Sulla panchina verde scomparso

Il silenzio della Solitudine

Maurizio Manzo

LA PUSTOLA

     Quel giorno Rolando Musu non aveva niente da fare. Stava seduto sulla panchina verde scomparso e provava a sentire il fruscio degli occhi che aspettavano il tempo. Anche se sapeva benissimo che per lui il tempo non esisteva, perché era morto e aveva scoperto che il tempo non si occupa più dei morti; in effetti, il tempo non si occupa di nessuno, solo i vivi pensano spesso a lui, al tempo, come a una cosa di fretta nel mondo.
     Poggiava, di frequente, briciole di pane sulla pustola aperta che aveva sullo zigomo. Prima ancora di accorgersi del suo stato, si accorse di una formichina che si affacciava in bilico nella purulenza e guardava il mondo di fuori. Rolando Musu pensò alla formichina come alla sua anima che reclamava nutrimento e non glielo fece più mancare.

TROPPO PIENO

     Non c’era un orario preciso, perché non c’era più orario nello stato di Rolando Musu, perciò pensava all’ultima volta che era vivo con una frequenza che non era possibile quantificare. In realtà tutto questo lo stordiva, l’eternità gioca brutti scherzi. È difficile ricordare quando si è stati vivi quando si è morti.
     La cosa che più faceva ridere Rolando, perché si ride anche da freddi, era vedere i ragazzi che si fermavano davanti alla sua panchina per sfotterlo, mettergli le dita nel foro del suo zigomo facendo schizzare pus da tutte le parti. Il suo sorriso smontava la boria di quei ragazzi che si allontanavano schifati ma soprattutto indeboliti.
     Non si chiedeva come mai gli altri potessero vederlo, addirittura toccarlo. Non ci si chiede certe cose, se non altro per non turbare la felicità del momento in cui qualcuno sembra accorgersi di te.
     Lo stato non era di apatia, piuttosto quel momento in cui scompare la memoria e il pensiero non si compone, un troppo pieno che si aziona e crea il vuoto, alleggerendo ogni senso.

LOCULO

     Quando si suda a volte si puzza. Rolando Musu aveva smesso di sudare, ma non sapeva se avesse smesso di puzzare.  Nella panchina verde scomparso che occupava ogni giorno, ogni tanto sedevano al suo fianco altre persone. Rolando osservava il loro naso, le pieghe, se l’arricciavano, se si guardavano tra loro.
     A volte credeva di fare qualcosa tipo pisciarsi addosso. Non sentiva il calore scorrere sulle cosce, ma gli sembrava di farlo. Quasi sempre le persone si alzavano dalla panchina, allontanandosi con passo spedito e stizzito.
     Quel giorno Rolando Musu si recò in banca. Girava nella sala enorme e guardava gli sportelli che gli parevano ognuno una tomba familiare. I suoi non ricordi lo spingevano comunque a pensare che si trovava in un cimitero. Per lui era quindi normale, condividere il dolore con i clienti della banca, che sembravano in fila per un ultimo saluto al proprio caro.
     Il più triste era l’angolo, che alcuni signori eleganti e ritti che strisciavano le suole in cuoio sui pavimenti lucidi, chiamavamo sofferenza. Le persone che bussavano a quella porta avevano il vuoto più vuoto di quello di Rolando, che era morto. I passaggi per la sofferenza erano tre: primo, sei una persona a cui inchinarsi; secondo, produttore di utili; terzo, numero senza più volto a cui evitare di stringere la mano.
     Rolando vide un signore porgere il bancomat a uno dei signori eleganti che strisciavano le suole sulle punte e questi precipitarsi a romperlo con un paio di forbici; ingoiare il foglio che autorizzava la persona a prelevare, rinnegare tre volte di averlo autorizzato.
     Qualcuno mise poi un braccio sulle spalle di Rolando, e lo accompagnò dolcemente verso l’uscita. Lui guardò in viso quell’uomo che sembrava porgergli tenerezza e cercò di spiegargli che non gli era morto nessun parente. Ma non appena superata la porta, che a Rolando sembrò di attraversare, quell’uomo lo spinse fuori, fuori dai coglioni; così a Rolando parve di capire.

LA PALLONATA

    Gli sembravano più strane di sempre, le grida dei bambini e dei ragazzi che giocavano nei giardini. Rolando guardava con la meraviglia di chi vede la vita per la prima volta. Quella volta di quando ti accorgi che mancarti il respiro sarebbe terribile. Lui che di vita non ne possedeva più, sentiva questa malinconia attraversarlo.
     Allora si disse che forse era meglio rallentare la visuale e siccome non poteva più chiudere gli occhi, si mise una benda ben stretta sugli occhi e iniziò a girare intorno alla panchina verde scomparso, mormorando non devo guardare!  Non devo guardare! Non devo guardare!
     Poi arrivò una pallonata dritta sul petto. – Questo è qualcosa che un tempo avrebbe potuto fermarmi il cuore. – disse, staccandosi il pallone che aveva affossato il suo torace e lanciandolo alla cieca verso la voce che lo reclamava. – Puoi continuare a giocare – mormorò – io non guardo.
     Solo a sera tarda, Rolando Musu, smise di girare intorno alla panchina verde scomparso e togliendosi la benda, provò a guardare nel buio sperando di non riuscire più a vedere per quella giornata.

SGARBO

     Perché al mondo scopri come sei giunto. Voluto o non voluto. Mentre non scopri come sei morto. Anche se torni, torni vuoto. Alcune persone vorrebbero sapere perché ti sei ucciso. Perché ti hanno ucciso. Cosa guardavi quando sei uscito fuori strada o cosa pensavi guardandola negli occhi.
     Rolando Musu era irrelato. A parte un po’ di fuliggine che svolazzava quando si muoveva, non si sapeva cosa gli era successo. E lui non poteva svelarlo, era retto dal nulla. Anche se il mistero è una cosa che appartiene più ai vivi che ai morti, Rolando aveva riportato indietro con sé l’enigma.
     Perché poi, per vivere abbiamo bisogno di sapere più di ogni altra cosa non come e perché si muore, ma perché ci si uccide, questo sgarbo alla vita mentre noi invece la stringiamo, stritoliamo.

LUISA

     Le si avvicinò tiepida. Rolando Musu avrebbe dovuto tremare e battere i denti, seduto nella panchina verde scomparso e il freddo dell’inverno più rigido da che lui era scomparso allo stato dei sensi.
     Luisa stringeva le guance di Rolando cercando di farsi capire. Rolando non parlava e non capiva più quello che può definirsi una lingua. Anche se lui accennava, parlava, stringeva i pugni per immaginare di urlare, per il resto che circolava intorno a lui, non era così. Però non smetteva di guardare e di vedere, e vedeva Luisa ed era come capirla, perché un tempo sicuramente l’avrebbe capita.
     Luisa smise di stringere le guance di Rolando. Frettolosamente e goffamente iniziò a baciarlo su tutto il viso, soffermandosi a succhiare il pus dal foro che Rolando aveva sullo zigomo. – la formichina – disse Rolando guardando Luisa, che non capiva, e sporgendo fuori la lingua cercava di prendere l’insetto per rinfilarlo nel foro.
     Anche lei pensò alla formichina come alla possibile anima di Rolando. Allora mosse gli occhi come a tentare di scusarsi e scese le mani cercando quello che doveva essere una cintura per i pantaloni, ma era uno spago che aveva un fiocco ordinato, che lentamente sciolse.
     Rolando oltre ad aver smesso di pensare, aveva smesso di stupirsi, e non dava altri significati al di là di quello che era, mentre vedeva Luisa aggrappata al suo pene lungo e duro. Un bisbiglio era quello che provò a dire nel vuoto che rimbombava intorno alle sue parole.— Forse sono morto impiccato! – e anche la formichina si agitava scivolando sul pus.

RISTAGNO

     L’eco del verso degli uccelli disfaceva i cerchi che brillavano nelle pozzanghere e che Rolando Musu creava con lo sputo.
     Per Rolando riuscire a fare cose da vivi era un modo per passare l’eternità. Non sapeva di fatto, in quanto privo di memoria, la differenza tra la vita e l’eternità, e se poi esisteva.
     Lo sputo di Rolando era solo un gesto, era asciutto. Come poi si formavano i cerchi nessuno se lo chiedeva. In fondo a chi poteva importare. Però Luisa guardava spesso Rolando fare azioni da persona viva; lo ammirava, guardava i suoi gesti e i movimenti che lei pensava di altri luoghi, perché era come se lasciassero una scia trasparente, un alone che si tratteneva dopo il movimento. Le ricordava una videocamera in assenza di luce trascinarsi qualsiasi piccola cosa chiara con sé.
     Luisa assecondava Rolando. A lei nessuno aveva mai detto che Rolando Musu era morto. Per quanto ne sapeva, poteva essere morta anche lei. Stavano sotto e sopra la panchina verde scomparso, e spesso si attorcigliavano. Anche la prima sera che Luisa si era avvinghiata a Rolando, non trovò strano che dopo tre ore di maneggiamenti, risucchi e amplessi costanti, Rolando non schizzasse il suo sperma e non cedeva la sua durezza al moscio ripiegarsi.
     Rolando osservava Luisa e il suo non chiedere altro che stare con lui. Qualcosa che si avvicinava a un pensiero trasversale smosse il cranio di Rolando, che per uno stato diverso dal suo non stato, questa situazione poteva essere sicuramente la felicità.

***

7 pensieri su “Sulla panchina verde scomparso”

  1. Ho incontrato Rolando sul blog di Maurizio, anche se era già venuto al mondo in un altro testo. Maurizio Manzo scrive in un modo che non lascia scampo, sempre, ogni testo, così dopo aver letto ” La pustola ” sono rimasta lì, immobilizzata, senza scampo. Ho macinato quella piccola prosa per giorni, sopraffatta dalle immagini così vive di una morte passata per quel corpo, ma alla fine di ogni rilettura mentale c’era sempre quella fromichina, vivace, affamata e quel gesto semplice, calmo, compassionevole e fiero insieme, di nutrirla. La formichina di Rolando è la più bella definizione di anima che io abbia mai letto. Penso alla mia, quando la guardo entrare e uscire di scena e da Rolando, nella sua storia; penso alla mia e mi piace credere che sarà così che andrà, che sia già così ad ogni piccola apparente morte quotidiana. Ma la morte in questa storia conta davvero poco, è una comparsa. C’è qualcosa che scorre, di riga in riga, di prosa in prosa…Rolando la raccoglie nell’ultima e la riconosce come felicità, io sento di poter fare lo stesso insieme a lui.

    Ciao Mauri :)

  2. Ciò che di vivo rimane nell’occhio sono le immagini partorite dalle parole, ancora rimbalzano come schizzi impazziti nei miei, una lettura che ho davvero apprezzato,
    un sorriso Maurizio e un saluto a tutti
    Tiziana

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...