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