Conversazioni col nulla

Evgen Bavcar

Diego Conticello
Gabriele Gabbia

Conversazioni col nulla.
La terra franata dei nomi di Gabriele Gabbia

«L’esercizio della poesia è una prova di resistenza alle asperità quotidiane e all’indifferenza degli uomini. Le squallide vicende dei giorni presenti paiono sottolineare l’inutilità della poesia, perché essa, sempre più scalzata sui margini, nulla può lenire e a troppi non dice nulla. La poesia è magnificamente superflua come il dolore e troppo fragile in tempi di sopraffazione. […] Scriver poesie nell’assedio in cui siamo invischiati vuol dire caparbietà di non soccombere agli sfaceli, di sopravvivere, tenendo a distanza con la magia del Belcanto, con la pienezza polposa delle parole, con gli esorcismi delle paronomàsie e delle assonanze la Morte»(1). Così scriveva con sconcertante attualità, a proposito del suo Autunnale barocco, il grande e troppo presto dimenticato Angelo Maria Ripellino, insignendo alla poesia un ruolo di prostrato titanismo e lancinata utopia parimenti applicabile alle poesie del giovanissimo Gabriele Gabbia che, nella sua raccolta d’esordio (La terra franata dei nomi. Forlì, L’arcolaio, 2011), esorcizza questo senso di morte in un fitto dialogo coi proprî abissi interiori, specchio di una realtà in totale sfacelo a cui si vorrebbe porre rimedio col puntello dell’ossessiva e precisissima nominazione post-montaliana, ma che irrimediabilmente “frana” sotto i piedi nel momento stesso in cui si cerca di opporsi, di estirpare un morbo congenito.

Dimora negli intestini
la terra franata dei nomi.

Là, dove nessuno sa.

Dove non c’è dove
ogni cosa
è radice d’abisso.

Là fiorì il tuo nome.

Si può notare come i corsivi fungano da punto di partenza per lo scavo interno, aprendo squarci intellettivi verso il nucleo delle questioni, verso il cuore delle anomalie, come porte spalancate sul nulla per attingere al dolore esistenziale portando fuori lacerti di soluzioni apparenti, ma che in realtà sconvolgono ancor più l’io poetico, scaraventandolo di colpo sull’orlo del baratro.
Gabriele contrasta questo rovello interiore con l’onestà verbale e l’abilità stilistica di chi pone al centro del proprio progetto poetico una frammentarietà ricalcante la disgregazione dei tempi, in una continua tensione propria di una profonda battaglia intestina (non a caso la prima sezione è intitolata Diatribe dal ventre): l’indignazione mascherata in maniera dimessa da una costante e sincera diminutio personae che fa pensare al correlativo soggettivo di marca eliotiana. Tale propensione all’epigrammaticità, al lembo verbale come unica possibilità di salvezza nel caotico turbinio del quotidiano, avvicina certamente questa poesia al solco della tradizione ermetica, specie primo-ungarettiana, quella – per intenderci – dell’Ungaretti in trincea, dove la parola ha fretta di esprimersi, di tracciare un solco proprio perché intende mimare la sopravvivenza come questione di attimi, laddove il ritaglio breve è sintomo di una condizione in bilico fra la vita e la morte. A tutto questo si aggiunga un quid di profonda meditazione sulle strutture del “melanconismo” di area est-europea (Holan, Blok, Kafka) da cui Gabriele mutua e accresce quel senso di ‘assurda tragedia del reale’ che ne caratterizza l’intero nucleo compositivo.

Ormai sepolcro di sensi
i corpi

uno sull’altro affastellati
come rancido bestiame
– sterile moltitudine –
coacervo
del nulla in noi.

Così invece il poeta praghese di Trionfo della morte:

[…] « L’uomo è così immodesto che vive tra sé e sé
e intanto si lamenta dell’abisso,
si costruisce due tombe addirittura,
una per il corpo e l’altra per il nome,
solo per salvarsi nei ricordi dei nipoti,
e solo a volte e quasi inconsciamente
resta di lui qualcosa di inutile, dimenticato,
ma è proprio questo ad alleviargli
quel secondo, contemporaneo viaggio nell’eterno… »(2).

Talvolta si fa addirittura pirandelliano, accogliendo in sé quella scissione dell’io in infiniti altri propria solo dell’uomo contemporaneo che non sa o non riesce ad opporsi al perturbante, allo spaesante insito nella moltiplicazione alienante del reale:

Il capo:
un ventre spaccato. In fondo
quella città: un lungo
delirio. E ancora:
quel capo, quel canto
cui nessuno
appartiene.

E viene imitato, questo perturbante, con articolati giochi paronomastici che tuttavia non concedono nulla alla mera posa, ma sottendono sempre un senso di profonda angoscia, una trappola mai esausta tesa dal mondo all’io che, abbagliato, commercia costantemente col rischio della “caduta”:

In limine allontanarsi,
aderire a un limite.
Cedere a un innesto –
cadervi entro.

Ma, si badi bene, non è una caduta nel peccato, nella colpa di matrice cristiana (e lo sottolinea con forza lo stesso autore), bensì una volontaria, quasi rigorosa immersione nelle aporie che provocano la sofferenza, quasi a volerle estirpare dall’interno, farle collassare per loro stesso cedimento. Da qui, vista la colossalità dell’impresa, si flirta, si dialoga col Nulla, guardandolo a testa alta sapendo comunque l’impossibilità di scamparvi:

La tua religione sprecata
nell’invoco alla lingua di tuo padre
come sgorgo divino plasmato,
che implode ferito. Sangue
che chiede e non dona, non sana,
affonda.

In alcuni testi dedicati alla madre, Gabriele riesce a toccare insieme l’apice della commozione e lo sprofondamento più incurabile, ricordandosi ancora una volta dello sconvolto lessico ungarettiano e, inoltre, innestandovi quel senso tragico tipico più della mediterraneità greca e meridionale che delle sue origini lombarde.

Madre,
distendi il tuo sonno canuto,
riposa anche l’ombra di te, di me
che ti guardo
alla deriva
distesa – calma,
come dopo un naufragio.

Qui ricorda in modo lampante (soprattutto per l’analogo binomio soggetto+imperativo ‘disperato-esortativo’), ma mi pare solo un clamoroso e involuto incrocio, la potenza nel movere dei finissimi versi di un altro siciliano appartato quale è Angelo Scandurra:

[…] Madre annulla
tanto largo sapore di morte,
serra il ventre
alle mani calde di paura,
non sospingere il grido
oltre l’avvallamento degli specchi
la voce raggela a mezz’aria (3).

Ma l’autore che più sembra essere il modello retrostante queste trame versificatorie è di sicuro Bartolo Cattafi, punto di riferimento nascosto per molta poesia attuale, specie per quella di diversi ‘giovanissimi’ che ne riconoscono in modo più distaccato e obbiettivo l’immenso valore intrinseco in termini di scavo interiore e di originalità stilistico-percettiva. In particolare, l’assimilazione del poeta de Le mosche del meriggio avviene a molteplici livelli: lessicale (termini precipui della poetica cattafiana quali osso, cose, senso, infissa, scacco, ombra; oppure quelli di area logico-matematica, riconducibili alla raccolta Qualcosa di preciso, come punti, rette, luci, disegno, cerchio) e retorico-sintattico (soprattutto nel costante andamento allitterativo-assonante e nell’inconfondibile stilema della trinominazione aggettivale o verbale).

Poi c’è quel modo
di star dentro alle cose
di starvi poggiato
fra valichi e case –
bisbigli – luci salmodie afflati
raschiano tenui
un freddo.

O ancora:

Questo volgere all’interno
questo esserne, preme
eccede aggetta
l’esterno in cui giace –

l’eterno in cui giaci.

Inoltre Gabriele ne apprende i migliori esiti riguardanti la grande metafora vita-scrittura, dominante le poesie cosiddette “segniche”, dove la correlazione pensiero-grafia trova il naturale ‘sfogo’ poetico delle teorie glossematiche saussuriane di langue-parole/ astratto-concreto, a loro volta mutuate dall’intuizione aristotelica di potenza-atto.

Si ritrae da te | sempre
più si allontana
quel nome
che partecipa –
reitera
– rientra
nelle membra
la matrice del suono
cui detta
semenza.

Oppure:

Il disegno tracciato non ha colore
poiché ogni emblema non ha contorni
ma frammenti – sfumature. Tutto
si ricompone tace scompare.
Il cerchio d’oggi è ancora silenzio.

Il credo unico che muove tutto il disincantato lirismo affranto di queste poesie è – fuor d’ogni dubbio –la certezza della dissolvenza delle cose, il cui corso può essere arrestato solo dalla parola, unica produzione umana in grado di rallentarne il disfacimento, permettendo al soggetto di forzare gli ingranaggi del dolore pur sapendo di non potersi totalmente sottrarre al suo perenne moto acheronteo che tutto travolge.

La coscienza non coincide con la voce –
tutto si fa corrente – tu
non gualcire quella parola:
trattienine l’onta, l’affanno
sgromma
mentre innerva radici.

(Diego Conticello)

 

Gabriele Gabbia

Gabriele Gabbia
La terra franata dei nomi
Prefazione di Mauro Germani
Forlì, Editrice L’Arcolaio, 2012

 

Testi

Spettri

XXXVI

La tua religione sprecata
nell’invoco alla lingua di tuo padre
come sgorgo divino plasmato,
che implode ferito. Sangue
che chiede e non dona, non sana,
affonda
.

 

XXXVII

Vedo spalle nei tuoi passi
e la morte della mente
avvicinarsi
– questa
cesura da te non consola
semmai ricama, dispiega
occulta, l’ordìre dei giorni.

L’amore: quel boia
che ciascuno reca in sé.

 

XXXVIII

Ti è morta nella testa la testa
dell’amore, giace, esangue
nel suo stillato stillicidio
– gravido – di calvario. Il tempo
si annuncia deserto.
La porta d’inizio è ciò da cui fuga ogni fine.

 

XXXIX

Bisogna non dirsi, non
pronunciarsi, esimersi
per riceversi. Eludere
il proprio enunciato, il
proprio interno
dettato – per cospargersi
e congiungersi
occorre disconoscersi
.

 

XL

Trovammo gesti fra foglie
improvvise spirali inattese
cose appartate, audaci
nel loro essere inconsuete
insolute, mordaci paure, parole
portate lì, muraglie di somme
restidi ciò che sappiamo e non siamo
orme.

 

XLI

Lo stesso sole del cardigan di quel giorno
la stessa tenue, disparata apertura
la stessa distanza di ieri da te.

La stessa angoscia equivale
all’imparità d’ogni parte;

s’esercita in libertà la partita
nella ferocia glaciale
– dipartita aberrante –
d’ogni suo fuoco
.

 

XLII

È tardi – è l’ora
della cenere
.
Origini e miserie
disciolgono il bersaglio.
Assembrano
elise presenze.

È tempo
di subire tempo
.

 

XLIII

Da quella lente sgorga ancora quella sera
(odo il vento che diviso ha vie)
– ricordi? Dicesti “il vento è importante” –
un riverbero di riso che occhi ha chiuso
l’incerto passo, sulle orme di case.

 

XLIV

Nel tuo vivere quotidiano
vi è un supplirsi a me estraneo

un ignoto
contenersi – un vedersi
mai più in là di ciò che si ha
di ciò che si sa – un infinito
ridotto al corpo dell’osso
.

 

XLV

Madre,
distendi il tuo sonno canuto,
riposa anche l’ombra di te, di me
che ti guardo
alla deriva
distesa – calma,
come dopo un naufragio.

 

XLVI

Pietà, custodita
nell’occhio di madre
– fissità. Lavacro
nei frammenti di ritorno.
Niveo pianto di lucore

nel pianto.

 

XLVII

Seduta sulla sponda del letto
la mano nella mano, la luce
rivolta

all’immagine di tuo padre
mentre accendi – ascendi
alle tue preci per noi,
e dentro

il sibilo delle tue sillabe
io – viso illuminato di luce
e pianto – vivo,
per te
.

 

XLVIII

Sento il sibilo delle tue preci
madre

che dolce s’insinua –
è bocca che lava
ferita che strenua
concilia
in terra
la terra che continua –
che ancòra invoca
nel sangue della sillabe
pietà – perdono

l’àncora del peccato.

***

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7 pensieri riguardo “Conversazioni col nulla”

  1. AMR (cioè Ripellino): Francesco, come fai giusto a citare! Precisamente quel suo passo lì, insieme ai suoi amori Holan, Blok e Kafka.
    Non credo sia perché mi fu Maestro (e amico poi, se posso) ma la sintonia (il feeling come lo chiamano brutalmente), quella tra Gabbia e Holan, tra il poeta e il modo in cui amr vedeva la poesia – queste cose le ho riconosciute subito e bene nei versi di Gabbia che hai pubblicato qui per noi.
    Ho risentito netti certi detti/non detti/nondicibili del poeta praghese, mi sono ritrovato a quando traducevo Mozartiana, o ancora ben prima, quando a me ventenne (!) Ripellino malato propose candidamente in un castello e sanatorio di Boemia: “Sergio, perché non scrive un libro su Rodolfo II?” (Capii molto dopo: voleva passare il testimone se non ce l’avesse fatta…).
    Conversare col nulla e percorrere terra franata di nomi: come far senza? Quindi grazie.
    Sergio Corduas

  2. Libro notevole, l’esordio di Gabriele, con quelle tinte holaniane di cui parlo Sergio Corduas (che qui saluto, ricordando la sua splendida traduzione di “Mozartiana” che conservo “In forma di parole” e che lessi con gioia). Colpisce, in questa poesia, una tragicità non “finta”, spesso affaticata, fragile, strenua, che cerca a tastoni parole.

  3. Salve, Amici!
    Si scrive sempre per un dolore intimo, per una ricerca vitale alla tragicità del presente e, secondo me, non c’e poesia che non voglia essere epigrammatica, sintesi di attimi come tempo intatto di per sé fluente e illuminante.
    Apprezzo molto queste poesie di G.Gabbia che portano parole come uno sviluppato e maturo gheriglio.
    Complimenti anche a D.Conticello.
    Grazie, e cari saluti a tutti, Gaetano dall’Irpinia.

  4. vorrei ringraziare innanzitutto Francesco per questo spazio così di alto profilo che ha voluto lasciarmi. Questo blog è davvero un grandioso archivio pulsante la cui portata si potrà comprendere per intero solo fra qualche anno. La poesia di Gabriele é stata per me una meravigliosa contemplazione dei recessi interiori che pochi hanno il coraggio di guardare come ha fatto lui. peraltro con uno stile davvero composito e maturo giá all’esordio. Grazie ancora per le belle reminiscenze ripelliniane di Sergio Corduas. Ripellino è per me autore davvero fondamentale. Un caro saluto e un ringraziamento a tutti gli altri. buona domenica

  5. Non mi rimane che gioire per questa accoglienza! Gabriele è giovane uomo che vive per la poesia. Un grande complimento a lui. Un grazie a Diego Conticello per l’acuta scrittura critica e un abbraccio colmo di gratitudine al mio-vostro Francesco Marotta!
    Gianfranco Fabbri, L’arcolaio.

  6. Il monitoraggio o excursus che dir si voglia in un campo minato come il dolore e dintorni chiede da sempre alla poesia una grande fiducia nella parola , nella capacità rappresentativa di una misura capace di esorcizzare le trappole retoriche del llanto e pervenire a un confronto e a una resa credibili con la parte più riposta dell'”umano”e dei suoi referenti . La parola di Gabbia – che ho molto apprezzato – ha il pregio di proporsi dalle lontananze non ponderabili della Ragione per poi pervenire alla declinazione della consapevolezza più cruda ed esplicita mediata dalla percezione .
    Forse è l’aspetto più vistoso di questi testi , tra i più concreti da me letti in questi ultimi anni . E molto pertinente – credo – il riferimento di Conticello a Cattafi , rispetto al quale – con Gabbia – vedo non tanto una rivisitazione in chiave moderna , quanto un silenzioso riconoscersi ; uno sfioramento di gomiti .
    Grazie della bella lettura .

    leopoldo attolico –

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