L’osservatorio

L'osservatorio

Francesco Dalessandro
Rosa Salvia

Diviso in quattro libri o canti, L’Osservatorio di Francesco Dalessandro si snoda dal mattino alla notte in una giornata che accoglie in sé molte stagioni ed esperienze (Elio Pecora)  in una Roma illuminata d’intermittenza, luogo sconfinato e arcano, da indagare senza sosta, attraverso un verso sciolto che fluisce naturale, accogliendo ogni più piccolo dettaglio. La successione di immagini verbali e visive introduce assai bene una delle principali peculiarità della poesia di Dalessandro, quella che riesce a coinvolgere il lettore, al di là del significato stesso del verso, in un’”avventura percettiva” estremamente individuale. Il poeta lascia che un’immagine “si crei” emotivamente dentro di sé per poi applicare ad essa il necessario supporto critico e mentale attraverso un attento certosino lavoro di cesello. Non a caso  Dalessandro nella raccolta Aprile negli anni edita da Puntoacapo nel 2010, poesie che cantano l’amore in tutte le sue espressioni, di pensiero e di carne,  cita E. E. Cummings: “Io amo soprattutto quella precisione che crea movimento”.  Dunque il poeta affronta la scrittura come una rigorosa disciplina quasi ascetica, oserei dire, in cui la parola diviene forma privilegiata del viaggio interiore, della ricerca e di una più alta comprensione di sé e del mondo. C’è il fascino che appartiene ai poeti più veri, cioè quello di pensare il luogo in versi, di sapere come fissarlo dentro marche ritmiche che ne rappresentano nello stesso momento il tempo e, per somma intrigante contraddizione, il loro essere fuori dal tempo. Sicché la prima impressione che si ha di questo finissimo testo poetico è che sia una sovrapposizione prospettica di emozioni ed idee e che la sua interpretazione consista nello “sfogliare” progressivamente gli strati di immagini, sino a raggiungere il centro, il nucleo dell’idea-base: coniugare l’affanno del nuovo e la franca parola della musa (come osserva Gianfranco Palmery) che il poeta invoca affinché torni ad ispirarlo “con l’ansia la pazienza / ai versi necessaria col loro lineiforme / stratificarsi, frecce scagliate dritte / al bersaglio [..]”. Il procedimento non è lineare, nel senso che la poesia non è costruita verso dopo verso, ma piuttosto “centrale”, o rotatorio, dato che a condurla è l’emozione significante totale. La struttura fonica insieme con le scansioni ritmiche e percussive si avvale di quel binomio essenziale nella poesia: suono e luce, che Dalessandro riesce ad esprimere attraverso una lingua sia classica, in virtù della chiarezza sintattica, non solo di senso, sia barocca, laddove “la ridondanza” sembra accrescere, anche in termini di ornamento, l’idea di una raffinatezza formale che vuole avvolgere il lettore, senza lasciar spazio alle pause, in un furioso, rapinoso clangore. Il paragone con i metodi costruttivi del cinema è immediato: inarrestabile scorrere di immagini che si sovrappongono come le immagini di un film. E la proiezione, in questo caso, è la poesia stessa nelle sue sequenze che contengono il fluire del tempo vissuto come bergsoniano ritmo interiore, ritmo del respiro che rompe le difese, flusso vitale e  ritorno alla sensazione di perdita e di disgregazione della morte,  sequenze che contengono il senso del dolore e la foga del desiderio (e dolore e desiderio possono essere persino sinonimi afferma lo stesso Dalessandro in un’intervista rilasciata a Carmelo Pinto sul blog “La poesia e lo spirito”), il balsamo della memoria e il castigo del desiderio o, al contrario, il castigo della memoria e il balsamo del desiderio; sequenze, in ultima analisi, da cui traspare l’idea che l’arte e la creatività siano alimentate dal desiderio carnale e al contempo dal ruolo della morte nel perpetuarsi dell’amore. Dalessandro non rinuncia mai a possibili punti di appoggio, indispensabili a creare un cuscinetto, uno spazio vitale che possa davvero “pesare” sulla bilancia del reale, contribuire a sbilanciarlo verso una qualche forma di bellezza. Non è il Keats della diade bellezza-verità quello che viene alla mente, bensì l’impegno di un poeta che vuole anche essere testimone del proprio tempo. Senza che questo debba necessariamente implicare lo schierarsi da questa o quella parte finendo inevitabilmente per assumere un linguaggio, una retorica, e parlare solamente attraverso quelle aperture. Significherebbe cedere alla forza delle parole altrui, alla doxa, al chiacchiericcio, e rinunciare al profondissimo atto di libertà che è il cercare di fare poesia “nuova”. A tal proposito Dalessandro sempre nell’intervista rilasciata a Carmelo Pinto afferma che la sua poesia non vuole essere d’avanguardia, ma vuole rappresentare ciò che l’uomo sente, ciò che l’uomo “vede” nella consapevolezza, aggiungo, della doppia natura della realtà, della sua unità e separatezza, della simultaneità della vita e della morte attraverso una sintassi, un ritmo, una musica che diventano segno e veicolo di una coscienza più limpida e di un’esistenza più piena.
(Rosa Salvia)

 

Testi

 

II – marzo
 
 

Così, scesa la sera con le fragranti ombre
lilla avvisaglie della prossima trionfante
primavera dietro il colle Vaticano tornati
con sollievo il bel tempo e l’avvenente luce
tardiva dell’ora legale, le reti di un altro
giorno della vita passato con fatica
nelle invernali e chiuse stanze con fili
di storie riparo e mentre a rinarrarmi
ore e freschi orizzonti tremuli d’ali e cirri
nel precipite sereno vaganti io riprendo,
sui chiari viali accecati di luce sui platani
frementi di piume vive foglie e i brevi
tornanti avvolgentisi in alto, dove pini
e cipressi incoronano la vetta e luminoso
l’Osservatorio al loro centro dominante
con l’oro delle cupole sul basso mondo
e le viventi sue stagioni ora si leva fermo
e fatidico emblema di sé, già il crepuscolo
si addensa
dopo cena – tornato il silenzio la casa
tranquilla addormentandosi la città,
bava di luci oltre le chiome al vento
del Pineto notturno gementi, lontana
preparata al riposo – le ragioni
della resa ritrovo, premessa ai versi
che l’io sentimentale secerne con ingenua
vena (canto stremato) nell’adagio della
fresca notte marzolina al compleanno
imminente promessa d’acqua e fuoco
che scaldi alla sua lingua il discorso
fatuo d’amore e morte, e doloroso errore…

 

*

 

II – settembre
 
 

nelle sere tranquille, quando l’ultima
cicala s’è spenta e l’aria si addolcisce
nei minuti precedenti le prime
finestre accese e l’insonnia di chi l’afa
della città non può fuggire, le linee
tormentate dei miei versi come nere
colonne di formiche in marcia
o solchi arati con lavoro paziente
vedo brillare: in pace con me stesso
scendo in giardino e aperta l’acqua innaffio
la rada siepe di lauro che cerchiamo
da tre anni di crescere, mia
poesia

 

*

 

IV – 2  (Mare delle passioni)

Perché nato un nuovo giorno come ogni
giorno levo le vele della mente verso il mare
aperto delle passioni, navigo temendo
e sperando il loro assalto, tremo preso
nel guasto degli anni nel turbine
dei pensieri, avversi venti, furiosa
smania e malinconia mi spingono
a una discesa leggera oltre la porta
angelica del peccato, cuore oppresso
dal peso dell’attesa per l’accorato
amoroso mattutino messaggio di una luce
assiderata traboccante nell’incerta
volontà dell’amore eppure assorto
nella derelizione di quest’ora (mai
azzurro fu più mite mai mattina
più inquietante e feconda di questa era
nata ai miei occhi opachi mai più pigre
nubi dell’anima trascorsero e indolenti
passeggere verso oriente vidi perdersi
e svanire schiarirsi l’orizzonte), mentre oscura-
mente nato lo sconforto, come il viola
dei glicini muri e ringhiere di balconi
e giardini, mi avviluppa e riconosco
nella pallida ombra dei platani nel verde
vivo di nuove foglie una confusa
speranza e un’ansia mite nel tepore
d’aprile vincente (anche se fuori
stagione) come in me quei divergenti
sensi e buie passioni nitore di ricordi
redivivi smanie e idilli giovanili,
presaghe delusioni di più vili anni
futuri.

 

*

 

IV – 8 (Il mattino)

Strane voci nell’aria del mattino
festivo destano all’ansia alla pietosa
luce che scalda l’erba e i verdi lauri
del giardino dirada le notturne
brume scioglie la brina uccide i sogni
avviando cuore e mente dal torpore
della bassa pressione uscenti come
il sole dai nembi a fatica l’albanella
dal fitto dei rami – è il tempo incerto
dell’autunno romano quando nei viali
maculati di ruggine strepiti d’ali
e richiami chiassosi di storni dalle chiome
ramate dei platani levandosi a chi sosta
o transita oscurano la vista l’azzurro
mattutino mitissima procella sopra Monte
Mario vaniente oltre le antenne e l’ocra
sporco e vecchio dei Prati – mentre prende
vita la strada e a poco a poco cresce
il frastuono del traffico si anima la casa
si scaldano voci e finestre, ma il rumore
ferisce e risveglia il dolore sopito
di una passata età che si credeva
sepolto nel costato insieme a morte
passioni acerbi inganni giovanili
e quel dolore l’angoscia magra smania
di perdersi nutre come i tiepidi raggi
novembrini l’opulenta magnolia le sue
grasse foglie ondeggianti alla fredda
tramontana, così me tra desiderio
e abbandono oppresso dall’inquieta
sedizione del cuore nella nemica aria
fragrante nell’amorosa luce di un sereno
sguardo poi che ignaro di quanta
tenebra offuschi il mio e i miei pensieri
incapaci d’amore e vita ormai
fuori da ogni partita che ancora
gioventù nei lunghi giorni gioca
mentre a me gli anni sono corti
e difficili, incerti come questo mattino
maturato con passaggi di nuvole
e paure nel cuore nel cielo turchino.

 

*

 

IV – 9 (Sirena)

Avverrà in questo terso mattutino
cielo di novembre dopo i morti anche la mia
redenzione? la vite risanguina sul viale
vena il verde del muro lo insanguina
la siepe incurabile muore, vacillante
volontà mi sospinge dopo mesi, una sirena
dopo l’altra clamanti insistenti vocalizzi,
nel fresco mattino sereno a fare versi:
clemente quiete nel giardino assolato
e solitario dopo il sonno e la notturna
pioggia, indugio in minuzie ma non devo
disperare se immagini sfocate coglie il miope
sguardo: un nido caduto guscio vuoto
annerito dall’acqua gocce-luci sui tralci
dell’edera brillanti verdi tenere o dorate
escrescenze aghi e foglie la pozza l’invaso
d’acqua morta e liquami il filare dei lauri
il rastrello e la forbice l’erba tagliata,
una lumaca vi traccia scie d’argento,
la giornata si scalda le nostre tartarughe
passeggiano caute sulla terra umida
il traffico scorre, una piena anche la nostra
vita, passano cirri e stagioni noi restiamo
abbandonati nei giorni deserti rubricati
nelle vecchie istantanee di un album
che a sera la mente risfoglia, l’età è mondo
e passato una pozza d’acqua scura
dove trote argentate crescono i ricordi
nuotando e ingrassando sfuggenti
l’esca e l’amo del presente della mia
poesia.

 

Francesco Dalessandro
L’Osservatorio
Bergamo, Moretti & Vitali, 2011

 

***

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4 pensieri riguardo “L’osservatorio”

  1. Desidero ringraziare Enzo Campi per aver accolto il mio articolo in questo interessantissimo blog letterario che ho scoperto da poco dietro suggerimento di Manuel Coen. Rosa Salvia

  2. Ringrazio Rosa Salvia per la sua lettura – così attenta, così acuta, anzi, aguzza, così precisa – del mio libro. E ringrazio Rebstein che la ospita, insieme ad alcuni testi.

  3. Grazie a te Francesco D. per la tua bella poesia. Ho avuto modo di leggere tutti i tuoi libri, li ho studiati, approfonditi e c’è sempre qualcosa di nuovo che mi stupisce.

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