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Roberto Borsa

Davvero a volte non riesco a capire. Cos’è la prosa poetica? Cos’ha di diverso dalla prosa non poetica? Forse è una forma di cortocircuito: ricordo Erri De Luca che scriveva, a proposito della sua poesia: “Non li ho raggiunti, i versi. Qui ci sono linee che vanno troppo spesso a capo.” Eppure io, la sua, l’avrei chiamata poesia.
Come chiamerei poesia anche altre scritture, quelle dove probabilmente “ci sono versi che vanno troppo poco a capo”. Leggo discussioni interessantissime – e lo dico senza nessuna ironia, anzi – sulla forma, alle quali io di solito non partecipo, ma assisto per imparare. Poi però capita qualcosa che sfugge, che spiega l’inutilità di quanto si è appreso, l’eccezione che conferma la regola perché la poesia è, per fortuna, eccezione anche a se stessa. E dimostra come la bellezza sia lì dove un dettato trova la propria forma e vi aderisce fino a determinarla, mettendo in crisi il nostro bisogno di classificare, fare ordine, capire.
La classificazione è un bisogno di sicurezza, come se si potesse sempre smontare il giocattolo che ci ha sorpresi per studiare come funziona. A volte non ci riesce proprio: per questo ho sempre amato il termine “scrittura”, che non ha la protezione di un inquadramento, che non va a capo quando finiscono le sillabe o le righe, va a capo quando non ci sono più cose da dire.
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Gian Mario Villalta, Vanità della mente
Milano, Mondadori, Lo Specchio, 2011
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KINDERGARTEN

 

– Dev’essere stato davvero bellissimo crescere in campagna, ai tuoi anni, per tutto quel verde… La libertà… E poi gli animali, i coniglietti, i vitellini, i pulcini… Per gli animali, credo, soprattutto…

– Sì, soprattutto per gli animali.

 

Porcellino

Gli avevano trovato una palla di crusca nell’intestino, compatta come legno. Mio padre aveva ordinato di scavare una buca e seppellirlo in fondo al campo: era tardi per scolargli il sangue, e poi non si poteva veramente sapere.
Avevamo soltanto iniziato, la terra era dura e non avevamo portato il piccone, quando sono comparsi Morasset e suo figlio, che aveva la mia età ma era malato e aveva ripetuto la terza. Il padre ha fatto domande.
Siamo tornati contenti, dopo che avevamo rimesso al loro posto e ben calpestato le poche zolle appena intaccate.

 

Coniglietto

Poi veniva il lavoro fino: l’incisione tra la polpa e la pelle. Se era perfetta, scuoiarlo era come sfilare un calzino.
Che eri bravo si capiva dalle giunture pulite, senza intaccare i tendini.
All’inizio, però, togliendolo dalla gabbia, non dovevi guardarlo – solo afferrarlo bene, calare il fendente a mano nuda dietro le orecchie.
Non era tanto il fremito, dopo il colpo, quando entrava nella morte con una scossa che risaliva il braccio fino alla spalla. Era l’attimo prima, quando la potenza degli arti si umiliava, quel cedere, la testa rilassata, come se già sapesse.

 

Pulcino

La vecchia con la cerata sulle gambe aveva gli occhiali sporchi di grasso e di sangue. Piantava la forbice, strappava. Due grani gialli cadevano nel catino.
Non c’erano schiamazzi, né mai luce abbastanza.
La vecchia teneva uniti i lembi del taglio con tre dita. Strofinava l’altra mano dentro uno straccio, afferrava ago e filo, già pronti, stretti nelle gengive: tre punti, e serrava il nodo, con la stessa furia, prima di consegnarlo al bambino, che aveva già pronto il successivo – arrogante, non sapeva far altro che roteare l’occhio con sdegno, arruffare le piume.

 

Vitellino

Gli zoccoli giallini, quasi trasparenti. La lingua che fuoriusciva dalle labbra pallide, sigilate, era livida. Quando tutto era in ordine veniva fuori tirando le zampe, senza bisogno di corde. Era come vederlo arrivare dall’eternità, o dalla morte, prima di scuoterlo a testa in giù, mettergli il sale in bocca e sentirlo piangere.

 

Gattini

Ne aveva portati due, dagli scavi della nuova casa al di là della strada, dove aveva partorito, depositandoli davanti alla stalla, per mostrarli, lasciando gli altri alle fosse.
Avrebbero avuto migliore sorte, i prescelti, nella stagione difficile che arrivava. Dovevo imparare che ne era certa, non perché lo fosse.

 

Fratellino

Era necessario tornare per riconoscerlo. Toccava a me. Per tutta la strada in auto e poi a piedi, dal parcheggio fino alle sale dell’obitorio, sono stato ostaggio di una luce che mi svuotava il cervello.
Poi qualcosa che non era sgomento e non era sollievo. Riconoscere chi? Non era lui, non era lì, non era altrove.

 

***

6 pensieri su “File under: Uncategorized”

  1. nteressante e, a questo proposito, segnalerei un testo che trovo esemplare: GIULIANA BRUNO: ATLANTE DELLE EMOZIONI, Bruno Mondatori Editore in Milano, nel quale la Bruno, docente alla Harvard University ma di formazione italiana (si laureò a Napoli presso l’Istituto Orientale) scrive un saggio stupendo e denso di stimoli intellettuali usando una prosa (può un saggio non essere scritto in prosa?) di così alto linguaggio da rasentare la forma poetica, tra le più belle letture che ho praticato! per inciso conobbi la Docente a cavallo delle nostre lauree (io in architettura) a Napoli e di Lei serbo un gran bel ricordo..

  2. Credo (cioè, credo di pensare o forse penso di credere…) che viaggiando in compagnia di suoni già precedentemente convenuti ai fini di un discorso comune, sia impossibile sottrarsi a un’idea identificativa della “concatenazione” di parole che ci si para davanti (nelle circostanze della lettura), sia essa disposta orizzontale o variamente stoppata con degli “a capo” a sorpresa. Immagino che il bisogno di ribellarsi a tale abitudine identificativa sia una forma di difesa a oltranza che parte da un presupposto, dall’idea comune che Poesia abbia un valore superiore alla Prosa Poetica. Anche uscendo dall’idea del bilanciamento di peso della qualità di entrambe, sarebbe ipocrisia pensare di poterle sovrapporre in quanto, senza voler attribuire un Nome proprio a ciascuna, esse si differenziano davvero in almeno un particolare: la modalità dell’entrata in circolo. Poesia è freccia, ti colpisce e sanguini immediatamente, l’essenza in punta, il suo veleno o balsamo, sono già entrati prima che si possa pensare a distinguerne gli ingredienti. Prosa Poetica è coperta o mantello, fonde il suo tepore al nostro in modo graduale, mantiene una minima distanza di separazione con il cuore segreto di ciascuno, lasciando libertà di una vigilanza critica maggiore sugli eventi formulati. La domanda piuttosto è (la mia), perché scegliere quando si tratta di Bellezza? Io ne sono ingorda, la vorrei tutta, qualsiasi nome abbia e nonostante il nome.

  3. Ci sto pensando spesso, in questo periodo, a che cosa sia la “prosa poetica” perché è pur sempre qualcosa di diverso dalla “prosa prosa”. Neanch’io amo le classificazioni accademiche, però, alle volte, guardando dentro alla bellezza si scoprono altri mondi di bellezza.
    Questi testi minimali di sacrifici e di morti danno, a mio avviso, uno spunto di riflessione non solo sugli strumenti della prosa poetica, bensì sulla sua identità nel più ampio processo della scrittura.
    La metto giù come mi viene, in questo stato embrionale di idea: nella prosa poetica la lingua si fa carico di tutto il peso della lingua comune, quotidiana, indifferente (in questi testi: sangue, gesti rituali, carne animale, sottointesa masticazione), si mimetizza con essa, ma al contempo riesce a resistere alla forza di inerzia del linguaggio comune, insinuando in esso ombre, attese e spiazzamenti, proprio attraverso gli strumenti della poesia (qui, per esempio il bellissimo “La vecchia teneva uniti i lembi del taglio con tre dita”). La lingua inerte e vorace che parla noi e dice “Dev’essere stato bellissimo vivere in campagna … per gli animali soprattutto”, per effetto della ripresa e del ribaltamento, diventa sovversiva, poetica “soprattutto per gli animali” – questa è poesia, o meglio prosa poetica.
    Grazie per questi splendidi testi.
    Elena

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