Il farsi della scrittura

Giuseppe Zuccarino

Marco Della Greca

Giuseppe Zuccarino
Il farsi della scrittura
Milano-Udine, Mimesis, 2012

     Il libro di Giuseppe Zuccarino riunisce una serie di studi dedicati a diversi autori che, in un modo o nell’altro, hanno messo in questione il lavoro della scrittura, che hanno cioè mostrato all’interno della propria opera il percorso verso l’opera, il movimento che in essa tende al compimento – o che vota all’incompiutezza. Le singole analisi proposte (già pubblicate altrove) sono qui raccolte con l’intenzione – testimoniata dal titolo stesso del libro – d’interrogarsi sul farsi della scrittura. Al di là del valore che si può facilmente riconoscere alla precisione e alla profondità che caratterizza ciascuna di esse, c’è nell’itinerario proposto da Zuccarino il fascino di una questione implicita che la giustapposizione stessa dei testi proposti è capace di rivelare. Essi riescono a delineare un affascinante percorso attraverso la seconda metà del Novecento; è l’eccellenza stessa della scrittura francese del XX secolo – Maurice Blanchot, Roland Barthes, Claude Simon, Pascal Quignard, Jacques Derrida – a essere chiamata a testimoniare di questa dimensione materiale, concreta, fisica, fisiologica, a volte fisiopatologica, della scrittura all’opera, dell’opera che si fa e che interroga il suo farsi.

     C’è nel titolo di questo libro la possibilità di un malinteso, insita nel fatto che esso suggerisce implicitamente l’idea di una dimensione impersonale e autoreferenziale – il farsi – che caratterizzerebbe il movimento della scrittura. Mi sembra tuttavia che questa idea sia più volte messa in questione nelle singole analisi proposte da Zuccarino. Uno dei motivi d’interesse di quest’opera è proprio, a mio avviso, il fatto che essa mostra un’urgenza di soggettività, un’attitudine alla dimensione autobiografica, la scoperta di uno statuto radicalmente non-autotelico del testo nell’opera di scrittori come Claude Simon, Maurice Blanchot, Roland Barthes, Jacques Derrida, ovvero in un dominio in cui questa centralità del soggetto, questa presenza ingombrante dell’autore, questo riconoscimento di un rapporto tra il testo e ciò che è fuori dal testo sembrano abitualmente assenti (o meglio, fortemente contestati). Zuccarino ci mostra così il volto meno noto di un’epoca letteraria che ha saputo mantenere in vita – in maniera sotterranea – la questione del soggetto nel momento stesso in cui sembrava – in pieno giorno – averla uccisa. Circostanza che sarebbe confermata dall’impressione di Philippe Lacoue-Labarthe e Jean-Luc Nancy, che nel 1978 scrivevano, in L’absolu littéraire: «Nous ne sommes pas sortis de l’époque du Sujet»(1). Ciò non significa che questi autori celebrassero nelle loro opere l’epopea romantica dell’Io, ma che per essi una certa presenza, inquietante nella sua persistenza, della questione del soggetto della scrittura continuava tenacemente a esistere. Probabilmente essa esiste ancora oggi. E questa sopravvivenza perturbante non ha potuto che diventare argomento di riflessione per gli interpreti più sensibili di una letteratura postromantica, che hanno saputo superare la loro stessa diffidenza verso l’epoca del Soggetto continuando a interrogarla, a interrogarsi su di essa.

     In secondo luogo, il testo di Zuccarino mostra bene come il lavoro della scrittura conduca all’esigenza dell’autoriflessione. In questo senso, la divisione del libro in due sezioni – la prima dedicata a opere letterarie, la seconda a testi critici – è nel segno della constatazione di un’unione più che di una separazione. Si potrebbe dire del volume di Zuccarino ciò che Blanchot scriveva – in una lettera a Pierre Madaule del dicembre 1987, citata a p. 11 – a proposito di L’arrêt de mort: «Les deux parties […] ne vivent et ne meurent que l’une par et dans l’autre», esse sono «ainsi rebelles à toute scission»(2). Il farsi della scrittura svolge un ruolo di giunzione tra letteratura e critica, tra narrazione e riflessione. I diversi contributi di Zuccarino a proposito di questo tema – autentico topos della letteratura dei nostri tempi – mostrano bene come l’atto concreto della scrittura trasformi naturalmente l’opera letteraria in interrogazione teorica di se stessa e, dall’altro lato, come il lavoro critico della scrittura si appoggi e trovi spesso la propria via di uscita nel manifestarsi un’esigenza letteraria. Non è dunque un caso se la seconda parte del libro si apre con una lettura trasversale dell’opera di Blanchot (Blanchot, il neutro, il disastro, pp. 97-111), orientata a mostrare come lo scrittore francese si sentisse poco a suo agio con il “genere filosofia” e come egli riconoscesse nella scrittura letteraria, piuttosto, il supporto ideale per il lavoro infinito di avvicinamento alla dimensione ineffabile del neutre e all’idea ancora meno definibile di désastre.

    Il rapporto tra lavoro della scrittura, questione del soggetto e letteratura come autoriflessione è dunque il filo rosso che tiene insieme i diversi studi qui raccolti. Lo si vede bene già nel testo che apre il volume (Effrazioni e simulacri, pp. 9-25); si tratta di una lettura meticolosa di L’arrêt de mort, che segue il racconto di Maurice Blanchot nell’integralità del suo svolgimento narrativo come poche altre analisi hanno saputo fare, identificando nelle idee di “effrazione” e “simulacro” i cardini attorno a cui l’opera si sviluppa. L’interesse primario di Zuccarino è votato a specificare come l’essenza intima del racconto risieda nella sua complessità interna, nella lacerazione che l’attraversa e che gli dà quell’intensità emotiva che molti altri lettori (Pierre Madaule in primis) gli hanno riconosciuto. Zuccarino inizia la sua analisi mostrando – come l’aveva già fatto Bataille – il carattere di apparente necessità che sembra aver “costretto” l’autore di L’arrêt de mort alla scrittura dell’opera. È interessante notare come questa impossibilità per l’autore di non scrivere si duplichi in un’altra impossibilità, invocata dal personaggio-narratore all’inizio dell’opera stessa, ovvero l’incapacità per lui di scrivere gli eventi che gli sono accaduti e che rappresentano l’obiettivo del suo racconto, la ragione stessa della sua esistenza: «J’éprouve à en parler la plus grand gêne. Plusieurs fois déjà, j’ai tenté de leur donner une forme écrite. […] Cependant je dois le rappeler, une fois je réussis à donner une forme à ces événements. […] Dans le désœuvrement qui m’imposait la stupeur, j’écrivis cette histoire. Mais, quand elle fut écrite, je la relus. Aussitôt, je détruisis le manuscrit»(3). Ma è la forza stessa di questa impossibilità a spingere infine il personaggio-narratore ad affrontare il compito della scrittura: «je suis presque sûr que les paroles, qui ne devaient pas être écrites, seront écrites. Depuis plusieurs mois, j’y suis résolu»(4). Il racconto che segue è lo sforzo di realizzare, attraverso l’espiazione della parola, la necessità finale del silenzio: «Il serait extrêmement utile à la vérité de ne pas se découvrir. Mais, à présent, j’espère en finir bientôt. En finir, cela aussi est noble et important»(5). Non bisogna necessariamente seguire la pista esegetica proposta da qualche studioso blanchotiano, che vede in questo racconto la presenza di tracce di autobiografismo, per constatare come i destini dell’autore e del narratore-personaggio siano qui sovrapposti in una maniera ancora più essenziale: è proprio la “costrizione” a scrivere del primo a coincidere con l’impossibilità di raccontare del secondo. Ritroviamo dunque in questo luogo la questione, centrale nella riflessione blanchotiana, secondo cui la scrittura realizza se stessa costringendo il soggetto scrivente a questo destino impossibile: scrivere (soltanto) ciò che gli è impossibile di raccontare, le parole che non devono essere scritte ma che, per necessità, lo saranno.

    I testi che seguono continuano la traccia inaugurata dal primo affrontando una serie di questioni che si legano al tema generale del movimento dell’opera che si fa e si disfa in relazione al proprio creatore. Alla ricerca del romanzo (pp. 27-44) interroga il progetto di romanzo autobiografico al quale Roland Barthes dedica Délibération. Si tratta di un testo pubblicato nel 1979 in cui lo scrittore francese raccoglie frammenti di diario del periodo 1977-1978, non lasciando fuori nessuno dei dilemmi e delle aporie che la scelta di tale genere testuale comporta: «Je perçois avec découragement l’artifice de la “sincérité”, la médiocrité artistique du “spontané”; pis encore: je me dégoûte et je m’irrite de constater une “pose” que je n’ai nullement voulue: en situation de journal, et précisément parce qu’il ne “travaille” pas (ne se transforme pas sous l’action d’un travail), je est un poseur: c’est une question d’effet, non d’intention, toute la difficulté de la littérature est là»(6). È possibile qui riconoscere una forte eco della celebre critica di Valéry a Stendhal e al suo ideale di autenticità letteraria, alla sua fede in un “io naturale” che si esprimerebbe nel lavoro egotistico della scrittura(7). Zuccarino continua la sua analisi approfondendo l’esigenza barthesiana di dar voce alla propria soggettività attraverso la creazione di un’opera letteraria; la ricerca della forma di scrittura più adatta a realizzare questo progetto spinge Barthes a scegliere come argomento del suo corso al Collège de France il titolo La préparation du roman. L’œuvre comme Volonté: altra manifestazione – fa notare Zuccarino – di un inalienabile “diritto alla soggettività” professato dallo scrittore francese. È interessante constatare come il tema romantico del rapporto tra opera e vita dell’autore ritorni più volte in questo volume, in maniera eminente in uno dei due testi dedicati all’opera di Pascal Quignard (Quignard e la lezione di Sainte Colombe, pp. 73-84). In esso ritroviamo la significativa citazione di un precetto metodologico di Paul Valéry che ci sembra valido anche per l’analisi delle ragioni profonde del progetto barthesiano di romanzo autobiografico: «J’ai d’ailleurs l’impression que la critique ne recherche pas assez les vrais rapports d’une œuvre avec son auteur. Elle a une tendance naturelle et inévitable à remonter directement de l’une à l’autre. Mais elle ne s’inquiète pas (en général) du rôle joué par l’œuvre dans la vie de son auteur, de l’importance qu’il lui donne, des sources réelles de ses pensées, du but véritable qu’il se propose etc.»(8). Se si pensa che Barthes confida al suo progetto di romanzo il compito di realizzare nella vita ciò che egli stesso chiama una «conversione “letteraria”», si vede bene come per l’autore di S/Z il potere del farsi della scrittura non si limita a realizzare – o a derealizzare – l’opera, ma coinvolge nel suo movimento il destino stesso dello scrittore.

     In generale, le difficoltà che il progetto di romanzo di Barthes incontra mostrano in maniera paradigmatica il ruolo giocato in letteratura dall’occasione autobiografica, capace allo stesso tempo di catalizzare il progetto di scrittura e di renderlo irrealizzabile, intraducibile, impossibile. La ricerca di un contatto tra la scrittura nel suo farsi e l’esistenza che la precede resta ciononostante una tentazione irresistibile. Claude Simon l’ha messa in pratica in molte sue opere, come viene mostrato in Claude Simon e la mano che scrive (pp. 45-59), attraverso l’analisi dell’apparizione in L’herbe (1958), Histoire (1967) e Les Géorgiques (1981) di una serie di oggetti manoscritti, di “cose scritte” (taccuini, cartoline, lettere, ecc.) legati in maniera più o meno diretta alla vita dello scrittore. E ancora, nella seconda parte del volume, il testo dedicato all’analisi derridiana dell’opera di Joyce (Babele, il riso, il sì, pp. 113-122) ci fa riflettere su come l’occasione autobiografica possa diventare il motivo fondante non solo dell’esigenza narrativa, ma anche – cosa meno evidente – della riflessione critica stessa. Infine, il testo che chiude il volume, centrato ancora su Jacques Derrida e Circonfession (la lunga nota che accompagna l’opera che Geoffrey Bennington gli dedica nel 1991), spinge ancora oltre il suo traguardo, rivelando già nel titolo – Scrivere la ferita (pp. 135-144) – l’intenzione di analizzare il rapporto che lega il percorso travagliato dell’opera all’esistenza corporea del soggetto, che riceve sulla propria pelle i segni del farsi della scrittura. Conclusione radicale ma affatto coerente di un itinerario di lettura che, attraverso un climax argomentativo, tematizza la traccia invisibile ma incancellabile che il lavoro della scrittura lascia nell’esigenza letteraria, nel pensiero, nella memoria autobiografica, nel destino vitale e, infine, sulla carne stessa del soggetto scrivente.

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Note

(1) Philippe Lacoue-Labarthe, Jean Luc Nancy, L’absolu littéraire, Paris, Seuil, 1978, p. 27.
(2) Cfr. Pierre Madaule, La vengeance d’Adam, in AA.VV., Blanchot dans son siècle, Lyon, Parangon, 2009, p. 48.
(3) Maurice Blanchot, L’arrêt de mort, Paris, Gallimard, 1948, pp. 7-8.
(4) Ibidem.
(5) Ibidem.
(6) Roland Barthes, Délibération, in Œuvres complètes, Paris, Seuil, 2002, V, p. 688.
(7) «L’Égotisme littéraire consiste finalement à jouer le rôle de soi; à se faire un peu plus nature que nature; un peu plus soi qu’on ne l’était quelques instants avant d’en avoir eu l’idée. Donnant à ses impulsions ou impressions un suppôt conscient qui, à force de différer, de s’atteindre à soi-même, et surtout de prendre des notes, se dessine de plus en plus, et se perfectionne d’œuvre en œuvre selon les progrès même de l’art de l’écrivain» (Paul Valéry, Stendhal, in Œuvres, Paris, Gallimard, 1957, I, p. 566).
(8) Paul Valéry, lettera a Aimé Lafont del settembre 1922, citata in Œuvres, Paris, Gallimard, 1957, I, p. 1635.
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La recensione di Marco Della Greca
è tratta da Espace Maurice Blanchot.
La traduzione italiana è a cura dell’autore.
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2 pensieri riguardo “Il farsi della scrittura”

  1. “A volte si avverte l’esigenza di porsi di fronte al foglio bianco e di restare quietamente ad osservarlo per un tempo indefinito, finché da esso si decidano ad emergere le parole attese”. Giuseppe Zuccarino, “Grafemi”.

  2. mi pare molto puntuale questa nota di Marco della Greca, a ripercorrere il libro, e un grande aiuto al lettore anche i link alle parti già uscite in anteprima qui su la Dimora (grazie perciò all’editing di Francesco Marotta).

    Fra gli innumerevoli spunti questi:
    “I diversi contributi di Zuccarino […] mostrano bene come l’atto concreto della scrittura trasformi naturalmente l’opera letteraria in interrogazione teorica di se stessa e, dall’altro lato, come il lavoro critico della scrittura si appoggi e trovi spesso la propria via di uscita nel manifestarsi un’esigenza letteraria.”

    “Ritroviamo dunque in questo luogo la questione, centrale nella riflessione blanchotiana, secondo cui la scrittura realizza se stessa costringendo il soggetto scrivente a questo destino impossibile: scrivere (soltanto) ciò che gli è impossibile di raccontare, le parole che non devono essere scritte ma che, per necessità, lo saranno.”

    “In generale, le difficoltà che il progetto di romanzo di Barthes incontra mostrano in maniera paradigmatica il ruolo giocato in letteratura dall’occasione autobiografica, capace allo stesso tempo di catalizzare il progetto di scrittura e di renderlo irrealizzabile, intraducibile, impossibile. La ricerca di un contatto tra la scrittura nel suo farsi e l’esistenza che la precede resta ciononostante una tentazione irresistibile.”

    In particolare questi due ultimi (il primo mi pare riguardare più il senso generale del libro…) mi fanno dire, prendendo a prestito «La mia memoria non è amorevole, ma ostile e lavora non a riprodurre, ma a eliminare il passato[…]» di Mandel’stam -spero non si rivolti nella tomba- ( )
    che
    la scrittura non è amorevole, ma ostile e lavora non a riprodurre, ma eliminare il passato (inteso nn solo come autobiografismo)

    insomma nel “farsi della scrittura” quella mano che scrive procede per cancellazione (cosa che anche materialmente succede quando la mano, procedendo nell’impulso,appoggia sull’inchiostro di ciò che ha già scritto e lo sparpaglia o spariglia tutto:))

    un caro saluto

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