La Biblioteca di RebStein (XL)

La Biblioteca di RebStein
XL. Marzo 2013

etretatlibraryyq7

Francesco Marotta

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Esilio di voce (2011)
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35 pensieri riguardo “La Biblioteca di RebStein (XL)”

  1. Sperando di fare cosa gradita a chiunque avesse voglia di leggerlo, deposito qui, sugli accoglienti scaffali di questa “biblioteca in riva al mare”, Esilio di voce, l’ultimo mio libro: ultimo non solo in ordine di pubblicazione, ma anche nel senso che si tratta proprio della mia ultima opera edita: da oggi in avanti, infatti, farò di tutto per impedir/e/mi ogni altro eventuale “sperpero” in materia: di tempo, di energie, di ricerca, di studio, di attenzione a una parola poetica possibilmente non mercificata e priva del contrassegno della scadenza. L’ultimo – e senza il contrappunto di nessun rimpianto, di nessun genere.

    E’ passato praticamente inosservato, esattamente come era successo agli altri tre libri (Postludium, Per soglie d’increato e Impronte sull’acqua) pubblicati negli ultimi dodici anni: libri che pure avevano vinto (ah! la bontà delle giurie!) dei premi (prestigiosi, stando ai “si dice” dell’ambiente), a riprova del fatto, ammesso che ce ne fosse bisogno, che non sarà mai un premio, quale che sia, a decretare il valore, la consistenza e la tenuta di un’opera. E la mia, a quanto pare, non tiene, fa acqua da tutte le parti e cede di colpo ad ogni pur minima osservazione critica di un certo livello (ah! il poetese, il poetese!; ah! la fuffa, la fuffa!).

    Niente di niente, allora: nemmeno un trafilettino, una recensioncina, una noticina a pie’ di pagina su una delle tante riviste e rivistine (avevo pure preparato tutto un campionario di foto in diverse pose da esibire!) i cui tenutari passano spesso e volentieri anche in questo blog e, soprattutto, non mi fanno mai mancare i cataloghi ragionati delle delizie che spacciano, coi quali riempiono, fino al collasso, la mia casella di posta elettronica, accompagnando le primizie con ferventi preghiere di diffusione e con (in verità sgraditissimi) sperticati elogi verso la mia persona (!) e la mia produzione (!!!). Eppure, ve lo assicuro (e sono pronto anche a giurarvelo, se volete), a me stava bene anche qualcosa di amatoriale o parrocchiale o condominiale, sono uno che si accontenta di poco pur di veder soddisfatto il suo innato bisogno di “visibilità”. E che diamine!

    Niente di niente, quindi: nemmeno un invito – ma che dico?: nemmeno un cenno di straforo – da parte dei tanti bloggers civili & democratici (ah! la rete civile e democratica!) che pure visitano queste contrade a scadenze più o meno regolari (“stagionali”?, “istituzionali”?), ospiti sempre reverendi & riveriti di queste amene e ariose stanze: perché, inutile negarselo (e che diamine!), per me sarebbe stato bellissimo, commovente e gra(t)tificante, veder campeggiare un post, con annessa immagine della copertina di un mio libro a tutto scher/m/n/o, nella home page delle loro laboriose officine, laddove si sperimentano le soluzioni teoriche e le scritture creative dell’avvenire (ah! le scritture creative!; ah! le scritture sperimentali!).

    Niente di niente, insomma: manco una parola (fosse pure “per finta”) da parte dei tanti poeti civili & onesti (ah, la poesia onesta!; ah, la poesia civile!) da sempre accolti con assoluto rispetto nella “Dimora”, che passano il loro tempo non solo a scrivere capolavori (come talento e indole “dittano dentro”, del resto), ma anche a omaggiare con note, letture e saggi, incontri e readings, gli “amici” (e sono davvero tanti, da non credere!) che hanno appena dato alle stampe l’ennesimo raccolto stagionale (ah, la fertilità del giardino dei poeti civili!); neppure una parola (fosse pure di circostanza o di facciata) da parte dei tanti critici onesti, in rete e su carta (ah, la critica onesta!), tutti alle prese con la conduzione dei loro orticelli e dediti, per quello “che è del rimanente”, alla compilazione dei loro canoni a conduzione familiare: eh sì, sono davvero tanti, da non credere!, i libri da recensire che gli arrivano quotidianamente a domicilio, soprattutto da parte delle case editrici, piccole o grandi, con le quali collaborano e pubblicano e alle quali prestano i loro onesti & disinteressati servigi.

    Niente di niente, purtroppo: e che rabbia! che sconforto! che delusione! Ahimè! Nemmeno l’agognato quarto d’ora di celebrità per tutti, come da consuetudine e prassi ordinarie anche (e soprattutto) della succursale webbica della “società dello spettacolo” totale; nemmeno quelle quattro righe in croce di cazzate fasulle e amicalmente iperuraniche, da ricambiare alla prima occasione, che non si negano, ormai, nemmeno alla merda (in versi e in prosa: tanto profuma uguale).

    Eppure lo smarrimento passa in fretta, fugato dal pensiero – ma che dico? dalla certezza! – che *loro* ci sono sempre, che mi vogliono bene e che mai mi faranno mancare il conforto della loro tangibile presenza attraverso i testi che indefessamente mi offrono a piene mani. E tutto questo è veramente amore, va da sé, solo e unicamente amore, pudico e casto, rivestito dal manto della devozione e della discrezione che solo civiltà e onestà sanno coniugare, declinare e tessere. Pensa: se tieni chiuso il blog per cinque mesi, non un* che osi disturbare il tuo “silenzio” e la tua “meditazione” (anche una semplice mail per sapere se sei ancora vivo spezzerebbe l’incanto di questo infinito amplesso senza contatto, senza nemmeno sfiorarsi con un dito; anche un banale saluto interromperebbe l’orgasmo indelebile e irrinunciabile della vigilia e dell’attesa): e infatti, non appena riapri, è tutto un profluvio di bene quello che ti si riversa addosso. Tanto, tanto bene: a spruzzi, a zampilli, a fiotti di bit e di files!

    Come non essere grati alla vita, per questi inestimabili doni?!?

  2. no, non sono abituato (per educazione e per scelta), a fare inutili elogi verso ciò che mi intriga, piacendomi, nel piacere del percepire opere altrui, ma, questa volta, dico semplicemente che, dopo aver ri:letto con attenzione, mi impegnerò a darne mia lettura critica mediante trasposizione timbrica che invierò a f. marotta.. con stima
    r.m.

  3. questo post…
    (quel primo commento, in particolare) è un monumento!
    L’unica cosa che posso, modestamente, fare è un sentito, entusiastico, generoso reblog…
    Che magari non servirà, al soito, a niente di niente ma, almeno, mi permetterà di fare un piccolo sospiro buttafuoriaria come quelli che si fanno dopo uno scampato pericolo o un forte dolore a cui s’è sopravvissuti…
    Un sorriso empatico…

  4. Mi preme precisare che il primo commento non è una richiesta di attenzione e di considerazione (in tutta sincerità: non me ne potrebbe fregare di meno), ma unicamente, come direbbe il filosofo Larry Massino, una prenditura di 'ulo: ognuno decida, poi, di chi e di che cosa.

    Un saluto a tutti.

    fm

  5. Francesco sei un grande, credo sia una bellissima poesia questo commento che hai scritto, a testimonio di te, sensibile come pochi, amante della poesia e amato da me, sottovoce, di più non so fare, ti seguo nel mio piccolo in silenzio, e sei uno dei pochi che stimo davvero. Apprendo con dispiacere che nessuno, più in “alto” di me o di noialtri, abbia notato il tuo talento, che dire, ci penserà il tempo…io non ti dimenticherò di certo, e grazie per questo omaggio, di cuore.

    Un abbraccio, stai bene, davvero.

    Antonio Bux

  6. L’ha ribloggato su asfaltorosae ha commentato:
    “Esilio di voce” di Francesco Marotta è l’ultimo dei libri cui il grande autore di poesia e magnate della cultura ha dato vita nel 2011.
    Il linguaggio di Marotta nel suo “Esilio di voce” incede “largo per strette vie”, corredandosi di un vocabolario naturale, arioso e spaziale, che però non cerca soluzione di adombrare il contenuto del messaggio a favore di una forma ricercata, la quale resta spoglia e dimessa, quale quella di un pellegrino in esilio, pur creando atmosfere altissime e profonde in un contesto dove ogni parola viene scelta in frase con tanta cura che, tranquillamente, si puo’ considerare l’opera di una struttura talmente “compatta”, ma allo stesso tempo “ariosa”, da poter procedere nel cammino della lettura come dentro ad una scatola cinese, permettendosi di “viaggiare nel viaggio” da poesia a poesia, essendo queste compenetranti.
    E’ un testo che si presenta diviso in tre sezioni , Imago, Speculum, Vulnus, le quali, però, più che creare una scissione fra i componimenti dell’intero testo, come spesso accade in altri casi e per altri autori, dispiegano semmai ulteriormente l’orizzonte marottiano del suo notturno “viaggio” sino all’esito di :

    “dissipare la memoria di uno specchio/
    senza tradirsi al pensiero/
    di ciò che rimane muto in quella fiamma/
    in quella banda d’illusione/
    da spremere in profili d’acqua/
    orbite di scintille e due papaveri /
    ardenti per occhi e lasciare/
    che sia questa la sera la lingua/
    che s’intorbida come un respiro/
    d’erba sul ciglio delle sabbie/
    l’oscuro di una donna tra le braccia/
    in un polverio di sguardi/
    che recitano rosari di luce/
    in faccia alla morte nel qui e ora/
    che tace che si tace insieme”/

    Credo che l’unico vero Esilio di voce per Marotta possibile sia quello cercato nelle pagine finali del libro, quel tacere che si tace insieme, a qualcuno, ad una donna, una amata, o forse è proprio la “morte” colei che tace, e le si tace insieme. Ma in fondo l’esito non si allontanerà poi molto nelle due soluzioni, se si considera il “tacere insieme” un pudore che trascende ogni gesto, nel quale la vita non è più muro, ma varco, con il complice, o con la morte che si fa spazio a chiudere ogni bocca…

    Per Marotta, lo specchio altri non è che la Mano, quella mano che si fa voce di mille:

    “ macerie in bilico e nello scollo della frana/
    tutto il candore/
    dei germogli agghiacciati/
    in passaggi di stagioni/
    materia di canto orfano dei silenzi del ramo/
    teso come un arco/
    aereo sulla superficie del pensiero/
    tra le grate del ciglio semplice traccia/
    levigata reliquia del vento/”

    E’ molto importante sviluppare un senso che ci permetta di scendere nella poesia di Francesco Marotta cogliendo il significato di quei “germogli agghiacciati”: sepolcri della memoria, che hanno da dirsi alla mente, e che non possono lasciarla inalterata in questa visione continua di riverberi congelati dell’essere, che si confronta con sé stesso ed ogni lapide di tempo incisa e ancora da incidere con la parola nello specchio scrittorio della mano :

    “ scrivi strappando chiarori di pronome/
    dalla voce la luce malata/
    che s’innerva al rantolo/
    di un verbo scrivi con lo stilo/
    di ruggine che inchioda l’ala/
    nel migrare anche la morte/
    che sul foglio appare dal margine/
    di sillabe di neve s’arrende alla caccia/
    al sacrificio necessario/
    dell’ultima lettera superstite/”

    Il pensiero e la memoria in simulacri di specchi possono, per Marotta, essere non solo “germogli agghiacciati” da mirare con strazio, ma anche carichi di un potenziale apportatore di Futuro:

    “nessuna necessità/
    nessuna figura a fare ombra/
    a luci di radura alla pagina/
    vuota che brama un disegno/
    il bilancio di un tempo/
    non ancora scaduto/
    solo una lingua che aspira/
    angoli di notte mentre il cielo/
    sgrava coralli verbali/
    orazioni dall’iride diaccia/
    di stelle appassite di specchi/
    increspati apparenti di vita/”

    Ecco che questo “Futuro possibile” entra in campo a smorzare i toni cupi del testo dell’”Esilio”, laddove lo scrittore si dà la possibilità di farsi “altro”, farsi nuovo, scrivere “altro” e “scrivere “nuovo”; perché “Esilio di voce è prepotentemente un libro sulla parola o sulla scrittura, oltre che sulla vita, nel quale ogni possibilità di vedere un verso “neonato” sulla pagina, sembra poter dare modo anche di poter creare la vita all’interno del mondo. Da questo, la grande importanza che viene attribuita all’organo della mano. Lo specchio della mano è per Marotta non appendice, ma centro vitale per lo scrittore, che la carica di un “peso grave per chi ha da portare il grave peso dello scrivere”:

    “come questa luce di specchio/
    quando raccoglierla è già spreco/
    di fulgidi rosa un chiedere al sonno/
    gli spazi/
    intagli per minimi azzurri/
    l’abuso di crescere che sia privo del prima/
    mutilata la mano da una lama/
    d’inchiostro/
    che trema sul foglio/”

    “…..
    tutto il credito di una piccola morte/
    l’orizzonte che regge la scia/
    di astri vanescenti e la tua mano/
    che ne traghetta il lutto/
    verso il largo/”

    “…..
    sfigura a brani il percorso dell’occhio/
    più spesso il corpo di una parola/
    porosa che esplode/
    sanguinante nella mano/”

    Il congedo di ”Esilio di voce” si apre ad un verso carico valenza simbolica : “nel folto intuire la traccia/
    di ciò che ci precede senza parole/ di ciò che si mostra senza lasciare/ traccia/ “

    Anche in questi versi si presume di cogliere una epifania: uno “specchio della memoria” che ci precede, senza parole e si mostra senza lasciare traccia. O uno “specchio divino”?

    Congedo

    “in tutto quanto va a morte/
    tra sostanze destinate oscure/
    e nel folto intuire la traccia/
    di ciò che ci precede senza parole/
    di ciò che si mostra senza lasciare/
    traccia/”

    “restituire l’immagine/
    al vuoto che precede alla pronuncia/
    perduta dove suono e colore/
    si congiungono indifesi/
    in ciò che arde senza pensiero/
    nel bianco che annotta inconsapevole/
    lungo il filo reclinato della luce/
    solo l’ombra che resiste intatta/
    al congedo dalla sua dimora/
    conserva legame e distanza/
    l’eco del sentiero inaugurato/
    dal passo oscuro della lingua/”

  7. così va il mondo … non solo quello letterario, ma capisco la tua delusione. Però debbo dire che non condivido tutto quel che scrivi qui. Perché io sarò pure uno zero assoluto nel panorama rispetto a te, ma non posto nel mio spazio di parole poeti che disprezzo. Ho frainteso, forse? Sottolineo anche che almeno una mail l’hai ricevuta.
    è poco è niente, lo so.
    Ciao
    liliana

    1. Ho frainteso, forse?

      La risposta è: .

      Cara Liliana, in quel commento (al quale faceva seguito un altro che, probabilmente, nessuno ha letto) l’unica notazione di carattere personale era quella contenuta nel primo paragrafetto, nel quale davo la notizia della mia rinuncia a scrivere e pubblicare: una notizia che si poteva chiosare (io l’ho fatto subito dopo averla postata) con un sonoro e chi se ne frega!.

      Tutto il resto, invece, pur espresso in prima persona (per non urtare le raffinate personalità alle quali era evidentemente diretto), vuole essere una satira feroce, ai limiti dell’invettiva, contro il malcostume che ha ridotto la rete letteraria ad un pantano: scambi, conventicole, etichette, gruppi e gruppuscoli, cirtici e criticonzoli, piccoli e grandi, che si contendono uno spazio “inesistente”.

      Credevo che l’intento fosse chiaro, vista la quantità industriale di “segnali” che avevo seminato nel testo: i corsivi, le storpiature di termini, le iperboli “al ribasso” e quant’altro.

      Se qualcuno ha capito qualcos’altro, non so che farci. Trovo solo fuori luogo il tuo riferimento alla “mail”: dalle mie parti c’è un proverbio che dice, più o meno, che “il cielo sereno non teme il tuono”.

      Ciao.

      fm

      1. Grazie Francesco! non lo avevo riconosciuto…di lui conservo il bellissimo libro: si sta facendo sempre più tardi.

        un caro abbraccio anche da parte mia
        e dal lago nebbioso

  8. Quando un autore dichiara di voler venir meno alla sua “vocazione”, e quando comunica tale decisione, si resta, è inutile dirlo, senza parole, sconfidati. Il silenzio, in questo caso dolente, è un segno di rispetto e di impotenza. Le vicissitudini/disgrazie dell’esistenza ispirano e motivano dichiarazioni, come questa di Francesco, che si presentano irrevocabili. È vero: c’è l’esistenza ma c’è la vita (che primeggia sempre), c’è il poeta e c’è l’uomo (ma il poeta non è nato forse da quelle disgrazie?), ci sono i libri (spesso quelli degli altri, di meno i propri) e c’è la vanità di sé che, come sappiamo, è sempre più forte della consapevolezza di sé. Tronfi e spocchiosi sappiamo esserlo tutti (che ci vuole?) ma equi ed equanimi costa fatica, può causare imbarazzo e fastidio.

    Di solito, quando si va a far visita a un amico, quando si è ospitati da un amico nella sua dimora, non si va mai “con le mani in mano”: c’è chi porta vino, pastarelle o qualcosa che possa essere utile per l’amico che ci ospita e per la sua casa. La sofferta indignazione di Francesco è sanguigna come quella di “Garibaldo” di Tabucchi ma una nota di lettura, per Francesco, non basterebbe, ci vorrebbe un poeta.

    Come sempre ti abbraccio, mon frère.

    Antonio (volutamente fuori tema)

  9. (via) per F.M., con affetto

    Via, via,
    sperdere, frantumando
    ogni occasione
    a sfida, il gusto, l’estremità
    eccentrica dell’arco,
    pagando, oltre il dovuto,
    a profusione
    il guizzo d’ironia, povera
    ma via, via, la miseria,
    giorni assetati.
    E voi, ancora a chiedervi perché.

  10. Come sai mi sono affacciata da poco in questo mondo ed è stato per caso ma ho stampato il tuo libro e lo leggerò per poterti dire cosa ne pensa una come me.
    Un caro saluto

  11. leggo solo adesso che “da oggi in avanti, infatti, farò di tutto per impedir/e/mi ogni altro eventuale “sperpero” in materia: di tempo, di energie, di ricerca, di studio, di attenzione a una parola poetica possibilmente non mercificata e priva del contrassegno della scadenza. L’ultimo – e senza il contrappunto di nessun rimpianto, di nessun genere.”
    non capisco se intendi una rinuncia alla scrittura e quindi una rinuncia alla comunicazione o se invece la rinuncia è *rivolta* alla mercificazione della parola. spero nella seconda opzione.
    dopo aver letto l’e-book di “esilio di voce”, l’impressione è che non sia stato scritto per ottenere tutto ciò che ti è mancato nei fatti (in questa e/o in altre occasioni), ma semplicemente per il bisogno di comunicare qualcosa. e allora? più che lamentarsi di come funziona l’economia di mercato della letteratura forse è opportuno “investire” tempo, energie, ricerca e studio non solo sulla parola poetica, ma anche su modalità di diffusione dell’arte *arternative*.
    la scelta di rendere liberamente disponibile su rebstein “esilio di voce” mi pare vada in tale direzione
    : )
    grazie per la tua poesia e *buona scrittura*.

  12. Pingback: carteggi letterari
  13. Stanotte ho fatto un sogno: ero ritornato nel bosco dove vagavo nelle mie estati di ragazzo in cerca di funghi. Ne ho trovato uno e , come allora la cosa più importante per me era correre a casa per mostrarlo a mia madre e così ho cominciato a correre sulla strada in discesa e -non mi succede da anni ormai- mi son trovato a volare fino a casa. Nel mettere i piedi in terra mi sono svegliato e subito son corso qui davanti a questo video perché sapevo che c’era qualcosa per me. Grazie, Francesco. di questo tuo regalo. Io sono lento a capire la poesia,ma mi bastano poche righe per staccarmi da terra. Ho ingollato il link di esilio di voce su questa finestra illuminata così potrò inoltrarmi nel tuo bosco e riprendere a volare. Un caro saluto Fausto (il falconiere del bosco).

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