Ligature

Enzo Campi
Giorgio Bonacini

Fin dal titolo (e sappiamo che i titoli in poesia non sono dei semplici dati indicativi) questo poema di Enzo Campi sviluppa con estrema coerenza, il suo percorso dentro il fare di una lingua che cerca in sé l’esperienza significante. Uno scavo interno perché fuori dalla parola poetica “la moria dei referenti” non può che ricondurre necessariamente alla fonte sorgiva del legame tra la parola e il dire. Là dove il vero si consegna in metafore e i significanti raggiungono grumi o nebulose di significati e segni. È da qui che il senso scaturisce in voce intima: a volte allusiva, a volte decisiva. In poesia il percorso che i testi ci indicano non è quasi mai lineare, e tanto più in quest’opera che, respirando su se stessa annoda distanza e vicinanza, così che può essere compresa (in una delle sue molteplici comprensioni) anche partendo dall’ultima poesia: che è la fine iniziale di un reticolo indecidibile ma, in alcuni punti di snodo, determinato. Così l’autore, a partire da un brusio, da un soffio strozzato che il poeta, ultimo vero parlante, nell’impossibilità di trattenere, riesce ancora a pronunciare, arriva a dire (ma non a tutti, non al conforme, al “coro dei feticci ” che chiede la prima pietra ) che non può indicare una strada precisa. Perché nessuno può dar seguito a questa richiesta; nessuno che sia, mente e corpo, lucidamente dentro una scrittura viva. Scrittura che è rifiuto di ogni rigidità semantica, ogni illusione comunicativa e ogni allusione a un senso compatto. Il poeta, quando dà voce al suo pensiero in grafìa e fonìa, pone ogni volta in essere un passaggio che si auto-riforna continuamente. Sembra ripercorrere i suoi passi, ma in realtà “cancella le sue orme” anche dalla sua coscienza, elimina i vecchi accessi dalla sua conoscenza e riporta il tutto a una nuova consapevolezza. Non c’è allora nessun contrassegno primigenio, nessuna primordiale pietra perché ve ne sono, fra le tante, almeno due a porre il segno metaforico del reale che il viandante/scrivente riconsidera continuamente (in eterno), incoraggiando l’apparente incomprensibilità (l’enigma) dei gesti sonori o silenziosi. E queste due sono: la pietra di fiume e la lapide. La prima, posta in mezzo alle turbolenze d’acqua del senso, ne devia i passaggi senza preavviso né preveggenza, dove è anche possibile una sua dissoluzione o un suo esodo. Poiché il senso, che ha significanza solo quando il fiato si concretizza in voce e il movimento in scrittura, può rimanere tale anche deflagrando in barlumi o in frantumi, o arrivare fin dentro le lontananze di parole che a volte sono “chiamate a franare”. La seconda, che sembra nominare un punto fermo, in realtà chiama alla sottrazione, liberando la poesia, con un atto di ribellione estremo, anche dalla fonte sorgiva. A tal punto da addentrarsi, “nel poco che rimane”, in sopraffazioni di senso che incorporano nell’oscurità un magma sillabico, fino al dolore di un ribollio sovrabbondante. Ligature è dunque un poema ricorsivo che emerge dalla fluidità e dalla vicinanza di un’inevitabile conseguenza poetica: sia che la parola, come una lama, tagli la realtà, sia che ne riconsideri, come un pennino, le diverse modalità, resta sempre indistinguibile dal suo dire, dal suo fonema esistenziale che “vorrebbe far riemergere il silenzio”. (Giorgio Bonacini)

Testi

solo libere andate
e reclusi ritorni
minima la pioggia
a colmare la crepa
sfocato residuo
che rigenera altro
dal necessario
e si svela l’incanto
nel simulato incarto
da cui esonda
l’infertile seme

*

dicono poco o niente
del particolare per
abulica mania ma
alludono al coatto
universale per poco
che sia o per il niente
che sarà e celano
ciò che cala dall’inguine
dismesso e si comprende
bene la solfa sperando
che la disposizione
di veti e veli sia
massima e fluente

*

non fu risoluto
a urlare lo sdegno
né mai lo ritennero
abile a tenere per
mano la labile babele
che regola il flusso
delle maree in cui
rischiare l’approccio
con la risacca e ancora
oggi coagulando mito
e misticismo si chiede
perché debbano essere
sempre gli altri a decidere
se sia lecito e produttivo
praticare l’asfissia

*

a riffe confuse dadi smussati
e inconclusi a cose di poco
conto se pure enumerate
come innestate in chiare
legende o vacui palinsesti
o elenchi puntati alla meno
peggio a cose di troppo che
esondano dalle meste bordure
a fissaggi di lampanti refusi
a cadute di fonemi slabbrati
livide ingessature e scarti
semantici a tutto quello che
qui si dice a tutto l’altro che
qui si tace coincidono sull’asse
uno o più spaesamenti

__________________________
Nota biobibliografica

Enzo Campi è nato a Caserta nel 1961. Vive e lavora a Reggio Emilia dal 1990.
Autore e regista teatrale dal 1982 al 1990 con le compagnie “Myosotis” e “Metateatro”. Video maker indipendente dal 1990; ha realizzato svariati cortometraggi e un lungometraggio: Un Amleto in più. Ha pubblicato: Donne – (don)o e (ne)mesi (Genova, 2007); Gesti d’aria e incombenze di luce (Genova 2008); L’inestinguibile lucore dell’ombra (Parma, 2009); Ipotesi Corpo (Messina, 2010); Dei malnati fiori (Messina, 2011). Ha curato l’antologia di prosa e poesia Poetarum Silva (Parma, 2010) e numerose postfazioni in volumi di poesia. È presente in diverse antologie. Suoi scritti critici e poetici sono reperibili su riviste e in rete su svariati siti e blog di scrittura. È redattore del blog letterario “La dimora del tempo sospeso” e cura il blog “Letteratura Necessaria”. Ha diretto per la Smasher Edizioni la collana di letteratura contemporanea Ulteriora Mirari e coordinato le prime due edizioni dell’omonimo Premio Letterario. È ideatore e curatore del progetto di aggregazione letteraria “Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze”.
__________________________

Enzo Campi, Ligature
Prefazione Giorgio Bonacini
Piateda (SO), CFR Edizioni, 2013

Per ordinare il libro
info@edizionicfr.it

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18 pensieri riguardo “Ligature”

  1. Poesia di implacabile, astratta coerenza. Penso a “Ligature” come a un termine musicale antico, di eco frescobaldiana.

  2. Io non ci vedo altro che un frastuono di parole che si guardano in cagnesco l’una l’altra, né so da dove il commentatore abbia tratto tutte quelle dipinture che effonde senza nessun quadro orientativo. Ché cos’è, infatti, “una lingua che cerca in sé l’esperienza significante”? Come si rinviene il suo nord e il suo sud entro l’insieme testuale? Né è possibile dir meglio degli altri successivi commenti, ché, per es., non si capisce che sia una “poesia di implacabile, astratta coerenza”, né si riconosce nessuna “eco frescobaldiana” durante la lettura di questo che si vuol chiamare poema senza che vi appaiano segni di connessioni o corrispondenze o correlazioni interne. Questa è la mia verità. E la cultura – specie quella letteraria – ha bisogno, ora come ora, di limpida e incontestabile verità. Altrimenti muore.
    Domenico Alvino

    1. “limpida e incontestabile verità”? in letteratura?
      credo che ci siano modalità più costruttive per praticare l’utopia

      *
      in quanto all’eco frescobaldiana, Ercolani si riferiva -come del resto espresso chiaramente- alla suggestione del “termine” ligature

      *

      chi mi conosce sa che non pecco mai di presunzione, quindi nessuno sentirà mai uscire dalla mia bocca frasi come “questa è la mia verità”.
      credo che in poesia non possano esistere il nord e il sud, un punto di partenza e un punto d’arrivo. non si porta a compimento alcunché. verrebbe meno il senso stesso di “fare” (poiein) poesia. non c’è un 1 e un 10, ciò che conta è l’attraversamento di ciò che sta nel mezzo, il percorso da compiere, in cui finirsi e sfinirsi. e ancora: la linea che congiunge l’1 al 10 non è retta, non può essere retta. se fosse retta si scriverebbero delle mere “cartoline”.
      che poi concetti come questi possano o non possano essere condivisi è cosa che non dovrebbe riguardare chi scrive.

      *

      relativamente alla “presunzione” di poema e alla mancanza di “connessioni, corrispondenze, correlazioni” ecc, credo che sia quantomeno sbilanciativo “sputare” una sentenza sulla base di soli 4 testi

      *

      per le “dipinture” del commentatore (prefatore), naturalmente non tocca a me rispondere

      *

      grazie del passaggio e del commento!

  3. Egregio Alvino, purtroppo lei è capitato davvero male: noi, qui, siamo per la morte, possibilmente cruenta, della cultura – specie quella letteraria – e della verità: è per questo che, giorno dopo giorno, cerchiamo di affrettarne il trapasso con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione.

    Se cerca qualcosa di vivo, coerentemente col suo “quadro orientativo” e coi suoi punti cardinali, deve rivolgersi altrove: la rete trabocca di dipinture effusive sicuramente più rispondenti alle esigenze del suo raffinato palato di poeta e critico.

    Cordiali saluti.

    fm

  4. Mi soffermo su questi versi che racchiudono ai miei occhi il senso delle “Ligature” di Enzo Campi:

    a riffe confuse dadi smussati
    e inconclusi a cose di poco
    conto se pure enumerate
    come innestate in chiare
    legende o vacui palinsesti
    o elenchi puntati alla meno
    peggio a cose di troppo che

    Si guarda in faccia, si dice il rischio – affastellare accatastare asfissiare – e, allo stesso tempo, si mantiene la misura, si dà voce (anche quando questa si affievolisce: “non fu risoluto/ a urlare lo sdegno”) all’intervento, che supera il mero assommarsi.

  5. Forse Enzo sono sempre gli altri che decidono le asfissie, bisogna averne la tempra. Dice bene nella nota Bonacini, non si può indicare la strada ma si può, forse per poco ancora, avere una voce. In bocca al lupo col libro.

    1. il testo in questione viaggia tra l’opposizione capo/coda, ovvero tra la sola apparente inconciliabilità tra l’urlo e l’asfissia, e rinvia direttamente alla componente orale della poesia. un suono emesso in tal senso, inarticolato, strozzato, come dire reimpastato (ma anche glossolalico, se volete) diventa incomprensibile. da qui l’inevitabilità della “labile babele” che mescola tutte le lingue rendendole inabbordabili, da qui anche l’incapacità di “tenere per mano” la scrittura, ovvero di assoggettarla. ma la “voce”, per quanto inarticolata o fuorviata, resta, sempre e comunque

      (qui aggiungo qualcosa anche per Marzia)

      tra l’urlo che non riesce ad essere “risoluto” e l’imposizione di un’asfissia non scelta (e qui viene meno la “chance” – così a proposito di collegamenti e correlazioni…) vive una sorta di voglia d’ “abbandono” (“rischiare l’approccio con la risacca”), anche di mettersi a tacere, ma, beninteso, per propria –lucida e premeditata- scelta, che è anche quella di “coagulare mito e misticismo”, come per esempio qui

      l’animale che ci sorprende
      nudi e provoca il disagio
      la voce la sola che possa
      dire isola senza colpo ferire
      la zattera che aspira alla
      deriva il nerofumo che si
      spaccia per vapore o nebbia
      il punto ortivo a cui ogni
      verbo vorrebbe tendere
      la mano non sono mirabili
      espedienti per restare al passo
      ma solo meteore semantiche
      per approdare nella radura
      e rivendicare il diritto di
      affiancarsi all’inesprimibile

  6. Vorrei soffermarmi, in primis, sull’ultimo testo, presentato da Enzo. Vi noto una tensione, non di verità a senso unico, piuttosto legata al bisogno di essere autentici in un contesto, letterario e non, a volte, assurdo ed inusuale come il nostro. Accanto ad essa si evidenzia, in tutta la prova di scrittura offerta in questa sede (dunque anche negli altri tre), sottotraccia, una specie “pietas”, ossimoricamente impietosa:

    “…non fu risoluto
    a urlare lo sdegno
    né mai lo ritennero
    abile a tenere per
    mano la labile babele…”

    Peraltro il ‘vero’ oggi è un po’ come la ‘bellezza’ che, sulle ginocchia del poeta (Rimbaud), appariva “amara”. Il labirinto di significati rappresenta, a mio avviso, una proposta, condotta senza pregiudizi e aperta alla complessa valenza dell’umano.
    Perdersi, a tal uopo, vuol dire riconoscere il sé autentico, filtrare, attraverso il becero e conformistico rumore di fondo, quei segnali, ‘scollegati’ perché svincolanti e liberatori. Lo scopo sarà, presumibilmente, condurre il proprio cuore e la propria ragione, non già fuori dal labirinto, verso l’ossequio dello status quo, piuttosto alla ricerca di un ulteriore livello fondante il tutto, nella sua radicalità. Lo stridere, il contrasto del senso comune devono ‘scombinare le carte’ se vogliamo metterci in gioco e soprattutto “invenire” (invenio) la poesia come istanza e ‘chance’ ultima di chi non ha da perdere… un paradiso fiscale o un regno di potere! Un ringraziamento a Francesco, inoltre, per le molte cose che sa dire (e testimoniare). Marzia Alunni

  7. per marzia e anna maria (ma anche per tutti gli altri, naturalmente)

    così, en passant

    al di là della lotteria (il gioco/giogo al massacro; riffa sta anche per lottare), dello “smussato” e quindi inedito (ma nemmeno più di tanto, proprio perché “inconcluso”) dado mallarmeano, delle cose di poco conto [quindi inutili, ma necessarie proprio perché tali (Bataille docet)], della serie delle enumerazioni: legende, palinsesti, elenchi (perché questi ultimi siano “puntati alla meno peggio” è cosa lampante: il punto è “conclusivo”, l’elenco lascia invece le porte aperte ai rinvii), ovvero alle “cose di troppo che esondano dalle meste bordure” (per le bordure e/o bordature si può tranquillamente attraversare –“cadendo” e mancandosi- tutta l’opera di Derrida), al di là dei presunti fissaggi (nulla è immobile, soprattutto la scrittura, soprattutto un certo tipo di scrittura), degli scarti tra sema e soma, a tutto quello che si dice o si potrebbe dire, a tutto quello che si omette proprio mentre ci si illude di dire, ciò che qui conta (forse l’unica cosa che può essere “contata”) sono gli spaesamenti, l’impossibilità di una ap-propriazione, l’inevitabilità che non possa esistere una propria dimora, almeno per quelli che possiedono e praticano un minimo di discernimento, la necessità di un percorso da compiere, anche e soprattutto se si è consci che non ci sarà mai un punto d’arrivo e che gli spaesamenti continueranno a giustapporsi (il ritorno della serie, degli elenchi, ecc) implacabilmente.

    nb lascio ai fruitore la facoltà di scegliere se l’ “asse” in questione sia quello paradigmatico o quello sintagmatico

    nb 2 l’esondazione che qui si vagheggia non deve essere intesa solo come “tracimazione”; in realtà anche frequentare (praticare) i margini e frequentarsi (praticarsi) sui margini è condizione necessaria per avvicinarsi all’alea (e qui intendo letteralmente “rischio”) sacrificale che attraversa l’intera opera. ma, attenzione, il sacrificio non è sacrale (e quindi idealizzato), è molto semplicemente “umano” (“umano troppo umano”, fino al punto di essere considerato disumano). una sorta di pacata “lotta” (la concordanza di radice con “lotteria” è semplicemente voluta – con o senza riferimenti alla “chance” e al fantasma mallarmeano che qua e là esonda dalle “pieghe”), dal latino lùc-ta e dal greco lyg-òô, che sta per piegare, ma anche avvincere (senza dimenticare che “legare” sta anche per combattere); e credo che il rinvio sia evidente.

  8. Non credo che un poeta debba spiegare e rivendicare le sue scelte: è sua facoltà . Semmai è il lettore che deve sforzarsi a leggere la trama ( prosa o poesia non fa differenza); se non gli resce peggio per lui, se non condivide, succedo così di frequente si tiene il malumore…
    Intendo comunque dire, Enzo, che le tue poesie di forte impatto emotivo hanno una coerenza affilata ammirevole:

    solo libere andate
    e reclusi ritorni
    minima la pioggia
    a colmare la crepa
    (……)
    e si svela l’incanto
    nel simulato incarto
    da cui esonda
    l’infertile seme.
    Ecco la nostra presunzione, l’infertile seme.
    Narda

    1. e infatti io non spiego né rivendico. mi limito ad indicare, da lontano, solo una minima parte dei punti e dei contrappunti che si dissolvono nell’attraversamento della “scrittura”. sarebbe pressoché impossibile de-cifrare, de-figurare tutto quello che vive (o muore) nel sottotesto di un’opera (ancor di più se l’opera in questione fa parte di un progetto molto più ampio).
      perché poi alla fine io non scrivo poesie. qui non c’è un autore. qui non c’è un io, né un soggetto. qui c’è solo scrittura.
      il soggetto è già sparito in sé, per definizione. solo l’oggetto può concedersi il lusso di restare. qual è l’oggetto? il “libro”! quel libro ininterrotto che si disseminerà sotto vari titoli e mai rinuncerà al suo destino che è, molto semplicemente, quello dell’essere-gettato.
      questo è il progetto!

      grazie per il passaggio e per il commento

  9. = Lioni, 6.4.2013 =

    Buongiorno, Amici!

    Vi dico la mia in proposito, in modo succinto:

    [… Non c’e poesia che non prefiguri innovazione espressiva e linguistica, che non evidenzi uno stile, una pervicace curiosità indagatrice di una realtà, che non sia ricerca personale nel magma della parola…G.C.]
    […La poesia ambisce essere parola rinnovata, capace di smontare sensi per rimontatre pensieri per nuovi significanti e segni…G.C.]
    […Sta a noi, quindi, quando decidiamo, se immergerci nel testo che leggiamo, quando prendiamo al cappio una metafora per farne il nostro segno di verità, quando affidiamo al nostro pensiero il potere germinativo di un seme…G.C.]

    Se però il lettore vuole caparbiamente estranearsi dal campo ghestaldico della parola (fenomenologico) allora la poesia tace, non esprime e non imprime (come ebbe già a dire Bonacini – che saluto :-) ovvero riposa ma ,ineluttabilmente, attende di essere rinvenuta altrove e da altri perchè non si dissolve nel tempo.

    Potrei aggiungere altro, ma qui è doveroso ringraziare Enzo Campi per i testi offerti e, tanto tanto Francesco Marotta che, infaticabilmente, ci permette di stare nella contemporaneità della scrittura.

    Vi saluto tutti, Gaetano Calabrese dall’Irpinia.

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